Perché non lo lasci?

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Immagine: Retecavsr.it

«Perché non lo lasci?». In questa frase è racchiuso lo stereotipo per eccellenza quando si tratta di violenza sulle donne. Alle donne che trovano il coraggio di confessarsi spesso viene fatta questa domanda, che ha l’effetto di aumentare anche il loro malessere psicologico, facendole sentire ancora più sole e inadeguateLo spiega Lella Palladino, presidente della D.i.Rela rete italiana dei centri antiviolenza che racconta: «Lo stereotipo è l’idea della fragilità delle donne vittime di violenza. Invece, dovremmo raccontare la forza delle donne che sopravvivono ad una relazione violenta e riescono ad uscirne e a ricostruire la propria vita».

Di violenza sulle donne discriminazione di genere si parla sempre di più. Il report diffuso dalla Polizia di Stato “Questo non è amore, con i dati aggiornati al 2019, parla di 88 vittime ogni giorno: una donna ogni 15 minuti. Un ritmo spaventoso. Ma il tipo di violenza che subisce il genere femminile non è solo di tipo fisico: c'è un'altra forma di maltrattamento, più subdola e meno visibile, che è quella psicologica, molto spesso non riconosciuta o negata. Sono infatti moltissime le donne che vivono un disagio psicologico causato da relazioni tossiche, inconsapevoli di essere all'interno di una dinamica di coppia disfunzionale. 

La rete D.i.Re nel 2019 ha condotto un’analisi comparata tra i dati Istat e i dati raccolti nei centri anti-violenza: a colpire, nel rapporto, è che i casi di violenza psicologica denunciati ai centri anti-violenza, sono il 73,6 per cento. Seguono i soprusi fisici (62,1%), quelli economici (30,7%), lo stalking (16,1%) e la violenza sessuale (13,5%). Dalla violenza, anche psicologica, è difficile uscire. Il partner che esercita violenza psicologica sulla compagna, tende svalutarla in continuazione provocando in essa ansia, disagio e profonda insicurezza: è un modo di manipolare la partner, giocando con le sue emozioni. Molte donne entrano così in una spirale negativa fatta di inadeguatezza e senso di colpa, che le porta a vedersi con gli occhi del maltrattante. Studi specialistici ci dicono che la prevalenza della depressione nella popolazione femminile (in Italia 3 milioni di persone soffrono di depressione, di cui oltre 2 milioni sono donne – dati dell’Osservatorio Nazionale sulla salute della donna) è correlata non solo a fattori biologici ma a specifici fattori sociali e relazionali, dallo stress legato al doppio lavoro e al sovraccarico familiare, al burn-out relativo alla cura totalizzante degli altri ed alla violenza domestica nelle sue varie forme.

Emergono inoltre alcuni diffusi stereotipi legati alla figura della donna ed alla questione di genere che contribuiscono a creare confusione e disagio in chi subisce una forma di violenza. Nel 2015, l’associazione WeWorld presentava il Rapporto “ROSA SHOCKING 2 – Violenza e stereotipi di genere: generazioni a confronto e prevenzione” con Ipsos Italia ed il patrocinio della Camera dei Deputati e del Dipartimento per le Pari Opportunità. Nel rapporto, colpisce che il 32% dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni afferma che gli episodi di violenza vanno affrontati all’interno delle mura domestiche, poiché quanto accade nella coppia non deve essere d’interesse per gli altri. Non solo, l’aspetto istintivo legato alla violenza e il raptus momentaneo è per il 25% (1 su 4!) di questa fascia d’età giustificato dal “troppo amore” oppure da una motivazione legata al preconcetto che le donne esasperano gli uomini e che gli abiti succinti sono troppo provocanti attribuendo, quindi, alle donne la responsabilità di far scaturire la violenza. Per questo, come ribadiva il presidente di WeWorld Marco Chiesara commentando il rapporto “Rosa Shocking”: «Il contrasto della violenza e la promozione del cambiamento devono avere carattere di urgenza con un investimento costante sulla sensibilizzazione, informazione e formazione a partire dalle giovani generazioni. Un investimento che non può prescindere da una strategia nazionale a monte, che faccia sistema e sintesi della molteplicità di interventi e attività che muovono dal basso, un’azione politica che promuova una prospettiva di genere in ogni azione di Governo».

Lia Curcio

Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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