Marocco ed Egitto, carcere per chi critica

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Foto: Nena-news.it

Un anno di carcere – e 103 dollari di multa – è quanto si è visto comminare Gnawi (Mohamed Mounir), rapper marocchino, da una corte di Rabat. E’ accusato di aver insultato la polizia sulla base di un video diventato virale online.

La canzone è “Aach al Chaab”, viva il popolo. Nel video, visto oltre 15 milioni di volte su YouTube, lo si vede con il naso sanguinante attaccare la polizia, criticare il governo per le diseguaglianze economiche e la disoccupazione giovanile, con un diretto riferimento alle proteste popolari nella regione berbera del Rif. Si vedono madri piangere i figli morti in mare nel tentativo di arrivare in Europa, altri usare droghe. Gnawi critica direttamente il re, reato in Marocco.

Durante le udienze in tribunale, il rapper si è difeso affermando di “essere stato umiliato dalla nascita”: “Sono un artista. Il mio lavoro è difendere i diritti miei e della gente. Non è la prima volta che sono stato umiliato dalla polizia”, ha detto in riferimento a un’aggressione subita.

Amnesty International ha definito assurda la condanna al carcere, “un attacco oltraggioso alla libertà di parola”: “E’ chiaramente punito per aver espresso le sue visioni critiche della polizia e delle autorità”, ha detto Heba Morayef, direttrice di Amnesty per Medio Oriente e Nord Africa. 

Diversa la visione governativa: una canzone “provocatoria e ripugnante”, ha detto il ministro per i diritti umani (sic) Mustapha Ramid, senza citare tutte le storture marocchine, dal 25% di disoccupazione giovanile in un paese in cui i giovani sono un terzo della popolazione al gap socio-economico tra centro e periferia.

Intanto, a poca distanza, in Egitto un procuratore ordinava la detenzione preventiva per Ramy Kamel, attivista per i diritti della comunità copta con l’accusa di diffusione di notizie false e appartenenza a organizzazione terroristica. Kamel è il fondatore della Maspero Youth Union, organizzazione nata nel 2011 durante la rivoluzione contro Hosni Mubarak.

Secondo quanto riportato dal suo avvocato, è stato arrestato lo scorso sabato da sette poliziotti in borghese nella sua casa del Cairo. Dopo l’interrogatorio, domenica, la procura ha mosso le accuse e ordinato 15 giorni di detenzione preventiva in attesa di nuove indagini. Raccontano altri membri dell’organizzazione che l’attivista aveva già ricevuto nelle scorse settimane minacce dai servizi segreti: l’arresto se non avesse smesso di criticare il governo. In particolare Kamel ha pubblicato immagini di violenze contro i copti – il 10% circa della popolazione egiziana – in alcune comunità del sud, con famiglie sfrattate con il tacito assenso delle autorità locale.

L’arresto di Kamel si inserisce all’interno dell’ormai radicata politica repressiva messa in piedi dal luglio 2013 dal presidente golpista al-Sisi. Una politica che conta 60mila prigionieri politici – per i quali sono stati costruite una decina di nuove carceri – e il divieto di manifestazione pubblica, una guerra senza quartiere alle ong per i diritti umani e ai media liberi. Come Mada Masr, agenzia indipendente nata nel 2013, poco prima del golpe di al-Sisi, che domenica ha subito un violento raid della polizia.

Alcuni dei suoi giornalisti, tra cui la direttrice Lina Atallah, sono stati portati in una stazione di polizia e rilasciati solo domenica sera. Confiscati computer e cellulari. Il giorno prima, sabato, era stato arrestato per 24 ore, senza che nessuno sapesse dove fosse, Shady Zalat, uno dei redattori dell’agenzia. Probabile che l’aggressione alla redazione di Mada Masr sia collegata alle numerose e approfondite inchieste che compie – e che gli sono costate l’oscuramento in Egitto, come altre centinaia di siti web – su corruzione, crisi economica, gentrificazione.

L’ultima riguarda il figlio maggiore del presidente, Mahmoud al-Sisi, e il suo allontanamento dal paese e dalla carica ricoperta nei servizi segreti per le tensioni generate dalla sua presenza, diretta emanazione del controllo capillare del padre.

Da Nena-news.it

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