Mattarella e una felicità “pubblica” possibile

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Foto: altoadige.it

Sogno, favola, felicità. Questi tre  termini sono occorsi nel discorso di Sergio Mattarella la sera dell’ultimo dell’anno. In neppure 15 minuti il Presidente ci ha dato una lezione di vita prima che di politica. Una lezione pacata e a tratti dolente, come è il volto di un uomo di Stato che sente la responsabilità di rappresentare una nazione in tempi difficili. Abbiamo visto Mattarella impietrito davanti al feretro di Antonio Megalizzi, l’abbiamo visto con quel suo sorriso mesto dallo studio del Quirinale. Anche quando non parla, Mattarella esprime energia interiore, sentimento, valori. Tutto l’opposto dell’attuale classe dirigente che sproloquia da mattina a sera sui social. Solo da un previo silenzio – prima di tutto nell’animo – possono scaturire parole capaci di oltrepassare la durata di un click.

Per questo il discorso di Mattarella non può essere liquidato sotto l’etichetta dell’abituale retorica presidenziale. E neppure essere ritenuto “di parte”. Perché il Presidente, pur restando ancorato alla realtà dell’oggi, ci ha portato per i “floridi sentieri della speranza”, per citare Manzoni. Oltre le diatribe quotidiane e la guerra civile virtuale che sperimentiamo frequentando la Rete. Mattarella ci ha offerto un orizzonte, quello di sentirci “una comunità di vita” basata sui “valori positivi della convivenza”: un atteggiamento positivo che tutti, a prescindere dalle valutazioni politiche, dovremmo apprezzare, coltivare, diffondere.

Una lezione di vita in grado di riprendere un concetto, quello dei “buoni sentimenti” relegato alla letteratura per l’infanzia, all’ottocentesco libro “Cuore” ormai immiserito dalla volgarità imperante. E arriviamo al nucleo centrale. “Dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia. Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti”. Mattarella si riferiva alla cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, “Felicizia”, che i bambini coinvolti in un progetto dell’Arsenale della pace di Torino, hanno voluto dargli nel corso di una recente visita.

Non si può relegare la felicità al tempo dell’infanzia oppure a pochi momenti intimi e privati. Esiste una felicità pubblica? Mattarella ci dice di sì. Non è l’unico. Si capisce l’intuizione dei costituenti americani che più di due secoli fa hanno inserito la “ricerca della felicità” tra i diritti inalienabili accanto alla vita e alla libertà. I governi sono creati per garantire tali diritti. Questo lo spirito della Dichiarazione di indipendenza del 1776. Quindi la politica deve permettere ai cittadini di perseguire la felicità, secondo la loro sensibilità individuale. Lo Stato non decide quale sia il tipo di felicità che deve andare bene per tutti: se lo facesse si trasformerebbe in un regime totalitario. La scommessa è quella di riuscire a costruire una comunità in cui tutti possano raggiungere almeno un poco di quella realizzazione personale che desideriamo.

Mattarella ci vuol dire che è possibile costruire questa comunità, pure in un tempo in cui sembra persa qualsiasi traccia di direzione. Per qualcuno questo clima tetro in cui è piombato il Paese (lo certificano le indagini del Censis) viene vissuto come il ritorno a un sano realismo, come il risveglio dalla stagione dei sogni. Un realismo duro, che lascia indietro gli ultimi ma che è a sua volta propagandato come l’alba di un sogno identitario e “sovranista” con al centro  il principio del “prima noi”. Su questo si misura una vera differenza. Il mondo muscolare e nazionalista di Trump e Bolsonaro contro quello della vecchia tradizione – rappresentata in questo caso dal nostro Capo dello Stato – che sembra inesorabilmente perdente. Che tipo di felicità propone Trump? Quale via per la convivenza pacifica? Forse nessuna.

Fa impressione vedere filmati in cui criminali nazisti, a fine giornata di ritorno da un campo di sterminio, sono ripresi in scenette familiari, in sorrisi comunissimi, in momenti di apparente felicità privata. Si può essere così? Probabilmente sì, perché è accaduto. Ma senza scomodare quella terrificante stagione, anche oggi corriamo il rischio di crescere nel cinismo, nel cercare soddisfazione benché gli stiano male, ritenendo a volte che il dolore altrui generi la nostra felicità. Non è così, perché alla fine se non si tenta di costruire una felicità “con”, ci si ritroverà inquieti con se stessi e pieni di rabbia contro il prossimo. E la convivenza sociale sarà impossibile.

Articolo pubblicato sul quotidiano “Trentino”

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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