La città aperta di Aicha

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Aicha Mesrar

Pubblichiamo volentieri l’intervista ad Aicha Mesrar come miglior risposta alla xenofobia che sta dilagando in Europa. A partire dalle recenti elezioni in Olanda. Invitiamo, inoltre, i lettori a leggere le interviste / storie di Unimondo a fine articolo e la scheda sul razzismo elaborata al fine di mantenere, per dirla con Aicha, aperta la nostra città.

 

Immigrata, arrivata in Italia nel 91 da sola per studiare. Oggi è sposata con un marocchino come lei, ha dei figli ed è impegnata nel sociale, con l’obiettivo di aiutare altri immigrati. È una mediatrice culturale ed è una delle fondatrici dell’Associazione Città Aperta di Rovereto (TN). S’è integrata ma non ha mai dimenticato il suo paese. Vicino e lontano.

Indossa un lungo abito e un bel foulard dal colore viola e, nonostante sia molto impegnata con il lavoro e non abbia molto tempo, s’è offerta gentilmente per far due chiacchiere con noi.

“Sono qua dal 1991. Ho iniziato immediatamente il mio percorso scolastico e pian piano mi sono ritrovata immersa nei problemi degli stranieri: la lingua, conoscere il territorio, l’importanza di avere le informazioni giuste, avere un quadro dei servizi sparsi sul territorio e le istituzioni a cui rivolgersi.

Da subito mi sono indirizzata proprio sul mondo dell’immigrazione anche e soprattutto da un punto di vista sociale. Vedevo me stessa riflessa negli altri, in tutte quelle persone che sono appena arrivate in Italia e che non conoscono la lingua, non sanno cosa fare, non sanno come gestire i primi passi in una nuova realtà e non sanno come affrontare la burocrazia.

Ho sempre continuato a studiare, ho sempre pensato che qualunque tipo di formazione ti da qualcosa in più, ti rende più consapevole e ti da più credenziali. Nel frattempo mi sono sposata ed ho avuto dei bambini. Ma questo non mi ha bloccato, non mi ha impedito di andare avanti e continuare a impegnarmi sia dal punto di vista della formazione e istruzione e sia sul fronte sociale. Ho continuato a dare una mano a tutti gli “spaesati”.

E così, verso la fine del 1999, abbiamo pensato di dar vita ad un’ associazione. Abbiamo guardato al lavoro dei singoli e abbiamo pensato di svilupparlo in un’ ottica collettiva e abbiamo fondato l’Associazione Città Aperta, ponti fra persone, lingue e culture. Dopo duo, tre anni abbiamo dato vita alla cooperativa, che è la parte operativa del lavoro che offriamo, di mediazione soprattutto, di sportello, di accompagnamento. Stiamo lavorando con la Provincia per gli uffici Cinformi, con l’Azienda Sanitaria per gli ospedali e i distretti sanitari, con le scuole del trentino per progetti offerti alle classi ai vari livelli, con i servizi sociali di vari comuni e comprensori. Nello specifico ci occupiamo di traduzione di materiale informativo per gli stranieri e gli enti pubblici, ma anche della traduzione di documenti per gli enti e così, pian piano, stiamo allargando il nostro servizio. Abbiamo lavorato anche per l’ Istituto superiore della sanità di Roma.

Sono sia dipendente che responsabile di questa cooperativa. Sono al Cinformi come dipendente dal 2002 grazie a una convenzione che abbiamo con la Provincia e da 5 mesi il mio posto di lavoro è stato spostato momentaneamente al Commissariato di Polizia di Rovereto. Quindi ora faccio sportello all’ufficio immigrazione. Un’ attività sempre legata al mio lavoro e al sociale, con l’obiettivo di intergare le persone che già lavorano qui, per supportare soprattutto agli immigrati da un punto di vista burocratico, soprattutto per accelerare quelli che sono i tempi necessari per ottenere un permesso di soggiorno.

Quando sono arrivata in Italia, agli inizi degli anni ‘90 le cose erano estremamente diverse, anche da un punto di vista legale e burocratico. Non è stato un problema per me ottenere un permesso anche perché sono arrivata per motivi di studio. Ho studiato lingue ed informatica e poi, un’infinità di altri percorsi. Parlo la mia lingua madre, l’arabo, l’italiano – per altro molto bene - e il francese.

Allora non c’erano i problemi che si riscontrano oggi a proposito dei documenti e i permessi di soggiorno. Ora ho la cittadinanza italiana; non mi serve più il permesso di soggiorno ma così non è per tutti . Le cose cambiano e le leggi in proposito sono cambiate tanto nel corso degli anni in seguito al sostanziale incremento del flusso migratorio.

Nei primi anni che ero qui non si vedevano così tanti stranieri come adesso. Ora invece si vede un pò di tutto, persone provenienti da diverse zone della terra, vari colori, vari vestiti, diverse culture.”

 

Cosa le manca del suo paese?

