Le nuove frontiere dell'ENI

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Piattaforma Eni

L'ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) - oggi la principale azienda multinazionale controllata da capitale italiano - è una holding che opera in ambito energetico, principalmente nei settori strategici del petrolio e del gas, anche se rimane attiva nel petrolchimico e nei servizi.

Fondata nel secondo dopoguerra, sull'onda del Piano Marshall voluto dagli americani per ricostruire sotto il loro controllo l'Europa occidentale, l'ENI oggi raggruppa l'AGIP, fondata nel 1926 e incorporata nel 1997, la SAIPEM, la SNAM e l'Italgas, oltre ad altre decine di società minori. L'ENI gestisce un enorme impero energetico attivo in 67 paesi con 60mila dipendenti (la metà di quanti ne aveva nel 1992) e dichiara una produzione di 1,54 milioni di barili al giorno. L'obiettivo è quello di arrivare a 1.8 milioni di barili al giorno entro il 2006. Nel 2001 l'ENI ha fatturato circa 48 miliardi di euro con un utile di 4.593 milioni di euro. Nel 2002 la contrazione del prezzo del petrolio ha ridotto gli utili che comunque rimangono molto alti. Attualmente l'ENI è controllata dallo Stato (33,2% delle azioni) mentre tutti gli altri azionisti maggiori - S. Paolo IMI SPA, Fondazione Monte dei Paschi di Siena e due gruppi americani - non possiedono più del 2,5% delle azioni.

L'AVVENTURA NEL MAR CASPIO: LA CONQUISTA DEL KAZAKISTAN

"Dobbiamo crescere - dichiarava il 17 novembre 2001 a "Il Sole-24 ore" l'amministratore delegato Mincato - Vogliamo entrare nel gotha delle super major. Ci arriveremo sia attraverso le acquisizioni sia grazie ai risultati delle nostre esplorazioni". Con l'acquisto dell'inglese Lasmo ma soprattutto con la penetrazione nel Mar Caspio, l'ENI sembra aver raggiunto il suo ambiziosissimo obiettivo. In Kazakistan - che ricopre un ruolo chiave nella regione poiché le sue riserve di petrolio e gas sembrano superiori a quelle dell'Azerbaigian, tanto propagandate dagli americani nei primi anni '90 - l'ENI sta svolgendo un ruolo di primo piano sia a Kashagan, sito off shore considerato uno dei giacimenti più grandi fra quelli scoperti negli ultimi 30 anni, che a Karachaganak, giacimento sito nelle sperdute steppe del nord ovest kazako. Il giacimento di Kashagan, che dovrebbe divenire operativo nel 2006 arrivando a pieno regime nel 2015, rappresenta un successo senza precedenti poiché l'ENI è riuscita a vincere la concorrenza dei colossi petroliferi mondiali divenendo operatore unico.

Ma l'ENI non è presente solo in Kazakistan. In Azerbaigian l'ENI fa parte, in società con i russi della Lukoil, del consorzio multinazionale che esplora l'area off-shore di Shack Denitz mentre nel nord della provincia russa di Astrachan, a poche decine di chilometri dal confine kazako, l'ENI sta operando dal 2001 una campagna di sondaggio in società con un altro gigante russo, la GAZPROM.

Il Mar Caspio rappresenta, insieme all'Iran con il quale sono stati raggiunti alcuni maxi accordi fra il 1999 e il 2001 con francesi e iraniani, la nuova frontiera energetica dell'ENI. Si tratta di una vera "rivoluzione" se si considera che appena nel 1998 il 60% del petrolio ENI veniva prodotto nel Nord Africa e nell'Africa occidentale, mentre il restante 30% proveniva dal Mare del Nord e dalla produzione interna. Dando prova di una grande intraprendenza i dirigenti dell'ENI hanno quindi impiegato gli enormi profitti ricavati negli ultimi anni in scelte anche rischiose poiché investire nel Mar Caspio e in Iran significa entrare in rotta di collisione con gli interessi imperialistici degli Stati Uniti.

LA GUERRA DEGLI OLEODOTTI: USA CONTRO RUSSIA MA NON SOLO

Per rendersi conto degli interessi che si muovono attorno alla regione caspica occorre riassumere, sia pur brevemente, quello che gli specialisti di geopolitica definiscono il "grande gioco americano in Eurasia", cioè nella regione che comprende le tre repubbliche del Caucaso (Armenia, Georgia e Azerbaigian) e le cinque repubbliche centroasiatiche (Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Turkmenistan), tutte nate dalla dissoluzione dell'Impero sovietico. A partire dagli anni '90 la regione è divenuta per gli strateghi americani essenziale nell'ambito dello sforzo per il controllo dell'equilibrio energetico globale tramite la creazione di un sistema di estrazione alternativo a quello ormai troppo insicuro del Golfo Persico e chiuso alla penetrazione di Iran, Cina, India e, naturalmente, Russia.

