Living Library: a Cremona i rifugiati “diventano libri” e sfidano i pregiudizi

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Foto: Mark Nanko ®

Quante volte abbiamo giudicato un libro solo dalla copertina e lo abbiamo magari scartato, senza neanche avvicinarci al contenuto. Così accade anche per gli esseri umani: li misuriamo per come appaiono all’esterno, per il loro modo di vestire, per il colore della pelle, per le “recensioni” negative. La verità è che spesso non conosciamo affatto la loro storia e da questa ignoranza può nascere la curiosità o – soprattutto di questi tempi – la paura e il rifiuto. Eppure a volte basta un incontro per accendere la scintilla: come è accaduto alla Living Library” di Cremona, la “biblioteca vivente” organizzata dal Comune insieme agli enti co-gestori del progetto Sprar (il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), come evento conclusivo della Settimana del Rifugiato 2018. Issa, originario del Togo, Wasfi, giovane curdo, Aboubakar, Yacouba e i loro compagni si sono trasformati per l’occasione in “libri viventi”, con pagine fatte di suoni, sguardi, gesti, e le loro storie a disposizione dei passanti incuriositi che si sono pian piano addensati in piazza Roma, attirati dai gazebo e dai cartelloni colorati. Storie di ragazzi rifugiati e richiedenti asilo, dato che molti provengono dal progetto Sprar cittadino, ma non solo: “Hanno partecipato anche seconde generazioni e cittadini di paesi terzi appartenenti alle associazioni e alle comunità di migranti residenti a Cremona” spiega Anna Lodeserto, Policy Advisor presso lo Sportello Antidiscriminazioni del Comune di Cremona, e tra le organizzatrici del progetto. Racconta come l’iniziativa sia stata un grande successo: “Sono venute più di mille persone e ciò che più ci riempie di soddisfazione è che ha raggiunto davvero tutti, anche chi normalmente non parteciperebbe a questo tipo di eventi: dal signore che andava a fare la spesa al mercato, all’anziano che faceva la passeggiata”.

Il principio è quello di una vera e propria biblioteca: i passanti all’arrivo trovano un catalogo con dei titoli e scelgono quello che più li incuriosisce o li interessa, anche più di uno. Quindi, raggiungono il “libro” scelto, ovvero uno dei ragazzi nel proprio gazebo, e si preparano ad ascoltare. Non prima, però, di aver accettato alcune regole base: “Ascoltare la storia con rispetto e considerazione è fondamentale, anche se durante la narrazione possono emergere elementi di disaccordo. Il momento delle domande e del dialogo, anch’esso prezioso, arriverà a racconto finito”. Ogni storia durava circa 30 minuti. “Sono state preparate prima, attraverso degli incontri appositi – continua Lodeserto – Il metodo vorrebbe che fossero storie autobiografiche ma, nel nostro caso, alcuni partecipanti erano molto timidi o con poca conoscenza della lingua ospite, per cui non abbiamo posto quest’obbligo. Ad esempio, l’unico curdo del gruppo ci teneva a narrare la storia del Kurdistan, un altro partecipante aveva sia la propria storia personale sia un pezzo di teatro, intervallati da alcune poesie della cultura ospite, dato che sta studiando l’italiano”. Così, tramite la parola e il racconto orale, un primo legame di fiducia si è creato con i passanti, tra cui spiccavano gli anziani. “Potevano anche non essere dei grandi lettori, eppure erano curiosissimi. Uno di loro, ad esempio, ha riempito i ragazzi di domande: ma erano il tipo di domande, anche buffe e indiscrete, che un nonno farebbe al nipote tornato da un viaggio. Per cui non ci siamo preoccupati e questa persona se n’è andata via molto contenta e soddisfatta. Succede infatti che eventi come questo possono aiutare a costruire relazioni che, magari, all’interno della famiglia non si hanno più. In ogni caso, contribuiscono a ricreare un rapporto di fiducia o addirittura a costruirlo da zero”.

Una familiarità che si riscopre a poco a poco, attraverso il contatto visivo, il suono della voce, una storia che è anche uno spaccato di umanità nel quale riconoscersi e ritrovare elementi comuni, così come infinite diversità con cui arricchirsi. L’intento è anche quello di superare eventuali pregiudizi e stereotipi verso le diversità, che era anche lo spirito con cui l’evento fu creato per la prima volta in Danimarca, nel 2000, dall’associazione danese Stop the Violence, dopo un fatto di cronaca a sfondo razzista che aveva colpito un amico dei giovanissimi fondatori. L’iniziativa ebbe un successo tale che nel 2003 fu riconosciuta come buona prassi dal Consiglio d’Europa e, come tale, incoraggiata ed esportata in tutto il mondo. Da qui la creazione di una metodologia comune, ma pienamente adattabile a seconda degli spazi e delle esigenze di chi la propone: al chiuso, all’aperto, in una biblioteca vera, nell’ambito di festival e manifestazioni. A Cremona, ad esempio, si è scelto di farlo all’aperto, in piazza, proprio per favorire il clima di camminata in libertà, senza nessun tipo di obbligo. 

Difficile non uscirne cambiati, almeno un poco. “Per i ragazzi-libri è stato un momento quasi terapeutico, di recupero dell’atto creativo, così come della fiducia e della sicurezza in loro stessi; per i passanti un’occasione di incontro e di scoperta, e a volte di messa in discussione di stereotipi e pregiudizi”. Certo qualche timore c’era: ad esempio, che il momento di dialogo si trasformasse in una sorta di question time su immigrazione e attualità, su cui i ragazzi erano comunque preparati, così come gli operatori sempre a disposizione in caso di necessità. “Per fortuna non è servito: il tempo della narrazione si è conservato, così come lo spirito della manifestazione è stato colto in pieno da tutti”. E il clima di xenofobia e razzismo che si respira soprattutto negli ultimi tempi? Secondo Anna Lodeserto bisogna guardare innanzitutto alle persone, più che ai messaggi e alla propaganda, e da lì continuare a lavorare per la costruzione di un futuro più inclusivo. “Nelle piccole e medie città esiste forte il problema della solitudine – spiega – Grazie all’accesso a Internet, molte persone prima escluse sono passate dall’invisibilità totale alle chat e ai social, in cui scrivono ossessivamente, spesso senza avere sufficienti strumenti di interpretazione della realtà”. E’ così che momenti di incontro con le cittadinanze – come le Living Library ma non solo – diventano ancora più importanti: “Aiutano a ricostruire rapporti di fiducia autentici, fondati sul faccia a faccia, uscendo finalmente dalla solitudine degli schermi”. Il concetto di base tutto sommato è semplice, espresso magnificamente dalle parole di Walt Whitman che campeggiavano sui cartelloni della manifestazione: Straniero, se tu passando mi incontri e desideri parlare con me, perché non dovresti parlarmi? E perché io non dovrei parlare con te? 

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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