Lumen: scrivere con la luce

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Foto: Anna Molinari ®

Da quassù la vista è un angolo tondo di skyline mozzafiato, interrotta ogni tanto, peccato, da tralicci e cavi delle cabinovie che a ciclo continuo portano a monte delle piste assieme a noi soprattutto snowboarders e sciatori, indaffarati in acrobazie più o meno volontarie su una neve che scricchiola di artificiale. Ma è così, come le nuove tecnologie e come la fotografia, anche i trasporti d’alta quota permettono punti d’osservazione nuovi, senza precedenti. E il paragone cade a proposito, se pensiamo che siamo qui proprio per visitare LUMEN, il Museo della fotografia di Montagna di recentissima apertura

Luogo insolito per un museo, suggestivo ed emozionante, la struttura si presta a sperimentazioni olistiche, a partire dal percorso proposto per la visita. Si sale con un ascensore dalle pareti tridimensionali direttamente in vetta, al quarto piano di 1.800 mq di esposizione, e lentamente si scende poi verso valle, seguendo i racconti della storia della fotografia, della montagna… e dei crocevia dove i loro sentieri si sono incontrati. In effetti, proprio grazie alla fotografia la montagna ha cominciato a essere documentata “dall’alto”: se nel passato è stata per lungo tempo evitata perché si pensava fosse abitata da dèi e demoni e rimaneva quindi sacra e intoccabile, con l’avvento del Romanticismo il sentimento verso la natura è cambiato e le montagne sono diventate entità idilliache e sublimi. Prima gli esploratori, e poi gli intellettuali, le montagne hanno cominciato a scalarle e a descriverle creando una letteratura di viaggio nuova e dando avvio a un vero e proprio turismo di montagna, diventato via via un fenomeno di massa grazie anche alla creazione, dal 1870 in poi, di ferrovie e funivie.

E LUMEN è proprio a monte di una di queste opere d’ingegno e meccanica: l’ex stazione della funivia di Plan de Corones, a 2.265 metri, è diventata da dicembre 2018 il museo progettato dall’architetto Gerhard Mahlknecht e allestito da Giò Forma e dal suo gruppo di lavoro che, anche attraverso collaborazioni di rilievo come quella con National Geographic, ci racconta come l’avvento della fotografia d’alta quota abbia contribuito a far diventare improvvisamente la montagna molto più accessibile, sia in termini di informazioni e prospettive, sia in termini di utilizzi e sfruttamento.

Mi sporgo a guardare fuori da una delle grandi vetrate che caratterizzano il museo e, cosa ormai frequente, vedo un paio di ragazzi che stanno scattando qualche foto prima di lanciarsi giù per queste pendenze innevate: la fotografia come “ricordo”, a cui siamo ora per gran parte abituati, non è sempre stata così rilevante. All’inizio ci si è limitati, per esempio, alla “fotogeologia”(fotografia di montagna dedicata alla ricerca scientifica), sviluppata da Aimé Civiale tra il 1850 e il 1882 grazie alla realizzazione di circa 150 dagherrotipi (campioni unici esposti su vetro sensibilizzato o metallo, stabilizzati in soluzioni chimiche complesse, con tempi di esposizione tra 25 minuti e 25 secondi) per l’Accademia Francese delle Scienze. Un’occupazione costosa, rischiosa e decisamente ingombrante: si pensi che l’attrezzatura fotografica pesava circa 250 chili. 

Dalle origini della fotografia di montagna ai tempi dei fratelli Bisson (luglio 1861), elaborata con il processo al collodio umido e con stampe di albumina o gelatina d’argento, passando per le lastre di vetro e la stereoscopia, fino alla pellicola in celluloide di Eastmann e Goodwin e alle digitalizzazioni attuali, passeggiando tra le sale di LUMEN si ha la sensazione di percorrere un viaggio nel tempo, giocato su realtà e testimonianze, ma anche su illusioni oniriche e speranze.

Tutti i tentativi di fotografare sopra la linea degli alberi falliranno a causa di ostacoli tecnici insormontabili”, disse John Ruskin prima di essere travolto e smentito dai progressi di una tecnica che si colloca nell’ambito della fisica, più precisamente in quello dell’ottica geometrica che studia la luce nella sua propagazione e interazione con la materia, ma che molto deve anche alla chimica e all’arte. 

Già, fotografia… che porta un nome evocativo e denso di significato come quello che unisce le parole greche “φῶς” (phos, luce) e “-γραφή”, (graphè, disegno, scrittura) e che è gesto di scrittura attraverso la luce: rifletto sulla poesia di questa etimologia da giornalista e da amante della montagna mentre, seduta davanti all’enorme shutter che ora occupa il posto del precedente ingresso della funivia, lo sguardo si perde tra le immagini. Sulla parete dell’otturatore chiuso rotolano panorami che poi, come dentro una macchina fotografica, si spalancano davanti agli occhi nella loro imponente realtà, lasciando spazio allo spettacolare orizzonte delle Dolomiti. Penso allora che fotografare sia una responsabilità troppo spesso sottovalutata: è ripetere il delicato processo dell’occhio umano, regalando sguardi nuovi e personali di un mondo che condividiamo e che qui, davanti alla maestà un po’ bistrattata di cime innevate in lontananza e boschi di abete rosso dagli aghi gelati, offre una perfetta testimonianza del suo essere inestimabile patrimonio dell’umanità

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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