La felicità si può imparare?

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Immagine: Assets.weforum.org

Tradurre in parole la felicità è sempre questione di gomitoli annodati. La felicità si vive, non si dice. Farlo in giorni in cui la vita non chiede permesso (ma quando mai lo fa?), la politica osteggia la cultura, la solidarietà e le comunità inclusive, e sempre meno persone riescono a trovare il coraggio di pensarsi felici, è probabilmente ancora più sfidante. Eppure, secondo il World Happiness Report 2018, un sondaggio che mappa la felicità a livello mondiale dei cittadini di 156 Paesi e degli immigrati di 117, qualcuno che di felicità ne sa c’è. Al primo posto della lista la Finlandia, seguita da Norvegia, Danimarca, Islanda, Svizzera e Paesi Bassi. I Paesi del nord hanno un punteggio di 4 su 5 e sono noti per le loro posizioni progressiste a livello sociale, per la loro stabilità economica e politica, per il grado di sicurezza reale e percepito. La corruzione è ai minimi termini e polizia e politici riscuotono un sorprendente grado di fiducia. È confermato che non è la ricchezza a creare felicità. Paesi come gli Stati Uniti e il Giappone, pur se economicamente competitivi, li troviamo molto più in basso nella classifica: uno scarto che nel tempo ha spinto i decisori politici a prendere in considerazione anche altri indicatori per definire il grado di ben-essere delle nazioni, che va ben oltre il GDP (prodotto interno lordo) nudo e crudo.

La difficoltà, intuitiva, è principalmente una: la felicità è soggettiva e difficilmente quantificabile.Il Report è frutto di sondaggi a livello internazionale nei quali a migliaia di intervistati è stato chiesto di immaginare una scala da 0 a 10 gradini, definendo su quale piolo si sentissero posizionati. Basandosi su 6 fattori di riferimento:il prodotto interno lordo pro capite, il supporto sociale, l’aspettativa di vita, la libertà di fare scelte per la propria vita, la corruzione, la generosità. Ecco che gli States, che hanno alti livelli di prodotto pro capite, sono solo al 18° posto rispetto ad altri Stati di comparabile ricchezza. Le performance in termini di misure sociali sono carenti, l’aspettativa di vita in calo, le disuguaglianze in crescita e la fiducia nel governo in declino.

C’è però anche chi, come l’India, con una sfida provocatoria e allo stesso tempo molto interessante, ha pensato che a questo punto la felicità sia forse il caso di insegnarlainvestendo su una scuola, che aprirà nel 2020, in cui gli studenti potranno scegliere il proprio curriculum senza standardizzazioni, sostituendo gli insegnamenti tradizionali presto fuori moda: si proporranno ore di meditazione, laboratori creativi per lo sviluppo di nuove idee, stanze di confronto per facilitare la collaborazione e spazi commerciali per accompagnare l’avvio di nuove esperienze imprenditoriali. Un’idea che i fondatori ritengono necessaria alla luce di un’educazione tradizionale che trascura la felicità e lo sviluppo dell’intelligenza emotiva. E che l’India stia ormai da anni investendo in una formazione d’avanguardia delle sue nuove generazioni è evidente. Saranno loro i nuovi migranti che ci insegneranno a vivere felici?

In effetti è significativo che il Report 2018 abbia scelto come focus specifico proprio le persone che optano per una migrazione: è un tentativo di definire come le migrazioni influiscano sulla felicità e, per la prima volta, si esplora il grado di felicità di chi si è stabilito in un Paese diverso da quello di nascita e di origine. Insomma, la domanda che ci si fa è semplice, ma non scontata: muoversi verso un posto felice, ci rende persone più felici? Pare di sì. I risultati evidenziano che i migranti hanno la stessa percezione della felicità della popolazione autoctona, in qualche modo assimilandosi al livello medio del Paese di arrivo. E suggeriscono che la felicità abbia meno a che fare con le norme culturali e i comportamenti e più con le comunità di approdo e la qualità della vita. Cosa che dovrebbe far riflettere a sufficienza noi italiani (solo al 47° posto di questo report): in Finlandia non solo le persone sono più felici, ma anche i migranti.

Bene, avete presente la canzone “Raggio di sole” di Francesco De Gregori? Ho avuto la fortuna di ascoltarla qualche giorno fa e mi torna in mente adesso: 

“Perché lontano passa una nave,

tutte le luci sono accese

benvenuto figlio di nessuno,

benvenuto in questo paese.”

Ammesso che la felicità si possa davvero insegnare… siamo preparati a impararla?

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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