Quello che i soldi dovrebbero comprare…

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Qual è in fin dei conti il valore del denaro se non abbiamo il tempo per goderlo? L’uomo moderno è afflitto da un variegato ventaglio di piaghe, ma una su tutte accomuna la frenetica società occidentale: la cronica mancanza di tempo. Siamo in tanti a soffrirne, anche inconsciamente. Ne siamo ossessionati, come il gocciolio d’acqua impertinente di una fontanella che non si riesce a chiudere. Viviamo di fretta, senza fermarci un attimo per riflettere, fare due respiri profondi, magari la mattina appena alzati o la sera prima di andare a letto, rispettando una postura sana, invece di rannicchiarci su qualche sedia scadente o farci fagocitare da qualche divano affamato. Per poi accorgerci di non avere il tempo da dedicare a noi stessi. Trasciniamo le giornate in una routine che ci siamo appiccicati addosso. Il 90% delle nostre azioni sono frutto di automatismi collaudati, per i quali non c’è realmente bisogno di tirare in ballo grandi dosi di sinapsi. Smanettiamo sullo smartphone (in Italia in media lo guardiamo 200 volte al giorno) e continuiamo a ripeterci che la nostra vita ha imboccato la via dell’andare di corsa; alcuni se ne rendono conto, anche se poi, orgogliosi, finiscono per farsene una ragione.

Come dicono le nonne, la fretta è nemica. Uno studio pubblicato sul Journal of Consumer Research, mediante otto esperimenti, condotti in contesti diversi come l’ufficio, o la sala d’attesa di un aeroporto, dimostra che per colpa della fretta sprechiamo tempo prezioso. Quando siamo in preda all’ansia un’ora d’orologio dura meno, dai cinque ai quindici minuti in meno, sostengono i ricercatori, il tutto perché intrappolati nella sensazione che il tempo ci sfugga di mano, in particolar modo quando siamo oberati da impegni che ci sembra di non poter portare a termine. Siamo quindi sicuri che avere un approccio frettoloso, sempre di corsa e indaffarati, ci serva davvero a rendere più produttiva e felice la nostra vita, o sia una condanna alla quale ci siamo rassegnati troppo passivamente?

La sensazione, di avere abbastanza tempo per fare le cose che ci piace fare è ai minimi storici. Anche qui, sono vari gli studi, in discipline trasversali, che ne danno atto. In Italia, più del 61% delle persone che svolgono un’attività professionale confermano di “non avere mai tempo“. Se in più si è anche genitori, in molti si definiscono a un passo dall’esaurimento. Negli Stati Uniti un sondaggio a 2,5 milioni di americani finanziato dalla Gallup Foundation, ha riscontrato che l'80% degli intervistati non ha il tempo di fare tutto ciò che desidera fare. Questo fenomeno viene interpretato come un vero e proprio fallimento culturale collettivo: l’incapacità dell’uomo moderno di gestire la sua risorsa più preziosa, il tempo.

Perché siamo sempre così occupati? E perché il nostro costante problema, dentro e fuori dal lavoro, è diventato la mancanza di tempo? Importanti riviste come l’Economist hanno già affrontato l’argomento, dicendo che la time povertyè in parte un problema di percezione, e in parte di distribuzione. Negli ultimi decenni i tempi lavorativi sono aumentati, rispondendo alla strana equazione della società moderna: più lavoro, più produttività, più benessere (ma guarda caso meno tempo per se stessi e per i propri affetti). Crediamo che l’essere occupati al lavoro sia uno status symbol, e preferiamo passare più tempo a guadagnare denaro, piuttosto che usarlo in svaghi e altre attività. Questo è il paradosso della ricchezza: le persone in media hanno più soldi, ma meno tempo per spenderli. Il lungo vortice dell’individualismo capitalista ci ha indotto sempre più ad assimilare il tempo al denaro, come se ogni minuto che passa avesse un’equivalenza monetaria. Le giornate al lavoro diventano sempre più serrate e ciò provoca ansia, solitudine, e un sacrosanto bisogno di essere ascoltati da un terapista. Forse è giunto il momento di riflettere su una cosa, forse il nostro vero problema è che non sappiamo più governare, e perfino misurare, il tempo. Ci sentiamo frustrati dall’impossibilità di afferrare e vivere i momenti, i piaceri delle cose. Soggiogati da un affanno caotico, il tempo ci soffoca, non è mai nostro alleato, si impunta contro di noi. E non facciamo altro che sprecarlo, utilizzandolo male, a danno del nostro equlibrio psico-fisico.

L’indagine elaborata da Ashley Whillans, professoressa canadese della Harvard Business School, dal titolo “Perché la ricerca del denaro non vi porterà gioia, e cosa lo farà”, mostra un lato interessante del rapporto con il tempo: le persone più felici destinano i loro soldi per guadagnare tempo. "Le persone che sono disposte a rinunciare ai soldi per guadagnare più tempo libero, lavorando per un minor numero di ore o pagando per delegare compiti non graditi, sperimentano relazioni sociali più soddisfacenti, carriere più appaganti e, nel complesso, vivono vite più felici" scrive Ashley Whillans. Come, un po’ azzardatamente, a voler rivisitare il principio che “i soldi non ti danno la felicità, ma la possono, in parte, comprare”. La Whillans conclude che se le persone con disponibilità economiche usassero il proprio denaro per comprare piu tempo, o disfarsi degli sprechi di tempo (come rimanere imbottigliati nel traffico, restare in ufficio ore extra senza una particolare ragione, o dover pulire la casa), sarebbero più felici.Vero, anche se di fatto, si tratta di tamponare un problema che rimane alla radice; il nostro rapporto con il tempo è malsano.

Non sorprende, infatti, che molte persone siano disposte a rinunciare a parte del patrimonio accumulato, per riprendersi il tempo libero negato durante gli anni di duro lavoro. Tuttavia, come disse ”Pepe” Mujica nel suo celebre discorso all’ONU del 2013, il tempo non è merce che si compra al supermercato. Oggi, pure i giovani iniziano a pensarla così. Di fronte agli sforzi, ai sacrifici di tempo, necessari per ottenere una promozione, in molti preferiscono condurre una vita equilibrata e serena. Coloro che lavorano fino a tardi, rimangono a disposizione dei loro capi anche di notte, inevitabilmente perdono qualche capello e si sentono stressati dalla competizione. Lo studio della Whillans (abilmente riassunto in un articolo sulla Harvard Business Review) dimostra che anche nel caso in cui il ragazzo sia premiato con una promozione, potrebbe sentirsi tanto scontento quanto il collega non promosso. Questo perché, indipendentemente dal risultato dei nostri sacrifici, terminiamo per sentirci sempre più a corto di tempo, e le cose che riteniamo ci possano rendere più felici - per cui lavoriamo tanto faticosamente – non lo fanno. Sicuramente non ci restituiscono tempo con i nostri cari, o con noi stessi.

Quindi, al momento di negoziare le condizioni per un nuovo lavoro, prendiamo in seria considerazione il fatto di chiedere più tempo libero, invece di più denaro. Per quanti soldi possa valere il tuo stipendio netto, quando ti trovi sul letto di morte, quanto pagheresti per avere un altro anno di vita da trascorrere con la tua famiglia e i tuoi amici? La risposta è tanto brutale quanto il ritardo con il quale si impara quell’insegnamento. Riappripriamoci delle nostre risorse, riconvertiamo le nostre abitudini, ne siamo ancora legittimi padroni. È il cuore che detta i tempi, non il denaro. 

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

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