Migrazioni: dalla Valle Sagrada degli Inca oltre il pregiudizio

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La Valle Sagrada degli Inca - Foto: Wikipedia

Uomo di mezza età, garbato e colto, viaggiatore dall’ottimismo contagioso. Proveniente da una valle meravigliosa del Perù, si è prima trasferito nella capitale del suo paese, vivendo una sorta di prima emigrazione, e poi nel 1990 in Italia per frequentare l’Università.

“Sono venuto in Italia nel 1990 per studiare alla Facoltà di Sociologia, anche se ero già laureato nel mio paese. Prima ho vissuto nella Valle Sacra in Perù fino all’età di dodici anni. Per me era un piccolo paradiso e quando ero bambino aspettavo con ansia il momento delle sagre, un momento di festa e di vera gioia. Ancora ora, quando penso alla mia vita, penso a questa Valle. Ci ho passato lì solo dodici anni, ma a me sembrano molti, molti di più; è un posto che sento dentro di me. Io appartenevo ad una famiglia che stava abbastanza bene: mio padre era insegnante e pure mia madre. Avevamo due stipendi, il che non era così comune all’epoca. Certo, c’erano i proprietari terrieri che stavano molto meglio, ma anche chi molto peggio. Ricordo che alcuni miei compagni di scuola non stavano così bene, con loro la vita non è stata così generosa e alcuni sono morti di tubercolosi. Grazie a Dio oggi anche nella Valle Sacra si sta molto meglio, nessuno muore di fame e l’economia gira. Ormai è diventato pure un luogo turistico.

Poi, dai dodici anni fino ai trenta, ho vissuto a Lima, la capitale del Perù. Lì ho vissuto momento di grande difficoltà perché Lima è una grande città, una realtà completamente diversa dalla Valle Sacra. Anche a Lima, anche se si trova nel Perù, ho vissuto l’esperienza del trapianto. In un certo senso è stata la stessa cosa di arrivare in Italia dal Perù. Dove vivevo da piccolo più o meno tutti ci si conosceva, mentre nella grande città sei anonimo. E poi c’è il pregiudizio. Chi viene dalla montagna è tentato di nascondere le proprie origini. Addirittura dovevi imparare delle parole nuove, nuove espressioni spagnole, impostarti diversamente. Io non potevo dire di essere della Valle Sacra anche se era stata la capitale degli Inca perché altrimenti le persone mi ridevano in faccia. Pensavano che venissi da un posto selvaggio e il guaio è che loro non ci erano mai stati in questi posti. Il loro giudizio si basava solo su pregiudizi. È stato veramente dura e solo dopo molti anni mi sono abituato a questa nuova realtà.

Anche venire in Italia non è stato per niente facile. Ci sono venuto da solo per motivi di studio e grazie a Dio avevo solo un biglietto di sola andata. Se avessi avuto pure quello di ritorno non credo mi sarei fermato qui molto a lungo. Poi mi sono adattato e ambientato e in un certo senso fermato. Ora collaboro con l’Università, mi occupo di storia, ho scritto articoli e libri sul passato e sulla cultura degli Inca ed essendo un sociologo anche di questioni sociali. E poi sono legato all’Italia anche per questioni affettive, infatti, ho sposato una donna italiana.”

Ed oggi? “Ho la cittadinanza italiana, ma mi sento un “cittadino del mondo”, almeno cerco di esserlo. Il mio ideale sarebbe poter vivere in diversi posti. Tre mesi qua, quattro là e così via senza essere troppo legato ad un solo luogo. Molti autori sostengono che vivere in più luoghi è come vivere più volte e per questo dobbiamo viaggiare, sperimentare e buttarci con coscienza in nuove esperienze”

Ma cos’è per lei il viaggio? “Il viaggiare è una forma d’educazione e di esistere. Io ho sempre viaggiato, fin da bimbo, fin da quando ero in fasce. La mia mamma mi ha sempre portato con lei, nel limite delle sue possibilità. Solo in questo modo si cresce curiosi, senza pregiudizi e con gli occhi aperti. Il problema è che c’è chi viaggia, viaggia e viaggia, ma non ha gli occhi per vedere, non è interessato a scoprire e a provare.”

Che cosa significa per lei parlare di migrazione? “Per me, parlare di migrazione deve essere un’occasione per capire l’altro, per comunicare, per far conoscere il proprio paese, nel mio caso il Perù, ma più in generale il Sud America. Tante volte si parla solo del contributo che ha dato l’Europa ai paesi dell’America Latina senza tener conto che lo scambio c’è stato anche nella direzione opposta. Ad esempio i Paesi dell’America Latina hanno contribuito in modo significativo allo sviluppo agricolo dell’Inghilterra, la quale aveva importato dal Perù il guano, un concime ecologica che proviene dagli escrementi d’uccelli che volano lungo le coste del Sud America Latina. Il chinino, invece, è stato importato nel vecchio continente da un principe spagnolo ed è stato somministrato in tutti gli stati europei per debellare questa malattia. Gli esempi si sprecano, ma non va dimenticato che il contributo del Sud America all’Europa non è stato solo di carattere materiale, ma anche culturale. Tutte le utopie sociali, dalla città del sole all’utopia di Thomas More, infatti, sono nate nelle Americhe. Ma nell’Ottocento solo i francesi hanno dichiarato esplicitamente questa origine, mentre tutti gli altri hanno preferito celare questo. L’approccio dominante era eurocentrico e colonialistico e si tendeva a dipingere gli altri come ignorati e inferiori. Anche il linguaggio dei segni, utilizzato per i sordomuti, è stato importato dalle americhe dai francesi illuministi, così come l’idea della previdenza sociale.”

Qual è il vantaggio di questo interscambio? “I popoli migliorano non quando si chiudono in se stessi, ma quando si aprono agli altri. È dallo scambio tra culture e dalla condivisione delle esperienze che si può progredire ed è per questo che ribadisco l’importanza del viaggiare.

Non bisogna mai pensare di essere i migliori; tutti contribuiscono alla storia e al progresso. Niente è completamente bianco, niente è completamente nero. Ma per riconoscere questo interscambio è importante conoscere il passato di tutte le civiltà. Solo la cultura porta a condividere, cooperare e aiutare. L’egoismo, al contrario, si accompagna all’ignoranza; l’ignorante e come il bambino che vuole tutto per se anche se non gli serve.”

E il futuro? “Non bisogna deprimersi. Bisogna essere ottimisti e prepararsi a un futuro sempre migliore. Bisogna vivere al massimo, sperimentare tutto senza limiti. Da quello che posso vedere e sentire le cose stanno migliorando ovunque. Chiaramente tutti dobbiamo contribuire a ciò e cercare di vivere nel miglior modo possibile. La vita è un’esperienza unica e meravigliosa e ne dobbiamo godere. Vivere meglio è una prospettiva allettante per tutti.

Forse questo ottimismo è mio personale. Me lo ha trasmesso mia madre, credo. Era una donna curiosa e voleva sempre vedere e imparare cose nuove. Lei a 86-87 anni fumava, ballava e si godeva la vita e diceva che quelli che non lo facevano erano degli scemi. Aveva un modo di vedere la vita diversa, forse anche perché era laureata. Una delle prime donne a prendere la laurea in è Perù, in anni in cui neanche in Europa era così comune per una donna avere un titolo di studio così alto.

Per quanto riguarda me, spero di poter continuare a viaggiare e raggiungere una sintesi della mia vita. Prima c’è stata la tesi, poi l’antitesi e ora spero la sintesi. Ma anche la sintesi non è facile.”

Veronica De Pedri in collaborazione con Aesse

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