La finanza mondiale si tinge di verde: basterà?

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L’orologio scandisce i giorni, i minuti, i secondi che ci restano per fermare il destino del cambiamento climatico. Le temperature stanno aumentando come mai e le conseguenze sono irragionevolmente sottostimate: in epoca preistorica un incremento di 5 gradi avveniva in 20 mila anni, adesso in solo 200 anni. Gli scienziati stimano che, in uno scenario “business as usual”, le temperature medie potrebbero aumentare di 5°C entro la fine di questo secolo, con effetti disastrosi per l'umanità. Al momento abbiamo più gas serra nella nostra atmosfera che in qualsiasi altro momento della storia umana. Le catastrofi naturali causate dal comportamento umano, più o meno dolose, diventano via via più frequenti e stanno inginocchando il pianeta. Abbiamo tutti davanti agli occhi le immagini degli incendi infernali in Australia e dei koala moribondi. Il tutto a danno delle generazioni future, che hanno probabilità sempre minori di godersi i paesaggi naturali cosí come li abbiamo conosciuti noi. 

Mentre le conversazioni da bar s’infervorano attorno alla ridicola disputa tra “gretini” e negazionisti, fortunatamente vi sono iniziative che prendono la minaccia del cambiamento climatico nell’unica forma possibile: seriamente. Con l’approvazione del Green New Deal Europeo, il 14 gennaio l’Unione Europea si è impegnata a laurearsi primo blocco di paesi al mondo a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, vale a dire con un impatto climatico nullo. Un obiettivo giustamente ambizioso, che richiederà una commistione di investimenti pubblici e privati, che si dovrebbero tradurre in almeno 1.000 miliardi di euro per i prossimi dieci anni. Il piano è stato fortemente caldeggiato da Ursula Von der Leyen e sarà accompagnato da circa 50 misure legislative in 2 anni, che indicheranno la direzione verso un’effettiva transizione verde. Un buon segnale, anche se c’è chi sostiene che ne servirebbero il triplo.

D’altro canto il piano rappresenta una sfida ancora più grande per quei paesi la cui crescita dipende in maggior misura dai combustibili fossili, come la Polonia o l’Ungheria, che temono alti costi sociali derivanti dalla decarbonizzazione, e si vedranno costrette a una profonda trasformazione socioeconomica. Per questo, la Commissione ha lanciato il Just Transition Fundo Fondo per la transizione giusta, che affiancherà fondi privati a una spesa pubblica UE senza precedenti – il cui bilancio dovrebbe mobilitare almeno 100 miliardi nel periodo 2021-2027. Il meccanismo è disegnato per favorire la riqualificazione e assistenza professionale di quei lavoratori che perderanno il lavoro, per supportare le nuove infrastrutture o coadiuvare gli investimenti in nuove attività produttive: le regioni in cui cesseranno le attività carbonifere esistenti dovranno essere rigenerate. 

Tuttavia, prima di trasformare l’Europa nel primo continente a zero emissioni gli Stati membri dovranno risolvere alcuni nodi impegnativi. Primo tra tutti il meccanismo di raccolta del Fondo: infatti non è ancora chiaro quale sarà lo schema impositivo e se plausibilmente si delineerà una struttura di tipo sussidiario a favore dei paesi che richiederanno maggiori interventi. Un altro ostacolo sarà la definizione della Tassonomia europea, dove molto si discorre sull’inclusione del nucleare tra le risorse sostenibili. Posizione evidentemente incoraggiata dalla Francia che però si scontra con l’opposizione della Germania e di parte del Parlamento Europeo. Infine la possibilità di riesaminare il Patto di Stabilità in chiave sostenibile, opzione avvallata da diversi paesi, che a maggiori investimenti sulla sostenibilità sollecitano minori vincoli di Bilancio imposti dall’UE.

Il piano va a complemento dell’Accordo di Parigi del 2015 – dove si stabiliva un tetto massimo di incremento della temperatura di 2°C e una sostanziale riduzione di emissioni a gas serra -, sul quale evidentemente incombono menti testarde e tempi stringenti, che necessariamente orientano certi Stati a muoversi autonomamente e ad adottare misure più rapide ed efficaci. In questi giorni ha fatto notizia la lettera annuale ai CEO di Lerry Fink, CEO di BlackRock, la più grande società di gestione di capitali al mondo (quasi 7 mila miliardi di dollari in gestione), poiché, per la prima volta, totalmente focalizzata sulla sostenibilità: “I dati sui rischi climatici obbligano gli investitori a riconsiderare le fondamenta stesse della finanza moderna” si legge nel testo, e tra le righe si apprende che la società definirà criteri ambientali più severi e voterà contro i CdA delle imprese che non fanno progressi sul clima.

Parallelamente alla necessità di una nuova finanza climatica sorgono pure preoccupanti quesiti pratici. Quanto arriveremo a perdere in termini di produzione economica (PIL)? Un 5%, un 20%, o più? Una centrale a gas in Polonia può essere anche pulita e a basse emissioni, ma il processo di transizione degli assets attuali ad assets verdi quanto ci costerà? L’assetto urbano delle città saprà far fronte alle nuove necessità infrastrutturali mentre il rischio climatico ridisegna i modelli di scoring e le priorità di finanziamento degli enti locali? Cosa succederà ai mutui trentennali – pilastri della finanza – se chi li eroga non è in grado di calcolare l’impatto del rischio climatico su un arco di tempo cosí lungo? Che accadrà all’inflazione, e di conseguenza ai tassi d’interesse, se il costo del cibo aumentasse a causa di siccità e inondazioni? Come saranno condizionati i paesi emergenti al vedere la propria produttività minata da temperature estreme?

In particolar modo, stupisce il dibattito quando parla quasi esclusivamente di accrescere gli investimenti verdi, ma dimenticandosi di considerare un chiaro taglio agli investimenti “brown, cioè gli investimenti fossili, che, nonostante gli sforzi di sensibilizzazione, stanno aumentando nel mondo. E sono tutte occasioni perse. Si perché, a livello globale, spendiamo ancora 1.000 volte in più per sovvenzioni a combustili fossili (US$ 5,2 trillioni nel 2017 secondo il Fondo Monetario Internazionale) che per soluzioni a base naturale, come piantare alberi. Il punto è il seguente: non si tratta di investire di più (o spendere più denaro pubblico), ma di investire in forma distinta. Non sono i soldi che mancano, ma incentivi, tasse vincolate all’impatto climatico, banche e imprese che si allineino all’Accordo di Parigi. Oltre a dare maggiore visibilità a organizzazioni esperte come la Climate Action in Financial Institution, o think thank quali l’Institute for Climate Economics (I4CE).

A tal fine è sorto il progetto “Finance Fit For Paris”, che con il suo metodo 3fP-Tracker esegue valutazioni oggettive alla regolamentazione del mercato finanziario e le politiche esistenti a livello nazionale rispetto alle direttrici dell'Accordo di Parigi. Dei paesi esaminati, l’Italia ottiene un punteggio di 4,4 su 10, a fronte di una media UE del 5,8 su 10. Gli scarsi risultati si concentrano soprattutto in materia di trasparenza e divulgazione sui rischi e le opportunità legate al clima. Come a dire: diamo tregua alle chiacchiere da bar e ascoltiamo qualche esperto.

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

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