L’Italia non è un paese per talenti, tantomeno se stranieri

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L'indicatore “Talent Attractiveness” è uno strumento per cogliere i punti di forza e di debolezza dei paesi OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) in merito alla loro capacità di attrarre tre categorie specifiche di migranti: lavoratori altamente istruiti, imprenditori stranieri e studenti universitari, sottolineandone il contributo chiave portato alle economie dei paesi ospitanti.

Ne risulta che Australia, Svezia, Svizzera, Nuova Zelanda e Canada sono i paesi più attraenti per i lavoratori migranti altamente qualificati. L'Italia, invece, è quart'ultima e precede solo Grecia, Messico e Turchia. Gli alti punteggi sono legati ad una forte economia, all’elevata qualità delle opportunità di lavoro, all’ambiente stimolante dal punto di vista delle competenze diffuse ed alla relativa semplicità dellepratiche di ingresso nei paesi.

Nel caso dei potenziali imprenditori provenienti dall'estero, i paesi più attraenti sono Canada, Nuova Zelanda, Svizzera, Svezia e Norvegia. L'Italia è 28 esima (su 35 Paesi), mentre per gli studenti internazionali i tre migliori paesi sono Svizzera, Norvegia e Germania. L'Italia, in questo caso, è a metà classifica. Questi paesi sono attraenti principalmente perché permettono agli studenti di lavorare durante la loro permanenza nel paese e applicano le stesse rette che pagano gli studenti nazionali.

Da più parti l’Italia risulta non essere un paese per talenti, tantomeno se stranieri. Uno «spreco di risorse» che ci svantaggia sul piano internazionale, denuncia l’analisi realizzata dal Centro studi e ricerche Idos in collaborazione con l’Istituto di Studi Politici S. Pio V “L’Europa dei talenti. Migrazioni qualificate fuori e dentro l’Unione Europea”.

In occasione della presentazione del rapporto, Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche Idosha argomentato in merito alla situazione italiana: “Un paese che invecchia rapidamente e che continua a perdere competitività, con una economia in recessione, dovrebbe avere il coraggio di aprire i propri sistemi economici, produttivi e di ricerca ai giovani talenti, sia italiani sia stranieri, prima che essi optino per l’abbandono del paese. La dominante retorica della ‘chiusura’ non solo rivela la chiusura mentale di chi la alimenta, ma auto condanna il paese a un futuro sempre più asfittico e infecondo”.

Ma quali sono i dati che emergono? 

Su 5.144.440 residenti stranieri, già registrati alla fine del 2017, è in leggera crescita il numero degli occupati: sono stati 2.423.000 alla fine del 2017, con un’incidenza del 10,5% su tutti gli occupati. “Più volte è stato evidenziato che il loro inserimento è improntato alla sostituzione degli italiani nei settori deficitari e meno appetibili, secondo una vera e propria collocazione subalterna” rileva l’analisi Idos. Infatti, quasi 2 lavoratori stranieri su 3 svolgono professioni non qualificate, tuttavia nel 35,5 per cento dei casi, gli immigrati svolgono mansioni al di sotto del loro livello di formazione.

“L’Italia– ha commentato il professore Paolo De Nardis, presidente dell’Istituto di Studi Politici S. Pio V – soffre l’assenza di una strategia in grado di attrarre lavoratori qualificati nei comparti strategici, dove i ridotti investimenti bloccano l’impiego sia di nuove leve italiane sia di quelle in arrivo dall’estero, facendo del paese un tipico caso di spreco di talenti, di cui fanno le spese i giovani, sia autoctoni sia immigrati” einfatti tra il 2008 e 2017 almeno mezzo milione di laureati italiani sono andati a cercare fortuna all’estero. 

“Finora ci si è accontentati dei vantaggi che l’attuale situazione migratoria assicura”emerge dal rapporto. I dati più recenti ci parlano di 2,4 milioni di lavoratori stranieri che versano all'INPS oltre 10miliardi di euro l'anno (fonte INPSe dioltre 600mila imprese, il 10% del totale, con cui l’imprenditoria straniera si conferma una componente strutturale del tessuto imprenditoriale italiano (fonte Unioncamere). Ma un paese esportatore come l’Italia, confrontandosi con la concorrenza mondiale, non dovrebbe accontentarsi di questo temporaneo vantaggio senza porsi obiettivi di natura qualitativa,a partire dalla piena valorizzazione delle competenze, anche degli immigrati residenti.  

Lia Curcio

Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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