Lotta alla disuguaglianza, quale ruolo per le imprese sociali?

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Qualche anno fa l’economista Milanovic aggiunse al dibattito sulle disuguaglianze il caratteristico tratto del “grafico dell’elefante”, a rappresentazione della distribuzione del reddito rispetto alla popolazione mondiale nel ventennio 1988-2008. Semplificando al massimo, la parte centrale della schiena dell’elefante rappresentava la classe media, che vedeva alle spalle le classi medie emergenti rincorrerla e di fronte a sé la proboscide (l’1% più ricco) alzarsi e allontanarsi. Cosa è successo nei dieci anni successivi?
Prima di descrivere la condizione attuale, farei una precisazione. La rappresentazione di Milanovic è servita ad avere uno scenario complessivo; essendo su scala globale, si è inevitabilmente scontrata con i limiti della qualità dei dati (a seconda del paese, di differente natura e attendibilità) e di interpretazione degli stessi, soprattutto in termini di differenze socio-economiche dei contesti-paese (chi sta in basso nella scala di reddito in Burkina Faso si confronterà, per testare il proprio grado di malessere, con il ricco della propria comunità, non certo con il ricco di Manhattan). Ciò premesso, che cosa è accaduto in tempi recenti? A livello globale, abbastanza poco. In un periodo breve (meno di un decennio, considerato che i dati più aggiornati risalgono al 2016 o 2017) i cambiamenti per un fenomeno come la disuguaglianza sono necessariamente piccoli. Direi che l’elefante di Milanovic non si è modificato, più o meno le cose sono continuate ad andare nello stesso modo, con qualche fenomeno che si è leggermente attenuato e qualche altro accentuato. In generale, però, trovo che gli elementi più interessanti si possano leggere a livello del singolo paese.

In Italia cos’è accaduto?
Molto dipende da quali disuguaglianze di reddito si considerano, se relative a redditi di mercato, quindi prima dell’azione di redistribuzione dello Stato, o redditi dopo l’azione redistributiva. In Italia possiamo fare riferimento a dati del 2016, in qualche caso del 2017 (da fonti Eurostat - Eu Silc, Banca d’Italia, dichiarazioni fiscali – che però non contemplano evasori e classi molto povere che non presentano dichiarazione). Se si guarda ai redditi di mercato, in Italia – ma anche in altri paesi europei – negli ultimi anni si è assistito ad un notevole aumento delle disuguaglianze, che l’azione redistributiva dello Stato ha in qualche modo attenuato (l’andamento dei redditi disponibili, a differenza di quelli di mercato, non è infatti peggiorato).

E cosa è accaduto ai più ricchi, all’1% della popolazione che percepisce i redditi più elevati?
È un segmento di reddito che non solo persiste, ma in molti paesi – Stati Uniti in primis – continua a concentrare sempre più reddito. Un fenomeno presente anche in Italia, anche se in misura minore. A questo aggiungerei un ulteriore elemento, di certo non nuovo, ma importante: stando a dati recenti, nei paesi in cui la disuguaglianza nei redditi di mercato è alta, la mobilità sociale è sempre più bassa: i ricchi sono molto frequentemente figli di ricchi, i poveri sono in moltissimi casi figli di poveri. Per rappresentare la disuguaglianza dei redditi oggi, riassumendo, partirei da una lettura di questi tre fattori: l’andamento dei redditi di mercato, la concentrazione al top e l’andamento della mobilità sociale.

Lei è tra i promotori del Forum Diseguaglianze Diversità, che ricordiamo nasce per mettere al centro del dibattito pubblico il tema delle diseguaglianze e per far emergere proposte che ne attacchino le cause. Che cose ci può dire delle attività del Forum?
La prima cosa che sottolineerei è la novità della formula. Negli ultimi due anni il Forum è riuscito a coinvolgere oltre cento persone tra accademici, ricercatori, cittadinanza attiva e organizzazioni: un’alleanza tra cittadini organizzati e mondo della ricerca – un think tank unico nel suo genere – impegnata a proporre e a cercare di realizzare azioni di policy e collettive che riducano le disuguaglianze e aumentino la giustizia sociale.

