Samin: dall'università di Algeri ai furgoni della Campania

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Immigrati davanti alla Prefettura di Caserta - Foto: casertace.it

Samin è un uomo di 42 anni, origine algerina. Parla arabo, francese ed un buonissimo italiano. È sposato con una sua connazionale ed ha due figli. È molto impegnato nella vita sociale della città che lo ha accolto.

“Mi chiamo Samain Namane. In Algeria frequentavo l’università, ma purtroppo non son riuscito ad iscrivermi al corso che desideravo a causa del numero chiuso. Così ho studiato per un paio d’anni Ingegneria in chimica industriale prima di iniziare la mia avventura in questo paese.

Sono in Italia già da 21 anni e sono atterrato per la prima volta nel luglio dell’89. Ero venuto qua in vacanza con un amico dopo la fine dell’anno accademico. Era, infatti, mia abitudine, trascorrere tutte le estati, due o tre mesi, all’estero, al mare o in campeggio; ad esempio nell’estate del 1988 ero stato in Inghilterra.

Il primo posto dell’Italia che ho conosciuto è stato Villa Literno, un paesino in provincia di Catania. Lo definirei “la campagna più campagna della Campania”. Mi ricordo ancora il giorno che v’ho messo piede: alle cinque del mattino del 22 luglio ‘89. La stazione e la piazza centrale erano piene di gente e immigrati che dormivano ovunque. Mi sono seduto su una panchina e ho sentito immediatamente qualcosa che mi toccava la gamba: era il braccio di una persona che dormiva. Poi ad un certo punto ho capito che ci facevano lì: cercavano lavoro. Infatti, sono arrivati dei furgoni e, in prossimità della stazione, iniziavano a rallentare e le persone gli correvano dietro. Intanto il guidatore iniziava ad accelerare e solo i più atletici, i più forti ed i più svegli riuscivano a saltare al volo sul veicolo, pronti per una dura giornata sotto il sole. Si trattò di una sorta di selezione naturale; la piazza si svuotava pian piano e rimanevano solo i più deboli. Sembrò di stare in un film! Quest’episodio mi s’è impresso nella mente. Ero venuto in Europa ed avevo nella mia testa un’immagine completamente diversa dell’Italia; avevo delle aspettative che sono state immediatamente disilluse.

Con me, oltre al mio amico, c’erano altre tre persone che avevamo incontrato sull’aereo. Uno di questi era stato mandato in Italia da suo fratello per ritirare della merce da vendere poi in Algeria, ma noi lo avevamo convinto a seguirci fino a Villa Literno. Tuttavia, non appena ha visto questa scena ha deciso di tornare immediatamente a casa. Pure il mio amico ha preso la stessa decisione e pensare che aveva fatto il militare in un “posto avanzato”, ovvero lungo il confine con il Marocco dove le cose sono un po’ tese a seguito della questione della Repubblica del Sahara e dove bisogna esser sempre pronti a sparare. Ricordo ancora che mi diceva che dovevo esser pronto a tutto, che sarebbe stata dura quest’avventura, ma dopo cinque giorni lui era già a casa, mentre io sono ancora qui oggi a parlar del passato. Forse perché, pur non avendo mai fatto il militare, sono sempre stato abituato a lavorare. Anche quando studiavo la mia giornata l’ho sempre guadagnata; facevo il commerciante. Ero molto sveglio, forse più di ora. A 15/16 anni prendevo il treno o un altro mezzo e facevo 600 km per prendere della merce che poi vendevo il giorno dopo nella mia città.”

Poi mi sono spostato a Napoli e mi son fermato in questa città quasi un anno. Non sapevo ancora cosa volevo e quindi mi sono adattato a fare di tutto e mi sono adeguato al sistema. Tuttavia, a differenza di Villa Literno, qui i furgoni si fermavano, ti accordavi con il guidatore su quanto ti offriva per una giornata di lavoro e se volevi andavi con loro. Di solito ti offrivano 30.000 lire, anche se poi capitava che t’imbrogliassero e te ne davano solo 20.000. In quell’anno ho lavorato tanto nel tabacco; ero fortissimo e alla fine tutti mi cercavano. Poi ho raccolto anche asparagi.

Comunque si viveva proprio male; a ripensarci era bruttissimo. Ci si lavava nelle pozze d’acqua sporca e per bere si andava in piazza alle fontane pubbliche. Il sogno di uno dei miei amici, che viveva nelle mie stesse condizioni, era avere una casa; ma l’importante non era la casa in sé, ma il bagno con una bella vasca per lavarsi. Te lo descriveva nei particolari, ti elencava il nome di tutti i saponi, di tutti i profumi e di tutti i bagnoschiuma.

Durante quell’anno ho vissuto un’altra scena da film: un giorno, mentre lavoravamo in campagna, nelle serre, ho assistito ad un inseguimento. C’erano poliziotti ovunque e un elicottero; stavano inseguendo dei rapinatori. Mentre ritornavo dalla pausa pranzo ho visto un uomo con un giaccone rosso uscire da una siepe ed ho subito capito che era una delle persone che stavano cercando. Mi ha sparato, poi ci sono state delle urla e l’intervento delle forze dell’ordine.

Alla fine di quell’anno avevo fatto ritorno a casa, in Algeria, perché mia madre non stava bene e nel frattempo avevo ottenuto il permesso di soggiorno rilasciato dalla questura di Caserta.

