Occhi che toccano come mani

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Li ascolto, a distanza di qualche ora l’uno dall’altro, li ritrovo in questa foto veri come in quegli occhi limpidi e freschi. Tre “conquistatori dell’inutile”, come potremmo definirli citando il titolo di un libro e dell’omonimo film di qualche anno fa: in effetti l’alpinismo è un gesto per il singolo, un modo di vivere intorno ai propri limiti, una via di fuga verso l’alto che, per quanto lontani si siano posati i piedi sulle verticalità della terra e dei propri confini, conduce a un punto dove il ritorno è obbligato ed è cifra del traguardo. Ma quale contributo per la collettività, quale crescita per la nostra civiltà? Già. L’alpinismo non dà affatto evidenza immediata del suo valore e della sua importanza… Fino a che non ti capita di ascoltare persone come loro.

Moreno Pesce, Maurizio Zanolla per tutti Manolo, Erri De Luca. Tre interventi che fanno il ricco il cuore, ospitati dall’edizione 2018 dell’Adventure Outdoor Fest di San Candido. Perché lo sport, anche quello che rimane fuori quota per molti, diventa e rimane occasione di crescita e incontro, non solo per chi lo pratica, ma anche per chi lo ascolta nelle parole di uomini che, nelle loro vite, si sono abituati a cadere prima ancora che a rialzarsi. Ne è testimonianza di indubbia grinta la chiacchierata con Moreno, che il prossimo 30 agosto festeggerà 23 anni dall’amputazione della sua gamba sinistra, dopo un grave incidente stradale. Molti potrebbero non trovare alcuna fortuna da celebrare:la rabbia che rischia di impadronirsi dei giorni e dei pensieri, una postura nuova alla quale si è costretti senza alternative, un costo significativo per riabilitazione, fisioterapie e protesi, scosse elettriche che non smettono di ricordare l’arto fantasma. Eppure. Eppure questo ragazzo di Noale, classe 1975, la sua storia la chiama fortunata: un nodo nel tronco della vita che rende il legno unico, circondato da persone speciali, da una figlia con la quale crescere e confrontarsi anche in questa disabilità acquisita, la voglia di ripartire con esperienze e pazzi e che “da normodotato non avrei mai pensato di affrontare. Atleta paraolimpico, Moreno è una persona che sa cadere: si è abituato a farlo, sui sampietrini del selciato e sui sentieri delle montagne che percorre, e non solo con il corpo. Perché in un’epoca in cui si cade molto più con il cuore e con la testa, ogni volta rialzarsi è una festa, la motivazione che rassicura, un accumulo di energia perché dice molto di noi, di quanto è stata dura, di quanto ce l’abbiamo fatta, di quanto il prossimo inciampo ci troverà un po’ più prontiO forse un po’ più consapevoli che il coraggio lo si trova dentro, perché pronti di fatto non lo si è mai abbastanza, anche se ci si crede immortali.

Su questo Manolo, occhi azzurri di cielo e sorriso che arrotonda spigoli e diedri, ha molto da condividere, in un libro asciutto e onesto, setaccio di emozioni su un’Italia che non è più la stessa. Luogo di predestinazioni e di ribellioni a sfondo, la vita Manolo ha scelto di prenderla in mano e portarla a spasso sopra il vuoto, quello verticale delle pareti esposte, quello orizzontale delle paure da superare. E in un mondo in movimento il vuoto è diventato punto d’appoggio insperato, esercizio di equilibrio, insegnamento di perfezione nel caos fragile e spaventoso delle pietre, nel silenzio assordante. E anche qui, in qualche modo, si scrive per dovere di riconoscenza alla fortuna, complice del ritorno a casa non sempre scontato e forse adesso, per effetto amplificante della distanza degli anni, guardato con un po’ più di gratitudine. Un mondo, quello dell’arrampicata, che mentre ti sospende a un passo dal cielo ti insegna la sospensione del giudizio, a spogliarti della vanità che appesantisce la testa, a controllare il corpo e la mente per perseguire obiettivi con ostinazione e modestia e fa slalom di compromessi tra scalate da carpenteria, che feriscono la montagna bucandola indiscriminatamente, e scelte intelligenti di consapevolezza e rispetto, che salvano la vita.

Che la montagna non sia solo natura, ma ormai soprattutto ambiente, e che sempre più spesso ci serva per trovare punti di riferimento anche in considerazione di quanto ci siamo è allontanati dalle cose importanti è un pensiero che, come un cordino di sicura, riprende Erri De Luca, non solo nella serata-evento #untemporovesciato, ma anche sulla forestale che sale quieta al rifugio Gigante BaranciErri è un uomo che fa calamita, con le parole, con la ruvida dolcezza del volto, con le mani grandi di operaio e “alpinista praticante”. Con i piedi, che guardo dentro i suoi sandali come ipnotizzata, quei piedi che più di una volta hanno percorso scalzi le rocce, che riconoscono gli arrivi e a cui interessano le partenze. La potenza del suo sguardo traduce in parole esatte temi cardine del nostro tempo: confini, migrazioni, comunità che difendono i propri territori dalla prepotenza. Lo scrittore è “bocca per il muto”, amplificatore di ragioni espropriate di diritti e in ragione di questi entusiasta del verbo sabotare, nobile e fraterno, nato nella storia industriale d’oltralpe dai sabotlanciati dagli operai dentro i macchinari tessili per conservare il proprio posto di lavoro, per solidarietà con chi le macchine avevano sostituito. Perché, tra le rocce come nel cemento, la solidarietà sia ancora questo, “un’antica tecnica della sopravvivenza umana”.

Forse allora il senso – e l’utilità – di incontri così sta proprio qui: in un tempo rovesciato, in cui l’ozio ha sempre più senso. Dal punto di vista delle relazioni, del rumore che popola le nostre vite e nega il silenzio (“anche l’aria fa rumore, è un disturbo acustico”); ha senso dal punto di vista della capacità di deliberare, di decidere, in “un tempo ubriaco che ci separa dal resto del tempo, in cui si prendono decisioni che poi si ratificano nel tempo del negozio, ovvero della negazione dell’ozio”. Ha senso perché in un tempo rovesciato, che sia scelta o fortuna, sono uomini così a ricordarci quanto sia importante non farsi rovesciare.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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