Qualche mese fa avete lanciato “15 proposte per la giustizia sociale”. Quali sono i principali filoni? 
Semplificando, la premessa di quest’iniziativa è che le disuguaglianze sono frutto principalmente di politiche pubbliche errate, di un minore potere del lavoro, di un cambiamento del “senso comune”. Le 15 proposte si ispirano all’ultimo libro di Anthony Atkinson – Inequality. What Can Be Done? – nel tentativo di declinare le sue sollecitazioni in linee guida operative per il nostro Paese. Si tratta di proposte che non riguardano un intervento a tutto campo sulla disuguaglianza, ma soprattutto i meccanismi che possono prevenirne la formazione invece di correggerla. In questo senso, c’è molta attenzione a quella che si chiama pre-distribuzione, ossia il tentativo di evitare che nel mercato si generi una disuguaglianza forte, una distribuzione sperequata dei redditi. Alcune proposte riguardano quindi il progresso tecnologico (per evitare che questo generi disoccupazione e disuguaglianze di mercato), oppure il ruolo dei lavoratori nelle imprese, o il passaggio della ricchezza nel ricambio generazionale etc.

Il lavoro che svolgete è un pungolo alla politica (che ascolta? interagisce?) e ad una serie di altri soggetti – università, centri di ricerca, terzo settore, corpi intermedi – al fine di agire “meglio” e “prima” su questi temi. Che feedback avete ottenuto?
In ambito politico c’è stato un certo interesse, anche se per il momento rimane a livello di attenzione, non certo di traduzione in un programma di implementazione delle proposte. Alcune tesi, poi, rimandano al tema della ricerca e dell’università, in quanto uno degli obiettivi dell’iniziativa è di tipo culturale e di sensibilizzazione. Le università, ad esempio, sono spesso disattente all’impatto della ricerca e dell’insegnamento sulla giustizia sociale. Alcune azioni di prevenzione potrebbero consistere nell’introdurre la giustizia sociale nella valutazione della terza missione delle università, oppure nel valutare gli effetti dell’insegnamento universitario sulla forbice di competenze generali dei giovani osservata all’inizio e al termine del percorso universitario.

Le prossime mosse rispetto alle 15 tesi?
Nel Forum è già in atto un piano di lavoro (fino a giugno 2020) per la creazione di squadre (composte da membri del Forum, organizzazioni partner e altre istituzioni) che possano portare avanti ogni singola proposta, in un piano di “messa a terra” delle tesi per farle camminare nel concreto.

Una domanda un po’ provocatoria, ma che vuole in realtà essere da stimolo. Abbiamo fatto un esercizio bieco: preso il rapporto sulle 15 proposte e – attraverso un “trova parola” – ricercato segnali del ruolo che potrebbe avere il Terzo settore (usando una serie di parole chiave: impresa sociale, cooperativa sociale, cooperazione sociale, terzo settore, non profit etc.). Il campo del “trova” rimane vuoto. E’ presente invece un’intera tesi dedicata ai Workers Buyout, che sono certamente un’esperienza importante ma, se confrontati con l’universo delle imprese sociali, davvero poca cosa, anche dal punto di vista occupazionale oltre che sociale. Ripercorrendo i temi delle 15 proposte, in quali ritiene che l’impresa sociale possa dare un contributo, se non risolutivo, sostanziale?
Si, al momento non ci sono riferimenti al ruolo delle imprese sociali, ma questo non significa che non ce ne saranno in futuro. Diciamo che le proposte allo status quo si concentrano più su di un obiettivo culturale, come detto, e su meccanismi pre-distributivi. A mio avviso, sul ruolo delle imprese sociali va fatto però un ragionamento proprio in termini di pre-distribuzione. Uno dei grandi problemi alla base delle disuguaglianze è, sul piano del reddito, come viene distribuito il reddito all’interno delle imprese, e, sul piano del benessere dei lavoratori, come viene organizzato il lavoro nell’impresa (e quindi su come si creino o meno situazioni di disuguaglianza in senso di lavoro migliore o peggiore). Su questi due aspetti, un modo “diverso” di gestire le imprese è evidentemente fondamentale. Le imprese sociali sono quindi rilevanti, non solo rispetto all’utilità sociale dei servizi che offrono, ma per il modo in cui producono e redistribuiscono il reddito. E questo significa fare un’attività di pre-distribuzione molto importante. Stando ai dati, in quasi tutti i paesi, nelle imprese tradizionali è aumentata sia la quota di reddito che va al capitale sia il livello delle retribuzioni dei top manager (altra fonte di disuguaglianza). Avere un’impresa che non guarda ai profitti di breve periodo con ossessione e che garantisce una più equa distribuzione del reddito, significa fare un’attività di pre-distribuzione molto importante e attenuare fortemente le cause delle disuguaglianze.

