Moldavia: ciliegi in fiore

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Foto: M. Canapini ®

Oceano di spighe gialle. Campi di frumento accerchiano la strada sterrata che corre verso Boltun, comune desolato della Moldavia Occidentale. “I miei genitori saranno felici di accoglierti, ma attento! Rimarrai sommerso dal vino e dalla calda ospitalità” mi ha messo in guardia Gheorghe prima di partire. Un passo oltre la cortina d’Europa, scaldo le mani grazie ad una ciotola di Ciorba, zuppa locale in cui galleggiano fette di lardo e trippa. Manciate di robuste donne dagli abiti variopinti camminano adagio, le caviglie coperte da calzettoni di lana colorata. Bombole di gas arrugginite, pozzanghere, isbe, borse di cuoio legate ai portapacchi delle biciclette: il sospiro dell’Est Europa. Memorabile.  I genitori di Gheorghe, Anna ed Eugenio, mi attendono sul battistrada col motore dell’utilitaria acceso. Sorrisi sinceri e strette di mano. Non c’è spazio per la diffidenza, l’ospitalità rurale non lo permette. L’ospite è sacro, trattato come un fratello. Spezzatino, salame, caraffa di vino fermentato in casa, biologico, erogato da una vecchia botte di legno marcio. Il cane Bill, piccolo e bianco, si infila affettuosamente tra le gambe del tavolino storto. Corre e sbraita il cucciolo, mentre fuori avvertiamo lo schiamazzo dei cavalli al pascolo, un delicato suono di fisarmonicail profumo dei ciliegi da poco sbocciati.

Anna racconta, col suo accento secco e tipico delle zone limitrofe ai Carpazi: “In Italia si vedono le case e non gli alberi, qui si vedono gli alberi e non le case. Siamo immersi nel verde. È uno degli ultimi paesini rimasti come un tempo! Anni fa sono partita per l’Italia, la prima a prendere coraggio e lasciarsi Boltun alle spalle. È stata dura ma l’ho fatto per i miei figli, per farli studiare. Dicono che la Moldavia sia il paese più povero d’Europa, ma quando raggiungo Chisinau vedo banche, ristoranti, grandi macchine. Sarà davvero come dicono? Coraggio, prendi un altro bicchierino.” La notte è calata velocemente. Solo qualche sporadico lampione illumina la borgata lignea, sballottata dal buio, dal rumore, dal vento tiepido. Anna è passata al dessert e mentre inzuppa frittelle zuccherose nell’olio bollente, i bicchierini di succo d’uva sono magicamente arrivati a cinque. O forse nove. Eugenio confabula qualcosa in russo, poi alza il calice, accogliendo ufficialmente lo straniero nella repubblica di MoldaviaAncora vino. Noroc!

“Intorno al 1950 l’Armata Rossa irrompeva nella notte per deportare le persone benestanti nei gulag della Siberia. Una volta sono venuti per noi, eravamo considerati ricchi perché gestivamo un mulino ad acqua. Ero piccola, ma ricordo bene: abbiamo vissuto nella foresta per due settimane. Mio padre aveva quaranta pecore ma poteva tenerne solo sei altrimenti non c’era parità tra le classi sociali, dicevano. Ripetevano sempre che il comunismo sarebbe prevalso, ma sono passati quarant’anni e i politici continuano a intascare soldi ed il popolo soffre, oggi come allora. Non c’erano interessi personali, solo quelli dello Stato. Ruba e ruba, al popolo però non rimaneva nulla. Per fortuna c’è Boltun, dove si è felici con un bicchiere di liquore ed una fetta di crostata.” Sorride con gli occhi Anna, e pare ancora più bella, con le rughe delicate a incorniciarle il viso scarno. Sbronf, scatorf. Qualcosa si avvicina al di là del ponte. Un furgoncino bianco carico di calcinacci, pali e scale. È Boris, operaio edile: vigorosa stretta di mano ed un largo sorriso; qualche parola di italiano imparata qua e là. Appoggia una cassa di ortaggi nella cantina, a fianco dei barilotti e qualche libro impolverato con la parola URSS incisa sulla copertina. Le giornate vengono scandite dall’arco del sole, dal suono della vanga, dal sudore della fronte. Uno spaccato rurale che dà ritmo al tutto. Il fegato, a causa delle grappe aromatizzate, comincia a pulsare come una zampogna. Ci ritroviamo attorno alla stoba (stufa a legna), discutendo del prezzo del grano, degli spiriti ostili, del potere che ignora il margine. “Qui si guadagnano massimo quattrocento euro al mese, mentre da voi in media mille. Se risparmi puoi ambire a qualcosa, qui in Moldavia tiri avanti la carretta senza scopo. Molti di noi, anche giovanissimi, sono costretti a emigrare, chi in Italia, chi in Spagna o Irlanda. Da voi c’è perlomeno la disoccupazione, da noi al massimo ti becchi cento euro. Se hai moglie e figli, cosa ti inventi?”.

