L'artista nella vita: l'amore, la guerra, le relazioni

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Marina Abramovic è una di quelle artiste che ami o detesti, niente vie di mezzo.

Appassionata, presente, pronta a lavorare sulle proprie emozioni anche attraverso il suo corpo, per poi offrirle al pubblico intrise di una simbologia che ti arriva come un pugno nello stomaco, anche se non sapresti spiegarla a parole in maniera chiara. Si esprime attraverso la performance art: un mondo a metà tra il teatro e la rappresentazione visiva, con una forte nota di interdisciplinarietà.

Per Marina questo tipo di arte è come lo spartito musicale di una canzone: una volta scritto, chiunque può interpretare l'opera. Ci crede così tanto che ha creato il Marina Abramovic Institute, dove forma artisti in questa sua metodologia; artisti che possiamo trovare nella retrospettiva fiorentina, che riunisce oltre 100 opere presso Palazzo Strozzi a Firenze, e che resterà aperta fino al 20 gennaio.

Negli anni Marina non si è tirata indietro davanti a niente, e la mostra ripercorre le principali tappe della carriera dell'artista:ha parlato del rapporto con suo padre, della sua storia d'amore più importante, della guerra nei Balcani – lei, serba di nascita e statunitense di adozione. Nata nel 1946 da due partigiani comunisti, cresce nell'epoca di Tito. Frequenta l'Accademia di Belle Arti di Belgrado, per poi insegnare qualche anno a Novi Sad – e successivamente trasferirsi ad Amsterdam, dove incontra il suo grande amore Ulay (pseudonimo di Frank Uwe Laysiepen). Con lui condividerà 12 anni di vita personale e professionale, ed insieme a lui sono legate alcune tra le sue opere più importanti. 

Presente a sé stessa senza paura di mostrare una personalità forte, che non accetta compromessi ed impegnata fino in fondo nello studio dell'animo umano. Basti ricordare la sua opera Balkan Baroque (1997),premiata con il Leone d'Oro alla biennale di Venezia. Durante questa performance Marina è rimasta seduta per giorni su un mucchio di ossa di vacca. In basso, le ossa erano pulite; in alto erano ricoperte di carne che Marina cercava di ripulire quasi ossessivamente, come fosse un rito di purificazione per tutte le stragi sono avvenute durante la guerra. Mentre Marina puliva le ossa, si potevano osservare tre schermi: due di loro, ai lati, mostravano i suoi genitori mentre compivano gesti simbolici (agitare la pistola, arrendersi). Il terzo schermo, posto centralmente, si divideva in due momenti; nel primo Marina, vestita da scienziata, raccontava in un linguaggio asciutto e concreto come nei Balcani hanno creato i Ratti-Lupo; animali che, messi alle strette, si uccidono l'un l'altro – metafora degli uomini in guerra. Nel secondo Marina è vestita con una sottoveste nera e una sciarpa rossa, canta e balla melodie del folclore serbo.

Sulla guerra nei Balcani va anche menzionata l'opera “Count on us”,in cui Marina dirige un coro di bambini – vestiti di nero – mentre cantano una canzone scritta da un insegnante, che vuole lodare l'operato delle Nazioni Unite in quel periodo. L'insegnante è serio nel suo intento, ma a Marina risulta grottesco: trasmette questo suo sentire dirigendo il coro vestita di nero e con due scheletri attaccati ai vestiti (uno davanti, ed uno sulla schiena). Ad aumentare lo straniamento dello spettatore due schermi in cui si vedono un bambino e una bambina, in primo piano, che introducono singolarmente la canzone; in mezzo, il video di questi bambini che si dispongono a stella – simbolo della ex Jugoslavia - al centro della quale è sdraiata l'artista. 

Marina tuttavia non si ferma al piano politico: molto più spesso esplora il mondo umano, partendo dalla sua esperienza e dal suo corpo, dalla sua fisicità. A Napoli nel 1974 si espone in una stanza (“Rhytm 0). C'è lei e c'è un tavolo, su cui sono presentati 72 oggetti, che il pubblico può utilizzare a suo piacimento su di lei: c'è di tutto – dalle fruste alle piume, dalle catene alle scarpe. All'inizio gli spettatori sono intimoriti, non sanno come comportarsi; pian piano qualcuno si avvicina, con fare gentile. E pian piano qualcuno si avvicina, con fare meno gentile. Poi la situazione degenera e le fanno di tutto: la tagliano, le strappano i vestiti, le danno in mano la pistola. La performance dura 6 ore, e mette in mostra la parte oscura dell'animo umano. Già, la parte oscura: sono pochi infatti gli spettatori che cercano di fermare le azioni violente – che invece sono la maggior parte.

Marina nella sua carriera tratterà anche il tema delle relazioni e dell'amore, emozioni universali che toccano tutti gli esseri umani: in “The Lovers” sono presentidue schermi: su uno si vede l'artista; sull'altro Ulay, il suo compagno. I due, in un momento di forte crisi, decidono diintraprendere il cammino lungo la muraglia cinese; lui parte da un'estremità, lei dall'altra. Si ritroveranno in mezzo, per salutarsi e poi lasciarsi definitivamente, ognuno proseguendo per la sua strada e portando a termine il cammino in solitudine. E che dire di come è stata sviluppatal'idea di fiducia in un rapporto? In un video di poco più di 4 minuti vediamo Marina di fronte ad Ulay; lei tiene un arco, in cui Ulay inserisce una freccia. I due corpi si spostano indietro, restando in un equilibrio precario (“Rest energy”). Se uno dei due cambiasse questo equilibrio, Ulay potrebbe lasciar andare la freccia e questa andrebbe a trafiggere il cuore di Marina. Ai loro abiti sono clippati dei microfoni che riproduce il battito dei loro cuori, che accelera sempre di più. 

Marina può sembrare eccessiva – ed in parte lo è. In parte però, viviamo in un mondo dove qualsiasi notizia sembre non scuotere più la coscienza delle persone; ecco quindi che arriva la sua arte a svegliarci, a stordirci, a porci delle domande per le quali non sempre abbiamo una risposta. A Firenze gli Uffizi sono meravigliosi – la Primavera di Botticelli è incredibile vista dal vivo – ma questo tipo di arte non ti mette in discussione, crea un collegamento con la bellezza che finisce una volta terminata la visita. Con Marina lo spettatore si pone domande e poi se le porta anche dietro, lo rincorrono – sia che lui la trovi una pazza scatenata, sia che la trovi geniale. Negli anni ha perfezionato il suo stile, riuscendo a rimanere per ore e ore concentrata nella sua performance – tanto da creare un metodo che oggi fa scuola e grazie al quale possiamo continuare a vivere le sue opere.

Novella Benedetti

Classe 1980 - in Italia ha vissuto tra Trento e Trieste, all'estero si è divisa tra Americhe (Stati Uniti, Colombia, Argentina, Cile, Costa Rica) ed Europa (Scozia, Irlanda, Paesi Baschi, Kosovo, Germania). La sua passione sono le lingue come strumento per entrare in contatto con l'altro; di mestiere è coach e formatrice, lavora a vario titolo nel terzo settore e dal 2014 è giornalista pubblicista. Ha realizzato anche vari lavori video, tra cui "Non si può vivere senza una giacchetta lilla", proiettato al Trento Film Festival.

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