“Il mio paese è sempre con me. Mi mancano gli affetti; quelli nessuno te li può togliere, né dare. Non puoi cambiarli completamente, anche se poi con gli anni incontri altre persone, nuovi amici. Ma il tipo di affetto che incontri è chiaramente diverso.

Io mi sono integrata, ho il mio circolo di amici italiani che mi vogliono bene, ho i miei affetti locali ma sicuramente l’affetto di famigliari, parenti e vicini della casa ove sono cresciuta è la cosa che più mi manca.

Sono sempre in contatto con i miei parenti, alcuni sono venuti a trovarmi, hanno visto dove vivo e dove sono e comunque, grazie a Skype ci si sente sempre. Tuttavia almeno una volta all’anno cerco di tornare in Marocco. Forse non è lontanissimo, ma è comunque lontano. È comunque sempre un viaggio.

Non posso dimenticare il mio paese, le mie origini e la mia appartenenza. Questo fa parte dell’identità della persona e questo deve rimanere, altrimenti una persona si perde e non sa più chi è, e non può neanche dare niente al paese che l’ha accolto. Quindi, sì, sono cittadina italiana, cerco di integrarmi e fare tante cose, cerco di pensare e di vivere la mia vita com’è, però resto sempre colei che arriva da un altro pese, che ha un'altra lingua madre, che ha un’ origine, che ha un’ appartenenza, che ha un passato. Questo rimane. Ma questo fa parte della mia persona, del mio essere, della mia storia e del mio bagaglio. E questo mi aiuta anche andare avanti.

Ma credo che questo sia normale. Lo vedo anche nei miei figli, i quali sono nati qua in Italia. Loro sanno di essere nati in Italia, stanno crescendo qui, ove vanno a scuola, però pensano e sono consapevoli di avere una origine diversa. Ma questa è una ricchezza, non un problema. Questa consapevolezza aiuta loro a vivere.”

 

Nel futuro dove si vede? Pensa di tornare a casa?

“Il mio cuore è lì, ma ora come ora è difficile pensare oggi o domani ritorno a casa. Non è nei progetti immediati. Ormai qui in Italia ho la mia famiglia, i miei bambini, il lavoro, i miei impegni, la casa e tutto quello che ho costruito. Per questo diventa difficile pensare a un ritorno.

Sarebbe come ricominciare da capo, è un altro percorso d’immigrazione, ma molto più difficile perché ci sono anche dei bambini, di mezzo ci sono anche i figli. Il mio ingresso in Italia l’ho vissuto da sola, la mia famiglia è rimasta in Marocco, ora dietro di me ci sono altre persone. Ora a muoversi con me ci sarebbero altre persone e dovrei far vivere tutto quello che concerne l’immigrazione ai miei bambini. Viviamo ora per i nostri figli, si cerca di fare il loro bene.”

 

La questione religiosa?

“La questione religiosa io non la sento. Sono musulmana. So di avere una altra religione ma in fondo crediamo allo stesso Dio, cambia solo il riferimento, ma preghiamo lo stesso Dio. Io lo chiamo in arabo, voi lo chiamate in italiano e i francesi in francese, è la lingua che cambia. La modalità e le pratiche religiose sono diverse, ma la sostanza non cambia.

Chiaramente porto il velo, ma è una mia scelta. Io non ho problemi ad indossare il foulard, lavoro in ufficio con il mio foulard, mi muovo per le strade con il mio foulard. Certo, sono sicura e convinta, lo vedo dagli occhi che incontro, che talvolta da fastidio, che suscito curiosità, che la gente si fa delle domande.

Ho avuto diversi esempi e esperienze di come la gente si accostava o rivolgeva a me perché ho un'altra origine e porto il velo. Non ho mai percepito di non essere accolta o che la mia presenza in un determinato posto non fosse accettata, ma ho visto persone a cui tremavano le gambe. Ma credo sia normale pure questo.

Ci sono quelli che entrano in ufficio e vedendo che porto il velo pensano che non parlo neanche l’italiano o si chiedono che cosa faccio qua. Ma ci sono addirittura miei connazionali che mi chiedono come ho fatto ad arrivare qua e lavorare con il foulard. Le domande sono tante, ma bisogna dare il tempo a tutti di accettare. L’apparenza inganna, bisogna dare il tempo alle persone di capire e bisogna darsi il tempo, a tutti, di conoscersi. Conoscersi, comunicare, comprendere sono le tre parole chiave per l'integrazione.”

“Io mi sento integrata, non ho problemi a stare in Italia, ma rimane sempre il fatto dello straniero che tale rimane. Noi nella mia piccola famiglia cerchiamo di vivere normalmente. Cerchiamo di fare tutto quello che vorremo fare, senza pensare che una determinata cosa la faremo tra 2 mesi, tra un anno o non appena torneremo nel mio paese. Non possiamo rimandare tutto a un futuro perché magari il contesto in cui ci troviamo a muoverci ora non capisce e non rispetta determinati comportamenti o pratiche. Proviamo semplicemente a vivere la nostra vita come è.”

Intervista raccolta da Veronica De Pedri

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