Liberare i semi: custodi di biodiversità in Cile

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I semi non hanno cognome né nazionalità. Sono l’eredità che ci hanno lasciato comunità indigene, contadini ed agricoltori, prodotto di un lungo processo di “addomesticamento” ed evoluzione, attraverso migliaia di anni, fin dall’inizio delle pratiche agricole. Sono parte della nostra storia, della nostra memoria, la base della sicurezza e della sovranità alimentare, e devono essere liberi”.

Così recita il manifesto della “red de semillas libres”, la rete dei semi liberi cilena, che, assieme a decine di reti omologhe nel continente latinoamericano, si occupa di conservare e promuovere lo scambio di semi per garantirne la sopravvivenza e preservare la biodiversità. La rete è aperta a chiunque voglia contribuire alla difesa, protezione e diffusione dei semi autoctoni, assieme alla salvaguardia e al riscatto delle identità ancestrali dei popoli latinoamericani.

Il popolo Mapuche, i cui discendenti vivono ancora in Argentina e Cile meridionali, è l’ispiratore del Trafkintu, una cerimonia ancestrale utilizzata per lo scambio di beni, che viene tuttora usata nella red de semillas libres per scambiare semi. In passato, una comunità  solitamente inviava un messaggero presso un’altra, per invitarla a realizzare un baratto. Il rapporto che si instaurava tra le comunità permetteva uno scambio tanto economico quanto sociale, consolidando sia i rapporti tra di esse, sia l’economia comunitaria. Questa si andava arricchendo infatti, sia pure in assenza di denaro, di beni provenienti dall’esterno.

Questo tipo di cerimonia è tuttora in uso per lo scambio di semi e piante all’interno della red de semillas libres, sebbene sia andata modificandosi e non sia più prerogativa esclusiva delle popolazioni indigene. Ora il baratto si può realizzare in qualunque momento vi sia la necessità di scambiare semi e piante ed il sapere ancestrale prende così forma in una pratica concreta, in una partecipazione diretta delle persone interessate. Non si tratta di un semplice scambio di semi, l’incontro è accompagnato infatti da cerimonie e momenti conviviali, in cui assume nuova importanza la conoscenza relativa a ciascun seme: il luogo di provenienza, i sistemi di cura della pianta, i metodi di riproduzione dei semi. I semi destinati allo scambio sono inoltre “puliti”, liberi cioè da agenti chimici, modificazioni genetiche e brevetti.

Le persone che custodiscono i semi si chiamano “guardiani” o “curatori” di semi, e sono depositarie di un sapere unico, tramandato di generazione in generazione. Essi custodiscono specie vegetali che se non venissero riprodotte andrebbero irrimediabilmente perdute. Ciò è tanto più significativo se si pensa che, secondo stime della FAO, tra il 1900 ed il 2000 è andato perduto il 75 per cento della diversità delle colture. La maggior parte degli agricoltori di tutto il mondo ha preferito infatti passare a varietà di colture geneticamente uniformi, ad alto rendimento, abbandonando molte delle varietà locali. La biodiversità è irrimediabilmente compromessa, con un conseguente impatto non solo a livello di perdita biologica e culturale, ma anche per la diminuzione dell’apporto nutrizionale degli alimenti che derivano dall’impoverimento delle varietà disponibili.

E’ di grande rilevanza, inoltre, il ruolo delle multinazionali in tale perdita di biodiversità: secondo una ricerca promossa da Vía Campesina e Grain, solo tre multinazionali - Monsanto, DuPont Pioneer e Syngenta - controllano più della metà del mercato mondiale dei semi.

I guardiani e guardiane di semi sono coloro i quali conservano, producono, moltiplicano, difendono e condividono uno o più semi nativi, e possiedono la conoscenza associata a ciascun seme, relativa ai metodi di riproduzione e coltivazione. Insieme a loro si riuniscono nella red de semillas libres semplici “amanti dei semi”, persone di varia estrazione che hanno preso coscienza dell’importanza di questo tipo di lavoro di cura e protezione delle specie. La rete funziona in maniera assembleare, attraverso nodi sparsi sul territorio, e organizza una serie di attività educative e di formazione, oltre che di sensibilizzazione riguardo all’importanza della biodiversità e della sovranità alimentare.

In Cile vari associati alla rete si sono recentemente costituiti come cooperativa (aprile 2015): la cooperativa si chiama Semilla Austral e ha la sua sede centrale a Valdivia, ma i suoi membri sono presenti in varie altre località del paese. Tra gli obiettivi della cooperativa vi è quello di sostenere economicamente le attività della rete, commercializzando semi e prodotti da essi derivati. Inoltre si propone di consolidare le attività di formazione ed educazione destinate sia ai membri della rete stessa, sia alla comunità più in generale. Uno degli obiettivi a lungo termine della cooperativa e della rete è la creazione di una banca viva dei semi, con semi mantenuti in costante riproduzione, capaci di assicurare la conservazione della biodiversità per le generazioni future.

I membri della rete ritengono che parte della soluzione alla crisi climatica possa venire dai custodi dei semi, dai piccoli agricoltori e produttori che difendono questa incredibile ricchezza. Riprendono inoltre quanto denunciato da Grain e la Via Campesina, che imputano al sistema agroindustriale di produzione di alimenti l’emissione di almeno la metà dei gas responsabili dell’effetto serra. E’ questo il messaggio che porteranno alla XXI Conferenza sul Clima, che si terrà a Parigi in dicembre. 

Michela Giovannini

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