Poi sono ripartito nuovamente alla volta dell’Europa assieme ad un amico che amava l’Ungheria. Abbiamo fatto un viaggio in questo paese e al ritorno abbiamo deciso di passare dall’Italia, attraversando il confine a Trieste. Abbiamo presentato i nostri permessi di soggiorno e alla frontiera ci hanno detto: “Chi vi ha detto che Caserta è l’Italia?”. Anche quest’episodio è assurdo. In nessuna parte del mondo ti dicono che questa città o posto non fa parte del paese. Solo in Italia.

Comunque, dopo tutte queste vicende ho deciso di fermarmi in questo paese e mi sono stabilito nel Nord Italia: ho raccolto mele, fatto l’autista e molti altri lavori. Mi son fatto una vita. Ora sono presidente dell’Associazione algerini della mia città d’adozione; nel 2001 sono stato eletto come membro del direttivo della CGIL e da un sacco di anni lavoro per una grossa azienda locale. Faccio parte anche del Consiglio territoriale per l’immigrazione di questa provincia che fa capo al Commissariato del governo, un tavolo dove si discute di diverse tematiche legate principalmente alla questione dell’immigrazione e al sociale. Insomma, mi tengo impegnato e credo sia giusto partecipare alla vita di questa società perché è qui che io vivo. Conosco molti immigrati che vivono in Europa ma costruiscono il loro sogno e la loro casa nel loro pese d’origine. Non si godono la vita e fanno molte rinunce per risparmiare e investire in un progetto che poi non si concretizzerà mai perché molto spesso, quando si hanno dei figli, non ci si risposta.

E poi sono sposato con una donna algerina come me. Lei è veterinaria, ma non le hanno riconosciuto il titolo e così lavora all’Azienda sanitaria. Abbiamo due bambini e cerchiamo di insegnare loro l’arabo, ma non è per nulla semplice. Tra loro parlano sempre in italiano, a loro viene più facile, per loro è naturale parlare questa lingua.”

Cosa le manca del suo paese? E cosa ricorda? “Credo di aver perso il senso della mancanze, in realtà non so dire cosa mi manca. Quest’anno sono tornato nel mio paese per il ramadan, mese religioso in cui in un certo senso un fedele fa una metamorfosi. Erano vent’anni che non lo facevo là ed in certo senso mi è apparso strano, non sono riuscita a rivivere quello che noi definiamo il “sapore del ramadan”. Lo ricordavo diverso da come l’ho ritrovato; l’unica cosa che non è cambiata è il ritrovarsi la sera a pregare tutti assieme.

Comunque sia mi fa piacere tornare ogni tanto nel mio paese. Un tempo ci tornavo spesso, anche più volte in un anno, ora con meno regolarità. Andar a far visita ai miei cari è diventato per me un lavoro, torno in Italia stremato e mi ci vogliono cinque mesi per riprendermi. Tutti i giorni si ha un impegno, degli obblighi da sbrigare, un’agenda piena di appuntamenti ed il bello è che non l’hai stabilita neppure tu. E poi è molto, molto costoso.”

Ci sono grosse differenze culturali tra l’Algeria e l’Italia? “Ormai, a seguito della globalizzazione, la cultura dell’uomo comune si sta omologando e poi credo al detto che dice “il mondo è paese”. Non si trovano più le differenze culturali di un tempo tra i popoli. Nel mio paese molte ragazze portano ancora il velo, ma molte altre si vestono come le italiane, con l’ombelico ben in vista. Quando ero all’università a fumare erano solo cinque ragazze e per fumare dovevano andare in un posto adibito a questo, ora invece è una pratica acquisita e diffusa. Altri elementi culturali tipici dell’Occidente e da poco importati in Nord Africa, come il semplice baciarsi in pubblico o girare con una minigonna molto corta, invece, non sono ancora acquisiti. Serve dare a tutti il tempo per comprendere ed accettare.

Le stranezze del nostro stile di vita le vedete voi in quanto occidentali, ma lo stesso è capitato a me quando sono arrivato in Italia. Per un periodo sono stato ospite di una famiglia di Cicciano, Napoli. Si trattava di una buona famiglia, ma la prima cosa che ho notato nella loro casa è stato il calendario di una donna nuda appeso al muro. Mi sembrava di essere un marziano, da noi sarebbe inconcepibile una cosa simile, ma poi ho capito che in Italia quella foto in famiglia è normale.

Ad esempio gli europei credono che gli uomini musulmani trattano male la donna, ma la verità è che ci sono casi in cui la donna viene trattata male là, così come lo è qua. Anche in Italia talvolta viene percepita come un oggetto, basta pensare all’esempio del calendario. In sostanza ci sono pro e contro in Algeria, così come in Italia.

Tuttavia un aspetto che contraddistingue ancora la nostra cultura è la religione; è un elemento dominante, ma non in senso negativo. Anzi mi ritengo fortunato da questo punto di vista. Molti credono che le religioni causano le guerre; ma io dico che sono le persone a fare le guerre non le fedi. Oggi c’è il problema dell’islamofobia e si associa l’islam al terrorismo. Ma non voglio sentire parlare di terrorismo. Io vengo dal “triangolo della morte”, nel 1994 sono state ammazzate 500 persone a 200 metri da casa mia. Abbiamo vissuto quasi dieci anni di terrorismo negli anni Novanta ed a nessuno in Europa interessò questo. Metà dei miei amici sono morti. Per questo non voglio sentire parlar di terrorismo.”

Veronica De Pedri in collaborazione con Aesse

 

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