Verso la metà degli anni '90 Washington lancia la rituale campagna propagandistica, sostenuta dai suoi "autorevoli" centri di ricerca, tesa a sopravvalutare le riserve di petrolio del Mar Caspio, definite in grado di rivaleggiare con quelle del Golfo. In pratica gli Stati Uniti perseguono una politica di proiezione di potenza con l'obiettivo di espellere i russi e di tener lontani gli altri rivali dall'Eurasia, considerata un potenziale elemento di giuntura fra Europa, Medio Oriente, India, Cina, Pacifico. A tal fine per gli americani è essenziale ottenere che le vie di comunicazione e trasporto energetico per la regione seguano tracciati funzionali a Washington e ai suoi alleati turchi, sauditi e israeliani.

In questo quadro gli americani giudicano prioritario: 1) togliere alla Russia il monopolio degli oleodotti e dei gasdotti, 2) rafforzare le oligarchie autoritarie al potere nelle otto repubbliche ex sovietiche attraverso una penetrazione economica e militare, 3) associare Turchia e Israele al piano strategico facendoli divenire consumatori finali del gas caspico.

È interessante notare come la strategia del governo di Washinton abbia trovate spesso resistenze e contrasti proprio fra le "major" angloamericane (la ExxonMobil, per esempio), tutt'altro che convinte della redditività dei progetti architettati dagli strateghi del Pentagono. Comunque sia, nella seconda metà degli anni '90 vengono presentati una serie di nuovi gas-oleodotti che escludono Russia, Iran e Cina.

I progetti maggiori si concretizzano attorno al cosiddetto AGT, enorme sistema per il trasporto di idrocarburi fra Azerbaigian, Georgia e Turchia, articolato nel BTC (Baku, Tiblisi, Ceyhan), oleodotto lungo 1.760 km che parte dalla capitale armena Baku e arriva, attraversando la Georgia, al terminale turco di Ceyhan, nel Mediterraneo, e nel SCP, gasdotto del sud del Caspio che dovrebbe portare il gas da Baku al terminale turco di Erzurum. Nei piani americani (e inglesi) all'AGT si dovrebbe connettere un altro ambizioso progetto, il TCP (Trans Caspian Project), gasdotto sottomarino che dovrebbe portare a Baku e quindi ai terminali turchi il gas turkmeno, kazako e uzbeko.

A prescindere dalle difficoltà politiche ed economiche che hanno portato alla sospensione del TCP e a gravi ritardi nel BTC c'è da segnalare che i russi non sono stati a guardare anche perché dopo la caduta del gruppo dirigente al soldo degli interessi occidentali che ha governato negli anni di Eltsin, il governo di Mosca si è reso conto che un successo della manovra americana avrebbe significato lo strozzamento dell'economia russa, fondata al 40% sulle esportazioni di idrocarburi.

La prima mossa è stata la costruzione del KTK, l'oleodotto entrato in funzione nell'ottobre 2001 che porta il greggio del Kazakistan al terminale russo di Novorossijski nel Mar Nero, la secondo mossa è stata la costruzione del gasotto "Blue Stream" che una volta ultimato porterà il gas russo in Turchia attraverso il Mar Nero, mettendo quindi in crisi il BTC. Nella primavera di quest'anno Putin ha poi varato un piano di nuovi oleodotti "a 360 gradi" che dovrebbero portare gas e petrolio russi nel Regno Unito, via Germania, Giappone, Cina e Stati Uniti.

LE STRATEGIA "MIRATE" DELL'ENI

Al di là degli esiti del "grande gioco", esiti tutt'ora incerti dove si segnalano successi per gli americani ma anche per i russi , è interessante vedere come l'ENI si muova in questo "vespaio" perseguendo i propri interessi. A questo proposito è utile soffermarsi sull'intervento di Mincato alla Conferenza internazionale sul gas di Istanbul svoltasi il 20 giugno 2001 (ben prima, dunque dell'attacco alle torri gemelle). Mincato fornisce la sua visione della diplomazia del petrolio e del gas, fondata su una strategia di vie multiple per trasportare gli idrocarburi fuori dal Caspio. Non solo Blue Stream, nel quale l'ENI è impegnata in società con GAZPROM e turchi, ma anche partecipazione alla BTC e ad una eventuale pipeline iraniana, progetto ventilato dai francesi. In agosto Mincato parlerà anche di un progetto di pipeline sottomarina fra Iran e India.

Le ragioni delle scelte sono evidenti: l'ENI non ha alcun interesse ad escludere, come vorrebbero gli americani, Russia e Iran, con cui sta facendo ottimi affari, ma al tempo stesso deve tenere buoni rapporti con i consorzi caspici, controllati dalle multinazionali angloamericane. I dirigenti italiani non possono dimenticare che gli Stati Uniti si sono fermamente opposti a Blue Stream, da essi considerato un pericoloso concorrente al BTC. Si spiega così la decisione di entrare con il 5% nell'angloamericano BTC, preceduta da quella di entrare col 2% nel russo KTK! Insomma l'ENI si barcamena piuttosto abilmente nel vespaio caspico con un unico grande obiettivo: fare i propri interessi. Come sempre. Come tutte le multinazionali.

di Mario Baldassarri
Fonte: Umanità Nova

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