Le diseguaglianze crescono: perché?

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Foto: pressenza.com

In questi anni tanto si è dibattuto di disuguaglianza economica, al punto da convertirsi in un argomento pop da best seller, grazie alle voci di celebri economisti come Joseph Stiglitz e Thomas PikettyQuest’ultimo è anche il più noto promotore e collaboratore di World Inequality Lab (WIL), un istituto che da impulso alla ricerca su cause e dinamiche che scaturiscono la disuguaglianza nel mondo. Uno dei principali strumenti del Lab è il World Inequality Database, alimentato grazie al contributo di più di un centinaio di ricercatori che coprono e aggiornano i dati di quasi una settantina di paesi. Il Database ci dà uno specchio interessante in termini di distribuzione di redditi e patrimoni, dove il continente Europeo risulta il più equo in termini di reddito e il Medio Oriente il più disuguale. Nel vecchio continente il 10% degli stipendi più alti racchiudono il 37% del reddito nazionale, in Medio Oriente addirittura il 61% secondo le stime del World Inequality Report, stilato ogni paio di anni.

Ma sono poche le persone che parlano di disuguaglianza con cognizione di causa. Una nutrita compagnia di economisti pluripremiati si trovano costantemente a litigare sulla questione: generalmente si confrontano economisti di stampo democratico-socialista, a favore di una ridistribuzione delle ricchezza, versus economisti neoliberali, a favore di un libero mercato con una tassazione limitata allo stretto necessario. Ognuno sfoggia differenti teorie e propone tesi discostanti. Se da una parte abbiamo chi sostiene che nei decenni recenti la disuguaglianza di redditi sia aumentata pressappoco in tutti i paesi dai quali si catturano dati affidabili (secondo le approssimazioni del sito di Inequality, ad oggi l’1% della popolazione più abbiente detiene il 45% della ricchezza mondiale; negli Stati Uniti, per esempio, l’1% più ricco possiede il 39% della ricchezza nazionale, secondo uno studio della Federal Reserve del 2017); dall’altro si sostiene che nello stesso periodo sia cresciuto il benessere, e con esso la classe media, che oggi starebbe più in forma che mai.

C’è un fondo di verità in ambe affermazioni: in vari paesi asiatici come la Cina, la Tailandia, il Vietnam, oltre alla onnipresente India, è vero che la classe media sia incrementata, grazie ai processi di industrializzazione ed emancipazione avvenuti (l’OCSE stima che nel 2030 la Cina e l’India saranno la dimora di due terzi della classe media mondiale). Ma ciò che si evince in modo evidente dalla maggioranza di studi realizzati è che la distanza tra l’individuo più povero e quello più ricco, in qualsivoglia luogo del mondo, è aumentata, anche se a velocità diverse. Questo suggerisce che le politiche pubbliche influiscono eccome nel modellare le disparità economiche. Non solo, dal 1980 la disuguaglianza è impennata in zone come il Nord America, la Cina, l’India e la Russia. Non stiamo parlando di confronti tra paesi diversi, ma di una disuguaglianza che si rileva all’interno degli stessi paesi considerati. Un dettaglio che gli economisti liberali tendono sempre a trascurare.

Il WIL, alla pari di tanti economisti, sostiene che fino a un certo punto la disuguaglianza è inevitabile e fisiologica per incentivare una popolazione economicamente attiva e favorire una competizione sana tra gli individui. D’altro canto, c’è intesa sul fatto che una crescente disuguaglianza, che non sia adeguatamente affrontata e monitorata, può condurre a catastrofi politiche, economiche e sociali. L’idea non è mettere tutti d’accordo sul tema: questo non ha motivo di succedere, anche perché non è stata ancora definita una verità scientifica sul livello ideale di disuguaglianza. Quel che si è necessario, invece, è equipaggiare i cittadini con i giusti mezzi, dati e cause alla base del fenomeno, per favorire un processo decisionale limpido e cosciente. In fin dei conti la disuguaglianza economica, sociale è frutto delle nostre decisioni, strettamente collegate ai fattori macroeconomici di uno stato sovrano, come le politiche di nazionalizzazione, privatizzazione, l’accumulazione di capitale (e la relativa tassazione), l’evoluzione del debito pubblico.

