La schiavitù in Mauritania

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Foto: Unsplash.com

Quest’anno, lo stato della Mauritania è entrato nel Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU. Una contraddizione enorme per un paese dove la schiavitù è stata abolita solo 40 anni fa e, nonostante il divieto di legge, la pratica è ancora diffusa e tollerata. 

Molte organizzazioni per i diritti umani denunciano la persistenza della schiavitù nel paese, il disimpegno del governo nel combatterla e l’inesistenza di condanne per chi viene accusato di questo reato. Per di più, si hanno notizie di arresti e provvedimenti contro gli attivisti delle organizzazioni anti-schiavitù. Il rapporto The World Factbook 2020 della CIA sulla Mauritania ci dice che le persone ridotte in schiavitù sono pari ad almeno il 2 per cento della popolazione: si tratta di circa 90mila personeInoltre, si parla di migliaia di persone libere che sono tuttavia soggette a discriminazioni - dalla mancanza d’istruzione alla mancanza di documenti d’identità - tali da farle vivere di fatto in condizione di schiavitù. Considerando anche questo altro aspetto, le Nazioni Unite stimano che più del 20% della popolazione mauritana - 900mila persone – vive, di fatto, in condizione di schiavitù: il tasso peggiore del mondo.

La Mauritania è un paese dell’Africa nord-occidentale, in gran parte occupato dal deserto del Sahara, che per la sua particolare posizione geografica e per l’eterogeneità di popolazioni, rappresenta un ponte tra il Maghreb arabo del Nord Africa e l’Africa Sub-Sahariana. La popolazione di origine arabo-berbera è la minoranza ma storicamente occupa il vertice della piramide sociale, mentre i mauritani neri occupano i gradini più bassi della società: sono discriminati, esclusi, sottorappresentati, faticano ad accedere all’istruzione e svolgono mestieri considerati degradanti e sporchi.Molti di loro continuano ad essere sfruttati attraverso un sistema di schiavitù, prassi tollerata sia a livello religioso che politico, nonostante il governo mauritano insista nel dire che il fenomeno è scomparso.

In Mauritania la schiavitù costringe bambini, donne e uomini a lavorare senza libertà, compenso, né istruzione. Inoltre, affittati o prestati come merce, gli schiavi vengono "ereditati" di generazione in generazione. Se figli di schiavi, i bambini nascono schiavi e la loro vita è segnata fin dalla nascita. Minori e bambini nati in schiavitù vengono sfruttati e inviati a lavorare fin dalla più tenera età. Come viene documentato dall’Osservatorio dei Diritti, ai bambini nati nelle famiglie proprietarie di schiavi della Mauritania viene ordinato, appena ne hanno le capacità, di andare a prendere l’acqua, di pascolare e prendersi cura del bestiame. Le donne sono principalmente impegnate nel lavoro domestico e sono spesso sessualmente abusate e violentate perché restino incinte e possa nascere così un altro schiavo, che sarà proprietà del padrone.

Recentemente il difensore dei diritti umani e fondatore del movimento IRA Mauritania- l'Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista  Biram Dah Abeid, più volte incarcerato per le sue battaglie, ha chiesto che le Nazioni Unite aprano un’inchiesta per fare luce su questa realtà, affermando: «Concordo con il capo dello Stato quando dice che la Mauritania non istituzionalizza la schiavitù. Tuttavia la Costituzione continua a sostenere che la fonte del diritto nella repubblica islamica di Mauritania è la Sharia. E la Sharia islamica da noi significa rito Maliki. Il rito Malakita non solo legittima la schiavitù, ma la codifica e la santifica».

Come riporta in un’intervista rilasciata a l’Opinione, l’impegno di Biram Abeid è di rendere gli schiavi - che sono isolati dalla loro condizione di analfabetismo, povertà e mancanza di assistenza - consapevoli della possibilità di una vita liberaBiram Abeid viene definito dall’elite araba come “colui che divide”, perché insegna un altro punto di vista, contrario alla tradizione. “Un fatto preciso ha lasciato un segno dentro di me quando ero piccolo. – Racconta.  Uno schiavo che viveva col suo padrone vicino casa nostra è venuto a rifugiarsi da noi per un po’, per mangiare qualcosa e riposarsi, aveva molta fame e mia madre lo ha accolto. Ad un certo punto è arrivato il suo padrone ed ha iniziato a bastonarlo perché aveva lasciato il lavoro. Ho chiesto a mia mamma come mai quell’uomo neppure provava a difendersi, lui era molto più alto e grosso dell’uomo che lo stava percuotendo. Mia madre mi disse che questa persona aveva le catene prima di tutto nella sua testa, che era bloccato psicologicamente e non conosceva un altro tipo di vita”.

Biram Dah Abeid si è candidato alle recenti elezioni presidenziali, vinte invece da Mohamed Ould Ghazouani, esponente del partito già al governo ed espressione della parte araba della popolazione, che ha risposto con centinaia di arresti e il blocco di internet in tutto il paese, alle manifestazioni di piazza per denunciare brogli e irregolarità durante lo scrutinio. 

Biram Dah Abeid da anni denuncia anche la complicità di molti paesi dell’Europa e del mondo nel voler continuare a ignorare le condizioni in cui vivono molte persone del suo paese, un paese ricco di risorse minerarie e al centro di molti interessi economici stranieri.

Alcune storie toccanti di ex-schiavi sono riportate da Africa-Express. Molti di loro sono stati liberati grazie all’attivismo dell’organizzazione SOS Slaves. Oggi vivono ancora nel paese e sono integrati in alcuni programmi di sviluppo promossi dall’associazione.

Lia Curcio

Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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