La Brexit e i gilet gialli sono le rivolte degli esclusi

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Ci sono due modi di valutare l’accordo raggiunto il 25 novembre a Bruxelles tra Theresa May e gli altri 27 paesi dell’Unione europea.  Il primo è quello di chiedersi se l’accordo otterrà la maggioranza al parlamento britannico, se sopravviverà ai giochi di potere interni al Partito conservatore e cosa succederà a britannici e continentali in caso di fallimento e dunque di Brexit “dura”.  Il secondo, più complesso, è legato agli interrogativi sollevati in Francia dal movimento dei gilet gialli. Pensate che i due temi non abbiano niente in comune? Forse vi sbagliate. 

Il “sì” alla Brexit di due anni fa è scaturito dal voto dell’Inghilterra e del Galles, con una notevole eccezione: l’isolotto di prosperità rappresentato da Londra. La Scozia e l’Irlanda del Nord hanno votato in maggioranza per l’adesione all’Unione europea.  Così come succede con la base sociologica e geografica dei gilet gialli, le regioni in cui la Brexit ha ricevuto più voti sono quelle che si sentono penalizzate dalla globalizzazione che favorisce le grandi metropoli.  È poco probabile che la Brexit sia una soluzione per le difficoltà di queste persone, e questa è una parte del problema britannico.

In Inghilterra esiste una tradizionale frattura tra nord e sud, che si è allargata dopo gli anni ottanta e soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008 e segnata dalla de-industrializzazione, dal disimpegno dello stato e dalla fuga dei giovani. Questo fossato ha creato un’opportunità politica, costruita anche sul risentimento verso l’effetto calamita della metropoli londinese, adattatasi meglio alla globalizzazione finanziaria. 

Gli esclusi dalla prosperità londinese, anziché indossare gilet gialli, hanno votato contro le élite della capitale appena ne hanno avuto l’occasione, ovvero con la consultazione sulla Brexit. Vi ricordate lo shock dei londinesi quando ha vinto il sì? Per loro fu come uno schiaffo personale subìto da una parte del paese. È poco probabile che la Brexit sia una soluzione per le difficoltà di queste persone, e questa è una parte del problema britannico di oggi e di domani, come anche di quello della Francia. La Brexit è stata una manifestazione sbagliata di una necessità giusta, ovvero quella di ridurre le disuguaglianze territoriali e sociali. 

L’Europa ha sicuramente favorito le politiche liberali, ma il Regno Unito non ha certo aspettato Bruxelles per promuoverle. Per questo è da illusi credere che l’uscita dall’Europa risolverà tutte le disuguaglianze in Inghilterra, come illusorio è un po’ tutto ciò che circonda la faccenda fin dall’inizio.  Se la collera degli emarginati dalla globalizzazione si esprime in modo diverso in paesi diversi, anche la traduzione politica è peculiare.  In Inghilterra l’attenzione si è concentrata sull’Europa con la Brexit e porta con sé il germe della disillusione di domani. In Francia la questione è ancora aperta, anche se i candidati alla strumentalizzazione politica sono una legione. 

In ogni caso il problema di fondo è assolutamente reale, e non sparirà certo con un colpo di bacchetta magica politica.

Pierre Haski da Internazionale.it

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