Certo, le cause sono da rintracciare in un mix più complesso di fattori. La teoria classica suggerirebbe che i salari sono determinati dal prezzo di mercato delle abilità richieste per un lavoro specifico, e che in un mercato libero questo prezzo si definisce dall’incontro della domanda e offerta di mercato. In poche parole, i fattori correlati al livello di salario che si guadagna non sono una novità: il livello di educazione (perché collegato al livello di abilità a disposizione), la crescita tecnologica (che renderebbe inutili certi lavori manuali meno qualificati), la discriminazione per genere (il gap salariale è ancora molto di genere), oltre a una miscela di aspetti personali come le abilità innate, l’intelligenza, le preferenze nel settore lavorativo, etc. Sono tutti ingredienti che hanno un effetto rilevante, certo, ma non raccontano tutta la verità.

Le enormi differenze cui assistiamo, soprattutto fuori dall’Europa, sono guidate da una profonda disuguaglianza nella proprietà del capitale, acuita da approcci di tassazione dei profitti da capitale piuttosto blandi, a differenza dei sistemi impositivi sul lavoro. Dagli anni Ottanta in poi, in quasi tutti i paesi studiati dal WIL, si è verificata un forte trasferimento di ricchezza dal pubblico al privato. Mentre la ricchezza nazionale, misurata nella ricchezza degli individui, è incrementata, la ricchezza del settore pubblico è sostanzialmente diminuita o rimasta invariata. Questo, tra le altre cose, ha limitato la capacità dei governi di aggredire o avere dominio sulla crescente disuguaglianza. Piketty e compagni hanno convenuto che le grandi privatizzazioni di quegli anni, aggiunte alle forti disparità in termini di reddito all’interno degli stessi paesi, hanno perorato l’aumento della disuguaglianza in termini di patrimonio. E di questo non si parla abbastanza.

Va ascoltata la direttrice generale di Oxfam, Winnie Byanyima, che ha preso la parola al tavolo del Forum Economico Mondialedi Davos, conclusosi da poco, per condannare duramente alcune delle notizie più scioccanti sulle disuguaglianze, incluse nel Rapporto Oxfam 2019. Siamo sicuri che vogliamo vivere in una società dove 26 persone posseggono la stessa ricchezza dei 3,8 miliardi di persone più povere? - Magari anche guadagnati in maniera legittima – Dove solo 4 centesimi per ogni dollaro ricevuto in tasse deriva dalle imposte sulla ricchezza o imposte patrimoniali? Dove, in una città come San Paolo, in certi quartieri l’aspettativa di vita raggiunge i 79 anni, mentre in altri quartieri adiacenti arriva solo a 54 anni? Dove gli uomini sono proprietari del 50% di ricchezza in più rispetto alle donne? La disuguaglianza sfrenata non è ineluttabile, è una scelta politica, consapevole.

Per i più testardi di comprendonio: non è vero che dalla crescita economica derivino obbligatoriamente maggiori disuguaglianze. Il miracolo economico dei paesi dell’est asiatico tra gli anni ’70 e ‘90, come la Corea del Sud, Taiwan, la Malesia, lo stesso Giappone, dimostrano l’assoluto contrario. Le politiche pubbliche hanno un ruolo devastante nell’evoluzione della disuguaglianza. L’auspicio è che sempre più paesi inizino a seguire la traiettoria tracciata dall’Europa tanti anni fa, che si sgonfi la curva crescente dei miliardari e risorga la classe media. La riduzione della disuguaglianza ha e deve avere un peso significativo nella lotta alla povertà, specie nei paesi in via di sviluppo. La disuguaglianza non può abbassarsi a un circolo vizioso, e ancora meno qualcosa a cui abituare le nostre menti. 

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

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