L’economista Rajan nel suo ultimo libro “Il terzo pilastro. La comunità dimenticata da stato e mercati”, mette in risalto l’esigenza di recuperare – anche per creare un sistema meno iniquo – un ruolo della comunità, intesa non solo in senso geografico, ma che funzioni da equilibratore tra i due pilastri (stato/mercato, pubblico/privato); poi leggendo il libro si scopre che non dice come, cioè attraverso quali istituzioni concrete. Nella lotta alle disuguaglianze, secondo lei quali sono le potenzialità in mano ad attori di prossimità come possono essere le comunità locali, la cittadinanza attiva, e più in generale quelle che potremmo chiamare “comunità intraprendenti”? 
Il libro in effetti, per questo specifico aspetto, delude un po’ le aspettative. Anche se qualche esempio concreto in realtà viene fatto, sebbene rispetto ad un’accezione di comunità forse leggermente diversa da quella a cui istintivamente pensiamo. Semplificando molto, il tema che pone è di ricreare uno spirito cooperativo all’interno di piccole realtà; rifacendosi anche ad un approccio sociologico alla Banfield (tra l’altro molto criticato, per la sua ricerca – di grande successo – nel piccolo paese della Basilicata, dal nome fantasioso di Montegrano) imperniato sul concetto di familismo morale (per cui si tengono comportamenti etici solo nei confronti della propria famiglia), Rajan sostiene che il punto è ricostruire un approccio cooperativo laddove invece “ognuno pensa ai fatti suoi” (distruggendo così beni comuni, beni pubblici etc.). In questi termini, si può essere d’accordo con lui, ma condivido che il vero problema sia “come” farlo. Una strada è dimostrare che i comportamenti orientati alla cooperazione – attraverso rinunce private a favore di un bene collettivo – alla fine fanno stare meglio tutti. Ma proprio tutti? Io credo di no, c’è qualcuno che sta peggio. La situazione di partenza delle disuguaglianze è oggi tale per cui la forza di quelli che stanno peggio rischia di impedire lo sviluppo di uno spirito cooperativo. Quindi bisogna aver ben chiaro che, se si vuole vincere la battaglia della disuguaglianza attraverso un atteggiamento comunitario e cooperativo, bisogna combattere contro i potenziali perdenti, che però sono molto potenti. Uno spirito comunitario richiede di risolvere i problemi in maniera più “pubblica” e meno individualistica, modificando di conseguenza lo status quo; ma questo significa che ne sarà danneggiata quella (piccola) fetta di popolazione che dallo status quo trae vantaggio. Questo effetti vanno messi in conto e non sono altro che una riprova dell’importanza della sensibilizzazione rispetto ad una cultura di tipo cooperativo e sociale, di cui tutti noi dobbiamo farci carico per ambire a cambiamenti significativi anche nella lotta alle disuguaglianze. A questo scopo sono indispensabili attori in grado di far prevalere, nelle diverse attività, il sociale sull’individuale.

Silvia Rensi e Federico Zappini da vita.it

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