Quando il califfo non fa paura

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Fiorenzo Priuli e il Papa - Foto: Grcompany.wordpress.com

Mentre la febbre sale in mezzo mondo, fomentata dai trafficanti d'arma e d'odio, mentre in Nigeria Boko Haram fa esplodere i suoi militanti nei mercati e nelle chiese ed in Mali i “peace makers” delle Nazioni Unite vengono impallinati, in un ospedale di un piccolo paese dell'Africa dell'ovest incastonato come un cuneo tra Togo e Niger i rapporti tra la Chiesa Cattolica e la religione Mussulmana vanno bene. Anzi, Benin. Il nosocomio è il Saint Jean de Dieu dei Fatebenefratelli.

Come scrive Anna Pozzi su Avvenire da un lato abbiamo fra Fiorenzo Priuli, frate e chirurgo. Da oltre quarant’anni vive a Tanguiéta, nel nord del Benin ove dirige il presidio medico di frontiera, non solo perché è al confine fra tre Paesi (e ne serve quattro), ma soprattutto perché è un avamposto della sanità, in una regione in cui il diritto alla salute è un privilegio per ricchi. L’altro è cheikh khalif Moussa Aboubakar Hassoumi, califfo di Kiota, in Niger, una delle più importanti guide spirituali della Tijaniyya, confraternita musulmana sufi che ha avuto un ruolo decisivo nella diffusione dell’islam nel Maghreb e in Africa occidentale, ma anche nel creare un dialogo con le culture e le tradizioni locali.

Ebbene, il Califfo padre iniziò a mandare i propri malati dal frate medico affinchè “guardasse il loro corpo” già 30 anni fa. Tutti i malati, da allora, arrivano accompagnati da una lettera che, poi, viene inclusa nella cartella clinica. Agli atti. L'equipe medica ne guarì molti ed alcuni, inguaribili, venivano rispediti a casa affinchè potessero morire “laddove il cordone ombelicale venne reciso” come da tradizione afro. Ed anche per questo il frate venne e viene ringraziato dal Califfo.

Anni fa le Parti communiste du Bénin tentò di chiudere, nella sua follia, l'ospedale cristiano intervenendo d'impero. Fu il Califfo ad agire presso il prefetto a difesa del policlinico cattolico.

Il Califfo morì e l’arcivescovo di Niamey, capitale del Niger, monsignor Michel Cartatéguy presenziò alle esequie. (Giusto per non narrare solo di eccidi, bombe nei mercati ed odio esogeno che nulla ha a che vedere con le grandi tradizioni pacifiche delle popolazioni che vivono sulle rive del grande fiume Niger).

Al grande Califfo successe il figlio maggiore che seguì la tradizione del padre con la scrittura delle lettere con una gratitudine in più. Invitò il frate in Niger; ove risiedeva. Il frate accettò. D'altronde fu San Francesco il primo a recarsi dal Sultano in mezzo al furor delle crociate.

La polizia fermò l'auto alle porte di Kiota. Fra Fiorenzo venne fatto scendere a piedi e scortato sino alla curva di una strada ove l'aspettava prima silente e poi festante una folla di persone con copia della lettera in mano. Erano tutti i malati guariti del Niger in decenni di lavoro straordinario. Le donne urlavano dalle finestre. La pace scoppia di gioia. In barba ai barbuti. 

Altro episodio. Lo scorso anno i commercianti mussulmani avevano cacciato un gruppo di giovani “fedeli” barbuti che s'ispiravano alla jihad e che protestavano davanti all'ospedale governato da infedeli. Quest'ultimo è fonte non solo di aggregazione sociale ma di crescita economica. Ha trasformato un paesino di 500 anime in una cittadella da 18.000 abitanti. Peraltro in continua crescita grazie a commerci, alloggi, ristorazioni di strada, mercati. Il tutto per lo più gestito da gente mussulmana che in quanto a business non è seconda a nessuno. Il piccolo paese accoglie i flussi di 4 stati: Benin, Mali, Nigeria e Togo.

Veniamo al dunque. Se non vogliamo che la Pace sia solo far la morale. L'ospedale che pacifica l'Africa occidentale, per essere completo, necessita di una TAC – Tomografia Assiale Computerizzata. Questa tecnologia permetterebbe un balzo in avanti nella diagnostica salvando vagonate di vite umane. Costa 300.000 euro. Molto per un singolo o per un'organizzazione. Affrontabile per una comunità di donatori: privati e pubblici. Ebbene il capofila per la raccolta fondi è U.T.A. Onlus. Se vogliamo la pace, quella vera, non basta commuoversi bisogna muoversi!

Fabio Pipinato

Sono un fisioterapista laureato in scienze politiche. Ho cooperato in Rwanda e Kenya. Rientrato ho curato la segreteria organizzativa dell'Unip di Rovereto. Come primo direttore di Unimondo ho seguito la comunicazione della campagna Sdebitarsi e coniato il marchio “World Social Forum”. Già presidente di Mandacarù sono oggi presidente di Ipsia del trentino (Istituto Pace Sviluppo Innovazione Acli) e CTA Trentino (Centro Turistico Acli) e nel direttivo di ATAS. Curo relazioni e piante. 

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