Sudan: benvenuti gli accordi, ma non è ancora pace

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Domenica scorsa alle dieci nello stadio di Nairobi è stato firmato l'accordo di pace tra il governo del Sudan e i ribelli del sud (Spla) che dovrebbe porre fine alla ventennale guerra civile in Sudan. Un accordo frutto di una lunga negoziazione messa in campo dalla comunità internazionale fra due contendenti storici: il presidente sudanese Omar al Bashir con i rappresentanti del governo islamico di Karthoum e John Garang, capo dello Spla (Esercito popolare di liberazione sudanese) del Sud Sudan.

Secondo l'accordo, il partito al potere (National Congress party), e lo Spla (l'Esercito popolare di liberazione del Sudan) formeranno un governo di coalizione, il potere sarà decentralizzato, le entrate del petrolio saranno divise e si procederà all'unificazione dell'esercito. Alla fine di un periodo di interim di sei anni il sud potrà votare per la secessione. "'Un accordo estremamente complesso, che ha richiesto due anni di trattative e che si articola in due punti principali: la ripartizione del potere e la ripartizione della ricchezza" - ha riferito all'Ansa il Sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica che ha ricordato come "per la prima volta dalla fondazione del Sudan, vengono riconosciute le due principali religioni, musulmana e animista". Quella del Sudan è sino ad oggi, una della più lunghe guerre civili che il continente africano abbia vissuto ed ha provocato oltre due milioni di vittime (la maggior parte civili) ed oltre cinque milioni di sfollati.

L'accordo "costituisce un punto di svolta nel lunghissimo cammino verso la pace" - riconosce la Campagna italiana per la pace e i diritti umani in Sudan" - che esprime "la propria grande soddisfazione per la storica firma". Ma, nota la Campagna, "questioni fondamentali non sono state affrontate - come la crisi attualmente in corso in Darfur e le crescenti tensioni presenti nelle regioni dell' Est - mentre ad altre si dà una risposta parziale e non definita lasciando irrisolti problemi che possono minare il processo democratico verso un reale sviluppo economico, umano e sociale del Paese". "Gli accordi sono stati firmati da due soli soggetti, escludendone molti altri, lasciando così aperte minacce (come le varie milizie armate ancora attive) o precludendo importanti opportunità (come i numerosi gruppi politici, etnici o religiosi, che non hanno potuto partecipare al processo che ha portato agli accordi) - afferma la Campagna che dal 1995 si è attivata per sostenere il conseguimento di una pace giusta e duratura sostenendo le espressioni della società civile sudanese. La Campagna ha organizzato un Forum internazionale intitolato "Quale pace per il Sudan? La parola alla società civile", che si terrà a Milano nelle giornate del 18 e 19 marzo 2005.

"Una soluzione duratura del conflitto in Darfur può essere ottenuta solo attraverso strumenti politici e pacifici" - afferma un documento dell'Unione Africana riportato dall'agenzia Misna. Il Consiglio dell'Ua chiede l'applicazione delle decisioni emerse alla sesta riunione della 'Commissione congiunta' tenuta a N'djamena, in Ciad, il 3 e 4 gennaio scorsi: "Il governo sudanese deve riportare immediatamente le sue forze militari alle posizioni che occupavano prima dell'offensiva lanciata l'8 dicembre 2004, per creare le condizioni propizie alla ripresa del negoziato politico, al disarmo dei Janjaweed-milizie armate e informare l'Amis (la missione di monitoraggio del cessate-il-fuoco dell'Ua, ndr) delle misure concrete prese a questo fine"; i movimenti ribelli -il Movimento per la giustizia e l'uguaglianza (Jem) e l'Esercito di liberazione del Sudan (Sla) - "devono comunicare immediatamente al presidente della commissione di cessate-il-fuoco la posizione delle loro forze e porre fine agli attacchi contro le attività commerciali e le infrastrutture.

Human Right Watch ricorda inoltre che "una pace duratura in Sudan richiede un'effettiva sicurezza per i civili e giustizia delle atrocità commesse sia nel Sud Sudan che in Darfur". Dello stesso parere Amnesty International, che in una nota rilasciata il mese scorso, durante le trattative per gli accordi, ribadiva che "i negoziatori devono guardare al di là della semplice divisione del potere e degli accordi economici" e "devono rispondere alla legittima richiesta di giustizia che proviene da milioni di vittime di gravi abusi dei diritti umani. Solo istituendo un sistema legale trasparente e indipendente, il Sudan potrà superare l'attuale crisi e raggiungere una pace completa e duratura". [GB]

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