Terra di confine

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Foto: M. Canapini ®

In inverno Campotosto è tutto un ton fo di neve che, sciogliendosi, cade dai tetti compat tandosi al suolo. Il rumore dell’acqua ghiacciata schizza sui ciottoli, rimbomba nelle due stradine principali che portano rispettivamente alla parte alta e bassa del borgo, soprannominato da tempo il paese muto. Il paese muto del cratere dimenticato. Tutto è cristallizzato, come la superficie del lago artificiale sbarrato da enormi dighe, utilizzate dall’Enel per produrre ener gia. Una pala appoggiata al muro, una betoniera co perta da strati di neve e quattro murales mi steriosi apparsi sulle pareti di qualche vicolo, riassumono la sciupata voce dei pochi abitanti rimasti di guardia al lago.

Gli scarabocchi partigiani raccontano più di mille parole: Dimettevi incapaci. Il cratere di menticato. O il più eclatante: uccisi dal silenzio. La piazzetta commerciale di Campo tosto, larga circa dieci metri, è caratterizzata da un ufficio postale, una farmacia, due alimentari e un bar sopraelevato che mantiene le fattezze di un umido bunker nucleare senza finestre destinato allo sfacelo. «Se dovessi contarli potrei dire di avere una decina di avventori al giorno. Roba da mol lare e scappare eppure voglio provare a resistere, perché anche la più piccola speranza morirebbe se questo luogo dovesse chiudere i battenti» racconta Fabrizio il barista. Otto Chupa Chups, tanti quanti i bambini rimasti in paese, sono sparpa gliati in maniera casuale sul primo tavolino del locale che dall’interno muta pelle e frigge un odore di san gue e miele, di Balcani e rakjia distillata in casa. Le zone rosse qui sono limiti irrisori, trapassati e calpestati come se quelle quattro transenne non fossero mai state puntellate da mani straniere. 

Assunta, capelli corvini e sguardo luna tico, stanca di dover aspettare, ha delocalizzato la sua attività in uno slargo occupato parzialmente dal monumento dei caduti, comprandosi una casetta-botte ga di legno riscaldata da una stufetta e tappezzata dalle sue morbide e pittoresche creazioni al femmini le: cappelli, gonne, maglioncini, pupazzetti, sciarpe. Perché Assunta, a nemmeno cinquant’anni, ha salva to un pezzo di mondo contadino morto e sepoltoda decenni, imparando dalle ultime depositarie l’antica arte della tessitura a mano. «Il telaio che uso apparte neva a mia nonna, è all’incirca degli anni ’30 ma alcune parti in legno le ho sostituite con pezzi nuovi. Negli anni ’80 un gruppo di donne ha provato a non far morire la tradizione ma l’esperimento non è andato a buon fine. Ho impiegato tanto tempo, quasi vent’anni per imparare a dovere questo lavoro, ascoltando bene le parole e gli insegnamenti di Me ghina e Idea, le ultime novantenni in grado di traman darmi gesti e usanze». 

Per le nonne la tessitura a mano ricordava il passato, gli stenti provati, i dolori sofferti, le fatiche domestiche, la guerra. Assunta ha impiegato mesi, forse anni per farsi accettare del tut to dalle due comari diffidenti. «L’autosufficienza ri mandava a un passato povero, chi aveva studiato non poteva abbassarsi a intraprendere lavori simili. Inizial mente non volevano proprio poi, lentamente, rom pendo tabù e antichi retaggi ci siamo legate e abbia mo proseguito insieme in questa cocciuta avventura… con l’ultimo terremoto sono stata ferma undici mesi ma tra laboratori, mostre e commissioni tiro avanti, anche se le SAE non arrivano, le macerie sono ovunque e Campotosto continua a essere messa da parte». Nella bottega “la Fonte della Tessitura” ci si sente a casa, il pavimento è ricoperto da scatoloni, la chiave rimane sempre sulla toppa e il rumore fluido della spoletta volante e l’immobilismo del tempiale conciliano il sonno.

La mano di Assunta puntella ed estrae, tira e lega, il braccio si muove dolce come quello di un virtuoso violinista. Secondo l’immagina rio comune una tessitrice è dipinta come una vecchia orba, con il lume in mano e il fazzoletto nero legato sulla testa, ma in questa repubblica schiacciata tra tre confini non esiste nulla di ordinario, e dunque i ruoli si ribaltano e le categorie sono aria fritta. Assunta, in gobbita sul telaio, continua a tessere uno scialle ar gentato sforzando gli occhi nella matassa di fili bico lori, intanto che la mamma ottantenne, Cosetta, gioca a dama pigiando le dita sullo schermo del Tablet, sfi dando un utente virtuale senza nome. La gentile si gnora dagli occhi di ghiaccio soffre d’ansia e cerca sollievo nella poesiae in un rendez-vous quotidiano, stabilito dalle 17.00 alle 19.00 precise, ora in cui, in compagnia di Santina, si trastulla dentro casa in agguerrite partite a scala quaranta. Ivan, Angelo, Sisma, Pepe ed Achille, alcuni dei cani che pattuglia no giorno e notte Campotosto, schiamazzano nelle vie basse, giocando a rotolarsi nella neve, mordendo si la coda o la giugulare in segno di fratellanza.

Una scossa di magnitudo 3.4 fa tintinnare leggermente i bicchie rini di liquore e i tre giovani volontari della Croce rossa – appollaiati quassù per dodici ore al giorno a prevenire o scongiurare gli eventuali ma lumori dei locali – come ogni sera camminano nella via buia,lasciando le orme degli scarponi a dormire sull’asfalto. Medie, piccole scosse continuano ad ac compagnare la vita di poco più di un centinaio di per sone (sui circa cinquecento residenti ufficiali) rimaste a Campotosto e nelle frazioni di Ortolano, Poggio CancelliMascioni e abitazioni sparse a Rio Fucino e Casa Isaia. Con gli ultimi rimasugli di luce nella clessi dra scassata del tempo, brilla sotto una baracca il lago ghiacciato. Il Gran Sasso, disgiunto, dà corda a mon tagne acuminate, taglienti, appena scolpite dalla cre azione, non ancora levigate dal tempo. 

Nel mondo accadono mille cose contemporaneamente: la guerra in Siria, gli sbarchi nel Mediterraneo, le elezioni, la nascita di un bambino, la piantagione di un albero di limoni, il compleanno di una donna. Ma sulla terra le cose vanno come sempre. La luna nasce e tramonta, cade la neve, le prime pianticelle si riattivano dal le targo invernale. Anche nella piccola baracca vicino al lago accade tutto questo. Ora come allora. 

Diari estrapolati da “Il passo dell’acero rosso - alberi, pecore e macerie” (Aras Edizioni). Per informazioni e dettagli:  https://www.ilcapoluogo.it/2017/04/06/campotosto-i-fili-della-speranza/ e https://blog.abruzzolink.com/2018/06/08/campotosto-il-miracolo-della-fonte-della-tessitura/?lang=it

Matthias Canapini

Matthias Canapini è nato nel 1992 a Fano. Viaggia a passo lento per raccontare storie con taccuino e macchina fotografica. Dal 2015 ha pubblicato "Verso Est", "Eurasia Express", "Il volto dell'altro", "Terra e dissenso" (Prospero Editore) e "Il passo dell'acero rosso" (Aras Edizioni).

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