La strana posizione del governo M5S-Lega sull’approvazione del Jefta, spiegata da Cospe

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Nessuna informazione approfondita, alcune dichiarazioni formali, una lettera indirizzata al Consiglio europeo firmata dal ministro per lo Sviluppo economico Di Maio pubblicata dalla Campagna Stop Ttip Italia dopo aver ottenuto accesso agli atti dall’Unione europea: così è stato approvato il Jefta (Japan-EU Free Trade Agreement), l’accordo di liberalizzazione economica tra Europa e Giappone, che inaugura un nuovo rilancio dell’agenda commerciale europea.

Dopo il congelamento del Ttip da parte dell’Amministrazione Trump, messo in frigorifero come carta di scambio per la nuova grandeur americana, dopo i problemi su Ceta, l’accordo con il Canada, posti dal Governo Conte in continuità con l’opposizione leghista e pentastellata al trattato transatlantico, il Jefta prende un’altra strada. Con il rischio di fare da apripista per accordi altrettanto impattanti, come con il Mercosur. Di Maio concede alcune battute sul motivo del suo Sì ad alcuni quotidiani, mentre la parte del leone viene lasciata agli europarlamentati a 5 stelle, con una vera e propria offensiva mediatica per spiegare ragioni ai più ancora oscure. “Vantaggi per l’agroalimentare” si è scritto e detto. Ma, al di là della necessaria valutazione sui flussi commerciali reali, un accordo di libero scambio di seconda generazione, che prevede cambiamenti profondi nelle regolamentazioni e negli standard, può essere ridotto al semplice scambio agricolo?

Niente Isds Investor – State – Dispute Settlement. Quindi tutto ok?

Nel Jefta manca un capitolo investimenti. La Commissione europea ha deciso che non s’aveva da fare, troppe per ora le distanze tra i due blocchi e troppe le difficoltà di un accordo che avrebbe avuto ben altro profilo, se avesse compreso l’arbitrato per le imprese. Ma la scelta europea non è stata dettata da una riflessione etica, ma da una banale calcolo: senza gli investimenti il processo di ratifica passa solo per il Parlamento europeo, senza un passaggio nei parlamenti nazionali. Quello che l’ex ministro PD Carlo Calenda tentò per il Ceta, non riuscendoci grazie all’opposizione della società civile, è riuscito per il Jefta. Di investimenti se ne parlerà e verrà aggiunto più avanti, con calma e senza pressioni, ora è il momento di approvare velocemente la parte rimanente dell’accordo. Ma quello che rimane prepotentemente sullo sfondo è la priorità data agli interessi commerciali rispetto a quelli ambientali e del lavoro: i capitoli specifici non presuppongono meccanismi di imposizione in caso di violazioni. Tutto rimane consultivo, la società civile viene coinvolta come comparsa, e in caso di violazione di diritti c’è sempre la possibilità di approfondire con panel di esperti.

La “comitology” del Jefta

Un grande potere viene dato a diversi comitati tecnici, che avranno l’obiettivo di armonizzare le normative senza un coinvolgimento diretto dei parlamenti nazionali. Verranno creati dieci tavoli di dialogo (articolo 22.3) tra i regolatori dell’Ue e del Giappone su questioni che riguardano le competenze nazionali: appalti pubblici, agricoltura, sicurezza alimentare, servizi, investimenti, commercio elettronico. Mentre per la sicurezza alimentare il Codex alimentarius diventa riferimento unico, esattamente come è successo per il Ceta e per il Ttip, nonostante i suoi standard siano molto spesso meno stringenti di quelli indicati dall’Efsa, l’Agenzia europea di sicurezza alimentare. Ma per il Governo Conte il Jefta è meritevole di approvazione. Con una surfata degna del miglior John John Florence, Luigi Di Maio sottolinea come il Jefta, a differenza del Ceta, sia più conveniente e meno rischioso e di conseguenza approvabile senza se e senza ma. Indicando una generica volontà di controllo e monitoraggio, che difficilmente potrà portare a risultati concreti in caso di squilibri.

La scelta del Governo disarticola anni di strategia politica dei movimenti e delle reti internazionali per la giustizia nel commercio, che da anni sottolineano come sia necessario un cambiamento di rotta profondo nell’agenda commerciale europea: non solo maggiore trasparenza e potere per il Parlamento europeo, ma anche priorità su diritti e tutele rispetto agli interessi di investitori e esportatori. Cucinare uno spezzatino di accordi dove scegliere il pezzo più appetitoso indebolisce l’intero impianto, riducendo l’approvazione o meno di un trattato alla sua convenienza (peraltro solo per specifiche lobby).

La Campagna Stop Ttip Italia, di cui Cospe fa parte, ha chiesto urgentemente un incontro al ministero per lo Sviluppo economico; una richiesta sostenuta anche dall’intergruppo parlamentare Stop Ceta e da organizzazioni come Coldiretti e Cgil. Non solo per aprire un dibattito pubblico sugli accordi di libero scambio e sulla necessità di riformarli, ma per monitorare la tenuta della posizione contraria alla ratifica al Ceta, l’accordo con il Canada. Il ministro all’agricoltura Centinaio e quello allo Sviluppo economico Di Maio si sono detti contrari, ma con una coda di necessarie verifiche sui costi-benefici con la scusa, assolutamente improponibile e non prevista dalle procedure europee, di una modifica del trattato ormai già approvato: una porta lasciata aperta che potrebbe portare a brutte sorprese. Finora tutto tace, con un Jefta approvato e un accordo con il Mercosur che si intravede all’orizzonte.

di Alberto Ziratti – referente economia sociale e solidale per Cospe (greenreport.it)

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