L’Italia non è il Paese giusto per mettere al mondo dei figli

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Immagine: Ilmiobebe.it

L’Italia non è il Paese giusto per mettere al mondo dei figli. Lo dice la statistica che da tempo rileva un saldo negativo delle nascite con un progressivo ma deciso invecchiamento della popolazione; lo dice anche uno sguardo analitico sulle persone che incontriamo in strada o al supermercato con ben pochi passeggini e ben più badanti da accompagno. Posso dirlo anche io, tornata davanti al pc dopo esser diventata per la prima volta mamma a 35 anni, un’età in media con quella delle altre donne incontrate nei percorsi nascita ospedalieri o nei negozi specializzati in puericultura, ma non certo nel pieno della fertilità.

È anche un’età in cui troppo spesso la precarietà sul lavoro la fa ancora da padrona. Se contratti a termine, co.co.co. variegati e prestazioni occasionali possono rendere irta di ostacoli per una donna la scoperta delle tappe della gravidanza e, in un secondo momento, il ritorno sul mercato del lavoro, la gestazione risulta difficoltosa anche per chi gode di contratti lavorativi con maggiori garanzie, perché quello che appare totalmente inadeguato è il modello di pianificazione familiare adottato in Italia. Più che altro inesistente. Lungi dal voler risollevare la fallimentare campagna sul cosiddetto fertility day atta a ricordare alle donne di tenere a mente il loro orologio biologico “per il bene della nazione”, sono altri due recenti provvedimenti in materia di genitorialità a dare il senso della scarsa visione del legislatore. L’introduzione eccezionale nel 2017, e poi l’istituzionalizzazione ordinaria, di un bonus di 800 euro alla nascita di un bimbo costituisce niente più che una mancia per una famiglia, che non altera processi legati alla garanzia del lavoro della mamma né facilita la gestione del piccolo nei primi mesi di vita. Ben venga, certamente, un sostegno economico ma di gran lunga più importante sarebbe una formula di sgravio su prodotti mirati per l’infanzia: pannolini, latte in polvere, carrozzino-navicella, prodotti per l’igiene e tutine sono il pane dei neogenitori nei primi caotici mesi di vita e valgono ben più della cifra del bonus nascita.

Ma è soprattutto il secondo recente intervento introdotto nella legge di bilancio in vigore per il 2018 a dare il senso del ritardo in cui langue la legislazione italiana in materia di genitorialità, con la maternità che resta una questione strettamente della donna: sua la gravidanza, suo l’accudimento del neonato. Ragion per cui i giorni di congedo di paternità obbligatoria passano solamente da 2 a 4, con un quinto facoltativo ma solo se non ne usufruisce anche la madre. Più o meno il tempo per una donna di partorire ed essere dimessa dall’ospedale dopo i consueti 3 giorni, non sufficienti nel caso di un lungo travaglio o, come spesso accade, di un “falso allarme”. L’arte italica dell’arrangiarsi detta dunque una ricetta di sopravvivenza fatta di consumo di ferie del neo-papà, aiuto vitale di familiari e amici per consentire alla donna-mamma di recuperare le forze e gestire l’arrivo in caso del nuovo membro della famiglia. Siamo lontani anni luce dalle indicazioni europee di introdurre nelle legislazioni nazionali un congedo parentale obbligatorio di 4 mesi per ciascun genitore e indipendentemente dalla tipologia contrattuale, tenendo inoltre in considerazione che, per rendere effettivo quello paterno, dovrebbe essere esclusivo (non in alternanza alla madre) e soprattutto obbligatorio.

Se dunque con questi due atti si volevano migliorare le politiche del Paese in materia di maternità, non si è che scalfito in superficie. Un altro punto rimane centrale ed evidenzia la contraddizione della legislazione attuale. Oggigiorno la pratica dell’allattamento al seno è fortemente consigliata dagli operatori sanitari in osservanza delle linee dettate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità-OMS e dagli Istituti sanitari nazionali che hanno riscontrato la bontà nutrizionale del latte materno, indicandolo come alimento esclusivo della dieta dei neonati per lo meno nei primi 6 mesi di vita. Dai corsi preparto alle indicazioni ospedaliere post-parto, la pratica dell’allattamento a richiesta del neonato (ossia senza orari fissi) è oggi fortemente incoraggiata e supportata. Tuttavia, la normativa nazionale per le puerpere fissa a 3 mesi, con la cosiddetta maternità obbligatoria, l’indennizzo totale da parte dell’INPS per l’assenza dal posto di lavoro per i dipendenti (in linea generale 2 mesi prima del parto e 3 successivi dalla data presunta del parto); successivamente consente alla donna-mamma lavoratrice di ottenere delle settimane-mesi (fino a un massimo di 6 mesi) di maternità facoltativa, indennizzata appena al 30%. Come può però una mamma tornare al lavoro dopo appena 3 mesi e contemporaneamente proseguire l’allattamento a richiesta? Di fatto, quindi, la normativa a tutela dell’allattamento non risulta che uno “sconto” a una neo-mamma sull’orario lavorativo, concedendole un’ora di allattamento (indennizzata) ogni 6 di lavoro: risulta infatti impossibile calcolare l’orario dell’esigenza nutrizionale del neonato e al contempo avere lo stesso fisicamente a disposizione quando la pausa del lavoro consentirebbe di allattare. Come si può dunque predicare di allattare al seno per lo meno per 6 mesi e a richiesta e poi non prescrivere al contempo 6 mesi di astensione obbligatoria dal lavoro post-parto? Una contraddizione che al momento appare lungi dal voler essere sanata e che rinnova il modello di astensione del lavoro della mamma, su richiesta e con peggioramento della propria situazione economica. Peraltro l’endemica assenza di asili nido e il loro alto costo sono risaputi, ma ben poco si riflette sul fatto che fino ai 6 mesi compiuti del bambino non esiste nido che lo accetti: solo l’assistenza familiare o l’assunzione di babysitter possono colmare il vuoto in uno Stato che da questo punto di vista appare sempre meno “del benessere”.

Il binomio maternità e lavoro appare senz’altro centrale nella dinamica che induce sempre più donne a non mettere al mondo figli o a rimandare la scelta fino all’ottenimento di una certa stabilità lavorativa, con numeri spaventosi di licenziamenti, mancati rinnovi di contratto, demansionamenti, richieste obbligate di part-time. Che importa allora che nelle città italiane manchino spazi pubblici adibiti all’allattamento o al cambio dei piccoli, che i mezzi pubblici non siano attrezzati, così come le barriere architettoniche e la scarsa educazione civica che impediscono quotidianamente a una neo-mamma una salutare passeggiata in carrozzina col proprio piccolo? Sì, l’Italia non è proprio il Paese giusto per mettere al mondo bambini.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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