L’Uruguay tra assistenzialismo e stallo economico

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Foto: siviaggia.it

Praterie illimitate di campi per l’allevamento di mucche, boschi di eucalipto e pini marittimi che delimitano l’arteria autostradale che attraversa la costa del paese, piantagioni impeccabili di soia, oltre a coraggiosi tentativi di coltivazioni di viti e ulivi. L’Uruguay è una cartolina poeticamente accarezzata dalle onde dell’oceano da una parte, e addolcita da esili colline nell’entroterra. Come la cima del Pan de Azucar che si staglia dall’alto dei suoi 380 metri sul livello del mare, guardiana di quella piacevole località di villeggiatura che è Piriapolis, la città di Francesco Piria, un uomo che più che imprenditore e politico, si considera eroe nazionale vissuto a cavallo del ‘900. Un paese difficile da diagnosticare, proprio perché, se non lo si conosce di persona, si rischia di cadere in banalità del tipo: “l’Uruguay è come se fosse una della tante province Argentine”, oppure: “è quel paese pacifico dove ci sono più bovini che persone”. Sicuramente un paese peculiare, come la distribuzione della sua gente, con quasi 2 milioni di persone che vivono nell’area metropolitana di Montevideo, su una popolazione totale di 3,5 milioni. Due regioni ben distinte nelle abitudini, i montevideani e gli abitanti delle province, come spesso accade in questi casi.

L’Uruguay è relativamente piccolo e gestibile, acclamato dall’Economist come il più pienamente democratico del Sudamerica, nonché col minor indice di percezione di corruzioneIn politica, il Frente Amplio di Tabarè Vasquez e del ultranoto Josè Mujica l’ha governato per quasi 15 anni, rivoltandolo come un calzetto e trasformandolo in una moderna repubblica socialista.Nel 2002 il paese soffrì la più devastante crisi bancaria ed economica della sua storia, in parte come riflesso della crisi detonata in Argentina un anno prima, essendo l’Uruguay fortemente dipendente dai “cugini” argentini. Una crisi generata da un’insolvenza finanziaria che coinvolse più della metà delle banche commerciali del paese e produsse la sparizione di alcune delle imprese più emblematiche del paese, oltre a un virtuale collasso del sistema economico uruguayano. Il peso suffrí un’elevata svalutazione rispetto al dollaro, i prezzi degli immobili precipitarono così come i salari, molte persone furono licenziate (arrivando a un indice di disoccupazione del 17%), aumentò il tasso di povertà e il tasso di suicidi salí del 12,6%, quando, in sostanza, due uruguayani al giorno si toglievano la vita.

La coalizione di sinistra guidata da Vazquez ereditó un paese disastrato, e seppe ricondurlo verso una crescita economica che dura senza sosta da 16 anni, forte delle esportazioni agricole (frumento, soya e carne di manzo specialmente) e di un settore industriale in fermento. La crisi spiega in buona parte il successo prolungato delle politiche socialiste uruguayane, che hanno garantito anni di stabilità e un welfare tra i migliori del Sudamerica. Per lo meno fino ai giorni nostri, quando il sistema ha iniziato a scricchiolare.

Vazquez prima e Mujica poi, uniformandosi al manuale del perfetto governo socialista, hanno sostenuto politiche volte all’aiuto delle persone più bisognose, con l’edificazione di nuovi quartieri popolari, sussidi statali alla disoccupazione, aiuti all’educazione, corsi di recupero per tossicodipendenti e reinserimento professionale per chi perdeva il lavoro. Attraverso investimenti di manica larga in spesa pubblica, si è foraggiata l’impresa pubblica, il sistema pensionistico, la lotta alla povertà. Tra il resto, si promulgarono importanti diritti civili come l’aborto, i matrimoni gay e la depenalizzazione della marihuana nel 2013. L’Uruguay svetta nelle classifiche in termini di diritti umani e libertà di espressione, arrivando a pubblicare il maggior numero di libri per abitante di tutto il Sudamerica.

Tuttavia, se da un lato gli anni di politiche assistenzialiste hanno risollevato le classi popolari e riappacificato l’opinione pubblica con i suoi leader, dall’altro non hanno introdotto incentivi alla produzione, bensí hanno fomentato un circolo vizioso di sedentarietà imprenditoriale e stagnazione economica, come dimostrano i dati macroeconomici di questi ultimi anni (a partire da una crescita quasi nulla avvenuta nel 2015). A detta di molti, il sistema di assistenzialismo cronico che è venuto instaurandosi negli anni, ha viziato le classi medio-basse e il loro spirito di iniziativa, risultando a distanza di anni in un appiattimento del livello educativo e della preparazione professionale.Il dibattito politico si è impoverito e si è presto messa in discussione la narrazione socialista, allo stesso tempo ridimensionata dalla battuta d’arresto socio-economica. A maggior ragione, l’uscita di scena di Mujica nel 2015, che oltre ad avere stoffa politica è un intellettuale sublime, ha creato un vuoto politico e culturale che difficilmente verrà colmato nel breve periodo. In questi giorni si è aggiunto lo scandalo politico che ha portato alla destituzione della cupola militare nazionale, tra cui il Ministro delle Difesa e il Comandante dell’Esercito, per aver insabbiato gravi delitti commessi durante la dittatura del paese (1978-1985); il che certamente non giova al clima del paese, avviatosi alle elezioni di ottobre con un quadro politico ancora instabile.

Insomma, dietro la fama di paese straordinariamente vivibile, libero, all’insegna della vita tranquilla, con cui si è travestito in questi ultimi anni, l’Uruguay nasconde una doppia faccia. Dietro alla propaganda di Josè Mujica, del suo stile di vita minimalista e delle sue perle filosofiche, quelle sí, impeccabili, che hanno reso l’Uruguay meta di pellegrinaggio di tanti latinoamericani, si cela un paese in cui la delinquenza sta crescendo, la disoccupazione rievoca vecchi fantasmi, e la Banca Centrale decreta una recessione tecnica negli ultimi due trimestri del 2018, sentenziando che l’economia si muove con molta meno inerzia del previsto. Le crisi argentine e brasiliane si sono tradotte in un ridotto flusso turistico, vittime di svalutazioni della propria moneta di fronte a un’inflazione galoppante uruguayana. Un panorama che ha messo in evidenza tutta la fragilità di un paese piccolo che paga caro gli errori commessi, come l’eccessivo aumento di spesa pubblica e la mancanza di un impulso riformista. Misure figlie di un’ideologia socialista, che tanto ha primeggiato nei paesi latinoamericani solo fino a pochi anni fa, e che adesso è in corso di estinzione. Non c’è Mujica che tenga.

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

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