Lo sfogo lampante di Boris spiega un fenomeno assai diffuso, quello delle badanti e degli “slavi” immigrati da oltreconfine. Frustrazione: l’oppressione di un futuro inesistente. Con le palpebre involontariamente già calanti, colgo l’ultima storia della serata: quando una persona (che egli sia un contadino o un banchiere fa poca differenza), passa a miglior vita, è tradizione tenere il corpo del defunto dentro casa per tre giorni, ma è ancor più importante offrire vino ai parenti per alleviarne l’animo in vista del funerale vero e proprio. Momento in cui la salma verrà trasportata da un birroccio fino alle porte del cimitero, circondati da pianti e filastrocche, violini e fanfare.

Boltun è immacolata: staccionate in legno mangiate dalle termiti, pozzi a carrucola e casette malferme caratteristichedell’Est Europa. Due bambini giocano a rivoltare la terra di fronte casa. “La vita da queste parti è molto dura e gli uomini il più delle volte non riescono a farsi carico della famiglia. Bevono fino a morire ed è compito delle mogli, spesso, caricarsi il fardello sulle spalle e tirare avanti la baracca. Poi accade che anche le mogli attingano assiduamente al boccione, ubriacandosi per evadere dalla realtà impietosa in cui vivono. È la povertà. L’agricoltura è l’unica via per sopravvivere, per sperare” racconta Anna, passeggiando con le mani intrecciate sopra l’osso sacro. “Tutte le case che vedi contano almeno un morto: per alcool, per fatica, per suicidio. D’inverno le stradine sprofondano nel fango e noi locali siamo tagliati fuori dal mondo civilizzato. I giovani emigrano, i vecchi resistono senza scopo. Sembra che il tempo, qui più che altrove, marcisca edifici e persone. Tutto si sgretola sotto il rullo irrefrenabile della miseria. Non c’è cura, attenzione, speranza. Solo sopravvivenza. L’alternativa? Coltivare, coltivare e continuare a far la fame. In un posto come Boltun, per quanto sereno, ti alzi al mattino, stai dietro a l’orto e la vita intanto scorre sotto al naso. Ecco perché almeno una volta nella vita noi donne partiamo. Faremo le badanti, i lavori più umili forse, ma qui non c’è soluzione. Non c’è niente oltre l’orizzonte piatto”. Al tramonto rimbalziamo ancora su sentieri polverosi e lastricati di buche. Sull’uscio di una vecchia abitazione incontriamo Elena, un’anziana signora di settantasei anni. Ne dimostra novanta, con la schiena ricurva e le grinze profonde. È seduta su un ciocco di legno nei pressi del cortile invaso dalle oche. Sorride cordialmente aprendo la bocca rosa priva di denti. Assicura di saper baciare molto bene e senza avvertirmi afferra la mia testa, stampandomi ben quattro baci sonori: uno sul naso, uno sul mento, uno sulla fronte ed infine l’ultimo sulla guancia. 

Sono convinto che sia meglio vedere almeno una volta che sentirne parlare cento” dice Eugenio una volta tornati a casa, congedandosi senza salutare. Una maestosa cicogna attraversa il cielo turchese. Anna indica il pennuto: "Guarda! Dicono che finché le cicogne voleranno in cielo e avranno un luogo sicuro dove andare, ci sarà sempre una speranza per il nostro mondo”.  La poesia fugace dei luoghi remoti.  

Diari tratti dal libro “Eurasia Express” (Prospero Editore

Matthias Canapini

Matthias Canapini è nato nel 1992 a Fano. Viaggia a passo lento per raccontare storie con taccuino e macchina fotografica. Dal 2015 ha pubblicato "Verso Est", "Eurasia Express", "Il volto dell'altro", "Terra e dissenso" (Prospero Editore) e "Il passo dell'acero rosso" (Aras Edizioni).

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