Rifugiati: un anno di forti pressioni per il “ritorno a casa”

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Foto: pixabay.com

Dai siriani in Turchia e Libano, ai Rohingya in Bangladesh, dagli afghani in Pakistan e Iran, ai tanzaniani in Burundi, fino ai somali in Kenya e alle comunità arrivate via mare e via terra in Europa: nel 2019 sono state fortissime le pressioni a “tornare a casa” di alcuni governi nei confronti dei rifugiati ospitati all’interno dei propri confini. Questo nonostante le condizioni nei paesi da cui sono fuggiti spesso non siano cambiate, e le violenze e persecuzioni continuino a rappresentare per loro una grave minaccia. La denuncia arriva da numerose organizzazioni della società civile, tra cui Human Rights Watch e dalla stessa Unhcr, che pure ha il compito di rappresentare gli interessi e le preoccupazioni dei rifugiati, oltre a garantire che il processo di rientro e rimpatrio venga condotto nel pieno rispetto dei loro diritti umani.

Quest’estate, ad esempio, ha fatto il giro del mondo la notizia dei rifugiati siriani in Libano, nella regione di confine di Arsal, costretti a demolire le proprie abitazioni per aver violato i regolamenti governativi che vietano ai siriani di erigere strutture in cemento armato. In Libano i profughi sono circa 1,5 milioni (tra siriani e palestinesi) e da tempo il governo sta attuando politiche che scoraggiano la permanenza, quando non veri e propri rimpatri forzati come accaduto anche a fine aprile. Lo stesso in Turchia – stato che ospita la più grande popolazione di rifugiati del mondo con 3,7 milioni di siriani: il presidente Erdogan ha infatti dichiarato che intensificherà la deportazione dei rifugiati siriani, trasferendoli in quella che descrive come una «zona sicura» sotto il controllo turco nella Siria nord-orientale. Questo nonostante il regime di Assad sia ancora al potere, la continua presenza dei suoi alleati russi e iraniani nel paese, le violenze ancora diffuse, così come le violazioni dei diritti umani.

In base al diritto internazionale, infatti, i rifugiati non possono essere costretti a tornare in luoghi in cui sarebbero in pericolo. L’Unhcr insiste sul fatto che debbano essere in grado di fare una scelta libera e informata sull'opportunità di tornare a casa, e poterlo fare in modo sicuro e dignitoso. Alcuni governi però trovano il modo di aggirare questi divieti, ad esempio non concedendo alle persone lo status di rifugiato, e offrendo minori protezioni che ne facilitano l'espulsione. O semplicemente cercano di rendere difficile la vita dei rifugiati.

Succede ad esempio in Tanzania, tanto che il mese scorso Human Rights Watch (HRW) insieme a un gruppo di ong africane e internazionali hanno scritto una lettera aperta indirizzata ai leader degli Stati africani, con una richiesta: esortare il governo della Tanzania a smettere di fare pressioni sui 163.000 rifugiati e richiedenti asilo per fare ritorno in Burundi, dove tuttora sono in corso gravi violazioni dei diritti umani contro i sostenitori dell'opposizione, reali o percepiti, compresi i rifugiati di ritorno. Tra le pressioni individuate da HRW anche un uso più massiccio della forza da parte della polizia e le inadempienze burocratiche. «Si stima che 3.300 persone siano state registrate ma non abbiano ricevuto uno "status attivo", rendendole così vulnerabili alle intimidazioni del governo e al ritorno coatto in Burundi» si legge.

Altro caso emblematico è quello dei Rohingya, fuggiti dalla Birmania in Bangladesh a seguito di violenze e persecuzioni: a luglio, funzionari di Myanmar hanno visitato il campo di Cox's Bazar - il più grande insediamento di rifugiati del mondo - per convincerli a tornare nello stato di Rakhine, dove a tutt’oggi continuano gli attacchi (non sono mancate le proteste). O il Pakistan, che ospita 1,4 milioni di rifugiati afghani registrati, molti dei quali hanno ricostruito la loro vita nel paese adottivo. Anche qui il governo cerca in tutti i modi di scoraggiare la permanenza dei migranti e oltre tre milioni di afgani sono tornati dal Pakistan e dall'Iran negli ultimi cinque anni.

Peccato che l’Afghanistan sia tutt’altro che un paese sicuro: sono 8.200 le vittime civili contate dalla Missione di assistenza delle Nazioni Unite (Unama) nei primi nove mesi del 2019, 2.563 morti e 5.676 feriti, con livelli record nel terzo trimestre del 2019. Eppure anche in Europa si attinge alla stessa argomentazione per non concedere status e protezioni. Succede ad esempio in Danimarca, dove all'inizio di dicembre, la commissione che si occupa dei ricorsi per i rifugiati ha negato l'asilo a tre donne siriane, affermando di non aver incontrato pericoli individuali nella loro città natale di Damasco. Altri paesi, come Svezia e Israele, offrono ai rifugiati incentivi finanziari per il rientro. Infine ci sono gli Stati Uniti, in cui si prevedono ulteriori tagli da parte del presidente Donald Trump sui già ridotti programmi per i rifugiati.

«Una buona parte dei rientri avviene in questa "area grigia" tra forzata e volontaria» afferma Jeff Crisp, ricercatore associato presso il Refugee Studies Centre dell’Università di Oxford, in un articolo pubblicato su Forced Migration Review. Tra gli effetti generali di queste politiche: il mancato rispetto del diritto internazionale, il rischio per l’incolumità e la sicurezza delle persone, la concreta possibilità che le persone rientrate fuggano di nuovo – come accaduto ai Rohingya, già costretti a tornare in Myanmar negli anni '70 e '90 sebbene la situazione nel paese fosse rimasta invariata. Da qui la necessità, sempre secondo Crisp, di «abbandonare la nozione di rimpatrio come risultato preferito e tornare a un approccio più completo e diversificato a soluzioni durature».

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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