Le vie dell’acqua sono finite?

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Foto: Asianews.it

Nelle scorse settimane in Thailandia dal rubinetto di diverse zone della capitale usciva acqua salata. Per il Dipartimento meteorologico nazionale, i cittadini di Bangkok stanno sperimentando uno degli effetti della più grave siccità degli ultimi 40 anni. Surapong Sarapa, responsabile delle previsioni presso il Dipartimento ha dichiarato che “La stagione secca è arrivata prima quest’anno. L’assenza o scarsezza di pioggia sta avendo ripercussioni sia sull'acqua utilizzata per l'agricoltura, sia su quella potabile. Il fenomeno potrebbe colpire più parti del Paese rispetto al passato”. Il Dipartimento reale per l’irrigazione ha affermato lo scorso mese che la metà delle principali riserve d’acqua nel Paese stanno operando al 50% della loro capacità e le due più importanti dighe della Regione, gli impianti di Chao Phraya a Chai Nat e Pasak Jolasid a Lop Buri, hanno cominciato a rilasciare un maggiore quantitativo d’acqua. In questo modo, gli esperti governativi contano di interrompere l’intrusione del mare nelle condutture di Bangkok e delle località limitrofe. Ma per quanto?

Per gli analisti di Bank of Ayudhyain una nazione dove circa 11 milioni di persone lavorano nel settore agricolo, la siccità che minaccia i raccolti rischia di avere un impatto nefasto sull’economia, innescando una spirale verso il basso. Per questo il Governo ha istituito un “comando centrale” per rispondere all’emergenza e stanziato 6 miliardi di baht, circa 198 milioni di dollari Usa, per prevenire interruzioni alle forniture idriche e il primo ministro thai Prayut Chan-ocha ha esortato i cittadini a ridurre al minimo i consumi d’acqua. Basterà? Forse per dissetare ancora gli abitanti di Bangkok sì, ma non certo per limitare la siccità che da mesi affligge il sud-est asiatico dove i livelli di tutti i fiumi si sono ridotti in modo drastico. In Laos lo scorso anno, secondo i dati del ministero delle Politiche agricole e forestali, gli agricoltori laotiani hanno piantato riso solo sul 50% dei circa 850mila ettari di terra coltivabile. In Laos, più del 60% dei campi agricoli è destinato alla coltura del riso e la a maggior parte delle province produttrici si trova lungo il fiume Mekong. 

In particolare nella provincia laotiana settentrionale di Luang Namtha, una delle più colpite, per il terreno troppo secco gli agricoltori hanno potuto piantare riso in 5.296 ettari su un totale di 9.678, poco più della metà della terra disponibile. Il risultato e stata una produzione di riso nel 2019 inferiore di oltre 17.500 tonnellate rispetto alla produzione del 2018. Similmente la siccità si è abbattuta anche su più di 7mila ettari di risaie nella provincia di Vientiane. Il riso è stato piantato su 37.963 ettari, ma 2.271 di questi si sono seccati e altri 4.800 ettari erano già troppo aridi per poter piantare il cereale. Nella provincia di Borikhamxay, nel Laos centrale, gli agricoltori lo scorso anno hanno perso quasi tutte le loro piante, mentre quelli di Pak Song, nella provincia meridionale di Champassak e quelli della provincia di Oudomxay (nord-ovest) sono stati in grado di piantare riso solo sul 60% dei 16.200 ettari di terra coltivabile. Solo quelli nella provincia di Khammouane, nel cuore del Laos, sono riusciti ad utilizzare il 90% degli 84mila ettari a disposizione. In ogni caso le autorità provinciali nel 2020 hanno deciso di mettere a disposizione degli agricoltori gratuitamente semi di riso in più, anche se ciò potrebbe non bastare nel caso si ripetesse un’annata come la precedente

La siccità nel sud-est asiatico ha colpito anche il sistema dei trasporti: i bassi livelli dell’acqua nel Mekong settentrionale hanno reso impraticabile questa via di comunicazione e trasporto fondamentale per il traffico navale. Le navi mercantili cinesi e tailandesi non possono navigare tra la città di Luang Prabang ed il Triangolo d'oro, dove i confini di Thailandia, Laos e Myanmar si incontrano alla confluenza dei fiumi Ruak e Mekong. Secondo Bounthong Souvannahan, vicedirettore del Dipartimento di meteorologia laotiano, “nel 2019 le precipitazioni nel Paese sono state la metà di quelle nel 2018” e “le dighe cinesi e laotiane hanno rilasciato il 50% in meno della solita quantità di acqua annuale”. Le dighe idroelettriche di questo Paese sorte principalmente lungo il Mekong, come la diga di Xayaburi del Laos e quella cinese di Jinghong, che trattengono l’acqua per produrre e vendere energia, stanno aggravando il problema per gli agricoltori ed i residenti a valle, che dipendono dal fiume per la propria sopravvivenza. 

In Cambogia, infine, non se la passano meglio. Neth Pheaktra, portavoce e segretario di Stato per il ministero dell'Ambiente nel 2019, è arrivato a raccomandare ai coltivatori di riso “di astenersi dal piantare nuove colture” e gli esperti del Governo si aspettano una situazione simile anche durante questo 2020. Le comunità di 16 province cambogiane hanno a più riprese lamentato carenze idriche dovute a temperature più alte della media: una dura realtà per una nazione più abituata ad affrontare le inondazioni che non la siccità. E che siccità! Un affluente del fiume Tonle Sap nella provincia di Kampong Thom, si è totalmente prosciugato e gli agricoltori che sono soliti procedere al raccolto di riso più volte l’anno sono stati costretti a dimezzare la produzione. Oggi circa il 75% dei terreni agricoli in Cambogia è dedicato alla coltivazione del riso e secondo i dati dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), il Paese esporta circa il 3% dell’offerta mondiale. Anche per questo la crisi idrica che nel 2019 ha attraversato il sud-est asiatico anche in questo 2020 e indipendentemente dal cambiamento climatico in atto, avrà con buona probabilità delle ripercussioni economiche ed alimentari molto preoccupanti.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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