La fragilità di un Papa "fallibile"

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Benedetto XVI - Foto: Lavocedelserchio.it

Le dimissioni del Papa sono un gesto epocale le cui conseguenze non si possono cogliere completamente in poco tempo. I precedenti storici sono lontanissimi e comunque imparagonabili rispetto al contesto odierno. Si tratta di un evento unico nel suo genere, un segno riformatore simile forse soltanto alla visita di Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma (che rompeva con quasi duemila anni di ostilità tra cristiani ed ebrei) oppure all’indizione del Concilio Vaticano II. Un gesto, quello di lasciare il supremo ministero del Romano pontefice, di rottura netta e incontrovertibile ma nello stesso tempo semplice, umano e comprensibile soprattutto da chi vive nella sua esistenza concreta la dimensione della fragilità.

“Non ho più forze…”: una costatazione immediata che non lascia spazio a fraintendimenti o intrighi (che pure ci sono, e sono pesanti) ma apre ad una coscienza del limite, capace di dischiudere realmente una dimensione nuova. Il Papa teologo – che ragionava spesso in termini distaccati e metafisici dando l’impressione di non cogliere la contraddittorietà dell’uomo concreto – entra improvvisamente nella storia. Compie un atto umano (qualche cardinale direbbe “troppo umano”) e proprio per questo totalmente cristiano: esso potrebbe preludere ad una vera rivoluzione teologica, canonica, pastorale e organizzativa del Papato, almeno per quanto conosciuto negli ultimi secoli, con un notevole impatto su un ecumenismo languente.

Anche il Sommo Pontefice può essere vecchio, stanco, indebolito, fallibile: il “Vicario di Cristo” è stato di colpo desacralizzato. In un certo senso con queste dimissioni viene dato un duro colpo al dogma dell’infallibilità – ultimo frutto della visione monarchica e sacrale del Papa: da oggi è chiaro che la suprema autorità nella Chiesa cattolica è un servizio da cui ci si può allontanare per mancanza di energia e non un potere assoluto da gestire a vita, per quanto ammantato da una dimensione sovrannaturale.

Si parlava da tempo di questa possibilità, che però pochissimi ritenevano effettivamente praticabile. Nessuno si rendeva conto che l’eccezionalità stava per piombarci addosso. Riecheggiano le parole della Bibbia: “Ecco faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”. Ecco la decisione papale è il “nuovo”, la dimensione sorgiva e primaverile di chi ha compreso almeno un poco il senso della storia (e della religione).

Una vera spiritualità si coglie nel comportamento di Benedetto XVI che, con una grandissima fede, compie l’ultimo atto di un pontificato sofferto ma che ora sarà ricordato forse in misura maggiore di quello del suo predecessore. Le due figure non potrebbero essere state più diverse proprio nell’interpretazione del dolore e della fragilità. Papa Wojtyla, un mistico che coglieva ogni evento riguardante il suo ministero come il dispiegarsi, spesso oscuro, della volontà divina (dall’attentato al Giubileo del 2000 fino alla malattia), era una figura eroica, per certi versi titanica, portatrice di una visione tradizionalista e appunto sacrale non solo della sua autorità ma del suo modo di affrontare il limite e la sofferenza. L’ammirevole dedizione di Giovanni Paolo II, suffragata da quella “mistica della Croce”, non può essere ridotta alla frase “Gesù non è sceso dalla croce” che inopportunamente e sprezzantemente è stata ricordata dal Cardinal Dziwisz, già segretario di Wojtyla, criticando in maniera diretta la scelta di Ratzinger. Il Papa è sceso dal trono non dalla croce! Solo i dittatori restano a vita e devono essere sempre in salute.

Benedetto XVI si rivela così molto più vicino alla gente umile che è in grado di lasciare spazio agli altri (e quindi di saper perdonare), ma che nell’umiltà ritrova una forza sconvolgente che, se così si può dire, raddrizza il mondo e lo irradia di nuova luce.

Il cristianesimo nasce dall’inaudito incontro tra l’umano e il divino, tanto che non si può pensare più l’uno senza l’altro. Dio si ritrova in un bambino, la terra si impasta di cielo, la vittoria si rivela nella sconfitta e nel fallimento, la vita rinasce dalla morte: è il trionfo dell’umiltà, della piccolezza, della fragilità. I diseredati, i condannati a morte, i peccatori e i sofferenti ci guidano nella strada. Non c’è una metafisica o un pensiero filosofico o teologico a cui obbedire magari ragionevolmente, ma c’è soltanto la fatica del nostro essere uomini di fronte all’esistenza e a Dio, per quelli che ci credono. Non possiamo dismettere la nostra responsabilità appellandoci a un diritto “naturale”: siamo al mondo per compiere scelte consapevoli. La fede chiama poi a entrare nel mondo per concretizzare un disegno di Dio che non è già scritto ma che si costruisce attraverso i nostri pensieri e le nostre opere.

Di fronte alla morte e alla sofferenza poi siamo davvero soli davanti a Dio. Dopo il gesto del Papa forse la Chiesa avrà più misericordia di chi sul letto del dolore dirà “non ce la faccio più”, non per una sfida contro la “natura” o per una affermazione della propria libertà, ma perché la condizione umana richiede la coscienza del limite e della fine. Questo sarebbe il più grande lascito di Benedetto.

Piergiorgio Cattani da Il Trentino

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