Kenya, è l’ora di nuove elezioni

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Foto: Corriere.it

Il primo settembre 2017 sarà ricordato come una data storica per il Kenya e per l’Africa intera. Per la prima volta il risultato di un’elezione presidenziale viene annullato da una sofferta e non unanime decisione della Corte Suprema, che ha riconosciuto le ragioni dello sconfitto Raila Odinga dichiarando che “l’elezione del Presidente non è stata condotta secondo la Costituzione, il che rende il risultato invalido, nullo e illegale” e chiedendo la convocazione di una nuova consultazione entro 60 giorni.

Altre elezioni sono state annullate in passato, ma quasi sempre con un colpo di potere – spesso militare – da parte di chi non voleva accettare il responso delle urne. Si è trattato di un esito inatteso, dal momento che tutti gli osservatori internazionali non avevano rilevato significative irregolarità e che il dibattimento davanti alla Corte non aveva portato in evidenza elementi certi di frode massiva ma dubbi ed episodi, anche numerosi, di imprecisione formale e di mancanza di riscontri.

Secondo la Suprema Corte sufficienti però a pregiudicare la correttezza dell’intero processo elettorale, con circa un terzo dei moduli di raccolta dei voti delle sezioni che presentano delle irregolarità, e il dubbio concreto che il sistema informatico sia stato oggetto di numerosi accessi non autorizzati. E’ rassicurante rilevare che la Corte non ha rilevato nessun comportamento non corretto da parte del candidato risultato vincente – Uhruru Kenyatta – addossando di fatto l’intera responsabilità del pasticcio alla Commissione Elettorale (IEBC), che era stata accusata di gravi inadempienze e irregolarità da parte del candidato ricorrente fin dalle prime ore dello spoglio.

Entusiasti per la sentenza, i fan della Nasa Coalition sono immediatamente scesi in piazza con canti e danze a Nairobi e nella città di Kisumu, roccaforte di Raila Odinga, ma fortunatamente senza che questo degenerasse in pericolosi disordini. Poche ore dopo l’annuncio, i due contendenti si sono rivolti al Paese per esprimere il loro giudizio sulla decisione, con ovvia soddisfazione di Raila Odinga che ha parlato di “risultato storico per il Kenya e per l’intero continente Africano”. Si noti che fino a poco prima lo stesso affermava di non avere alcuna fiducia in un giudizio equo da parte della stessa Corte Suprema. Grande delusione naturalmente da parte della coalizione che aveva vinto le elezioni, che per bocca del suo leader Uhururu Kenyatta si è rivolta al Paese con un discorso sorprendentemente conciliante e illuminato, affermando di rispettare la sentenza della Corte, pur senza condividerla, richiamando al valore della pace sopra tutte le divisioni e invitando tutti ad uscire di casa, stringere la mano del proprio vicino e augurargli “amani” (pace). In questo discorso così morbido c’erano però già alcune bordate contro quello che Uhururu Kenyatta da quel momento ha considerato il principale nemico: la stessa Corte Suprema, accusata di aver sovvertito – con sole sei persone – la volontà di milioni di kenyani. I primi commenti dei suoi avvocati erano di un tenore ancora più aspro.

Da quel momento sono iniziate le valutazioni della sentenza che può prestarsi a diverse interpretazioni e avere conseguenze difficili da immaginare. Una prima interpretazione vede in questa vicenda un segno di maturità di un sistema democratico che, attraverso i suoi contrappesi di potere, riesce a prendere una decisione così importante e coraggiosa, contro gli interessi di un indubbio e importante gruppo di potere rappresentato da Uhururu Kenyatta e dalla sua storia.

Ovviamente qualcuno legge l’evento in maniera opposta, definendola come “una decisione da Terzo Mondo….”e un “colpo di stato giudiziario”, considerando la decisione della Corte la sottomissione ad un ulteriore gruppo di potere, avverso, che ha cercato di intimidire la Commissione Elettorale e la Corte stessa fin da prima delle elezioni. La comunità internazionale, che non fa comunque bella figura avendo mandato centinaia di osservatori che hanno dato un unanime verdetto di regolarità alle elezioni, ha privilegiato la prima interpretazione, forse per infondere ottimismo in una circostanza che presenta ancora molti rischi e incertezze.

La prima e la più grande incertezza riguarda proprio l’organizzazione delle nuove elezioni, visto che l’IEBC, l’organismo che ha organizzato la contestata tornata elettorale, viene individuato come l’unico colpevole delle irregolarità e Raila Odinga ha già messo le mani avanti affermando che non accetterebbe che sia ancora questo ad organizzare le prossime elezioni. Da parte sua il Capo della Commissione Elettorale (IEBC) - Wafula Chebukati – non ha nessuna intenzione di dimettersi e si è detto pronto ad organizzarle concedendo al massimo di sostituire il personale che si dimostri direttamente coinvolto nelle irregolarità. Una sfida nella sfida che condizionerà i prossimi due mesi. Intanto è già partita la nuova campagna elettorale.

Pierino Martinelli

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