La delusione Weah alla guida della Liberia

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Foto: Cdc.gov

Standing ovation per George Weah lo scorso 11 settembre. La ragione? La scesa in campo per ben 79 minuti dell’ex giocatore di calcio e primo (e unico) pallone d’oro africano, ora 51enne, in una disputa amichevole della Liberia con la nazionale della Nigeria per il ritiro della sua maglia numero 14 da parte della Federcalcio liberiana. Applausi a ogni tocco ed entusiasmo alle stelle per quello che nelle elezioni del 26 dicembre 2017 la stravinto alla presidenza della Liberia, a seguito di una discesa in campo ampiamente guardata con favore da un pubblico internazionale “fan” delle sue straordinarie performance sportive e appoggiata anche fortemente dai concittadini che gli hanno conferito un netto 61% di preferenze.

A distanza di alcuni mesi dalla campagna elettorale e dal fermento legato alle promesse di Weah di combattere la disoccupazione giovanile, di offrire istruzione gratuita dall’asilo alle scuole superiori e in generale di aumentare il benessere in un Paese di 5 milioni di abitanti che per il 68% vive sotto la soglia di povertà (ossia meno di due dollari al giorno) e ha una aspettativa di vita di appena 63 anni, sono numerose le nuvole di malcontento che si addensano nel cielo della Liberia. Al di là dello straordinario avvicendamento con la presidentessa Ellen Johnson Sirleaf, straordinario perché pacifico per la prima volta dal 1944, le scelte politiche iniziali del neo-presidente Weah sono apparse tutto fuorché quelle di un “uomo del cambiamento”. Già la designazione come proprio vice della senatrice Jewel Howard-Taylor, ex First Lady (ed ex moglie) del signore della guerra Charles Taylor, condannato a 50 anni di reclusione in Gran Bretagna per crimini di guerra e contro l'umanità perpetrati nel conflitto con la Sierra Leone, la dice lunga sui compromessi che fin da subito la stella di Milan e Paris Saint-Germain ha dovuto e/o voluto raggiungere. 

Negli anni Novanta la Liberia è stata devastata da due guerre civili che nell’arco di appena 14 anni hanno portato 250mila morti e migliaia di feriti e mutilati, povertà assoluta e generale, nonostante la ricchezza del sottosuolo del Paese (in particolare di diamanti). Nondimeno l’epidemia di ebola del 2014-2015 ha prodotto ulteriore povertà e pesanti strascichi sui sistemi sanitario e sociale del Paese. La corruzione resta un problema allarmante e che ne impedisce lo sviluppo, replicando dinamiche che arricchiscono una piccola oligarchia al potere e le loro famiglie. Le promesse di Weah in campagna elettorale di governare con la massima trasparenza e di lottare contro la corruzione hanno avuto una forte battuta di arresto allorché il 15 ottobre scorso il quotidiano “Front Page Africa” ha pubblicato la notizia della scomparsa dal porto di Monrovia di un container contenente banconote liberiane per un totale di 88,3 milioni di euro, pari al 5% del Pil del Paese; la moneta era stata fatta stampare da Cina e Svezia su indicazione del governo nel 2016. Proprio per questa ragione il presidente Weah ha rivolto le accuse sulla sparizione del denaro al suo predecessore Ellen Johnson Sirleaf, prima donna capo di Stato di un Paese africano e vincitrice di un Nobel per la pace nel 2011 per aver posto fine col suo mandato alla sanguinosa guerra civile. La replica della Sirleaf non si è fatta attendere: se ha confermato di aver effettuato l’ordine per la stampa delle banconote ha però aggiunto, avvalendosi dei documenti ufficiali del porto trasmessi alla stampa, che la somma era arrivata nella capitale liberiana nel novembre 2017, dunque poco prima delle elezioni, ma che il container è stato sdoganato solo nel febbraio-marzo 2018, quindi sotto il mandato di Weah, avviato ufficialmente il 22 gennaio.

Una situazione davvero ingarbugliata e che ha già sollevato un polverone da parte dell’opinione pubblica: in migliaia sono scesi in piazza a Monrovia per chiedere la restituzione del denaro e il malcontento è stato in parte attenuato solo grazie alla promessa governativa di far avviare un’indagine da parte di organi indipendenti. Nel giro di poche settimane un tribunale liberiano ha, infatti, emesso mandati di arresto per più di 30 funzionari della Banca Centrale: tra questi c’è non solo l’ex governatore della banca ma anche il figlio dell’ex presidente Sirleaf. Tuttavia non sono chiare le accuse mosse nei loro confronti ma unicamente l’intenzione degli indagati di accingersi a lasciare il Paese.

Si diffonde a macchia d’olio la sensazione che il governo del cambiamento sia in realtà esattamente uguale agli altri corrotti che l’hanno preceduto, e a questo brusco calo di popolarità si aggiungono l’inflazione dilagante e la svalutazione del dollaro liberiano che rendono la popolazione ogni giorno ancor più povera. Tutte problematiche a cui è impossibile replicare solo con un calcio ben assestato.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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