Islanda, se vince una donna vincono tutti

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L’Islanda  è più verde e più rosa. Alla guida del governo è stata eletta  Katrin Jakobsdottir. È a capo di una coalizione a tridente: Partito dell’Indipendenza (centrodestra), Partito Progressista (centro) e  Verdi (sinistra). Nel programma elettorale aveva inserito tre punti generali: attenzione per la sanità pubblica, l’educazione e i trasporti. Katrin Jakobsdottir ha 41 anni. Ha un passato da ministro dell’istruzione. Proviene da una famiglia di poeti. Ha in tasca una laurea in letteratura, conseguita all’Università d’Islanda. È madre di tre figli ed è considerata punto di riferimento dell’elettorato giovane: è stata scelta dalle donne e da giovani tra i 18 e i 29 anni, come spiega l’Indipendent.

 «L’Islanda – si legge su Left – oggi è il Paese dove le donne vengono trattate più equamente rispetto agli uomini, secondo il World economic forum. E la gelida nazione è il miglior posto al mondo dove lavorare se sei donna. Ma è uno stato discreto, che non finisce mai sulle prime pagine dei giornali, che in questo dicembre però ha lanciato un ennesimo segnale di progresso. Ma in pochi l’hanno notato». Le donne non sono una scelta di bandiera. «Anche quando il sistema delle banche collassò nel 2008, gettando l’Islanda in una crisi finanziaria profondissima, con tre delle maggiori banche del Paese con le casse vuote, ad essere eletta per risolvere la situazione nel 2009 fu una donna, Johanna Sigurdardottir e, insieme a lei, abbastanza donne da detenere il 43% dei seggi in Parlamento. Da allora ad oggi la ripresa economica e sociale è stata qualcosa che gli analisti non riescono ancora a spiegarsi: la crescita è stata pari al 7,2% nel 2016 e la disoccupazione non supera il 3% (…) La lezione appresa dall’elettorato islandese è che se vince una donna vincono tutti».

Il principale motore di crescita del Paese di Katrin Jakobsdottir è turismo. Rappresenta più del 20% del pil. La natura selvaggia dell’Islanda, le sue aurore boreali «e le sue acque purificanti – racconta Italia Oggi – hanno attirato l’anno scorso più di 1,5 milioni di turisti (+30% sul 2015) su una popolazione di 332 mila abitanti. C’è di che dopare il settore alberghiero, della ristorazione e dei trasporti. E questo si traduce in un boom delle esportazioni e degli investimenti. Le spese in capitale fisso sono aumentate del 22% l’anno scorso, cosa mia vista negli ultimi dieci anni».

L’islanda per anni ha vissuto grazie alla pesca. Nel 1976 partecipò alla guerra del merluzzo contro il Regno Unito per la conquista delle acque territoriali. «L’islanda – scrive Alganews – di fatto, costruiva la propria economia, fondando le basi su una sorta di micro-autarchia, vivendo di pesca, pastorizia e prodotti autoctoni. A partire dagli anni ’90 ha avviato un processo di sviluppo economico, uscendo così dall’isolamento dai mercati. Il reddito medio pro capite, arriva ad essere il più alto al mondo. Ha un welfare che tiene conto di tutti i bisogni dei cittadin. Ottimi i risultati di sanità ed istruzione, che sono gratuiti, come pure la previdenza sociale, tra le migliori e alto tenore di vita. Va comunque detto che in Islanda vivono 320 mila abitanti».

Un altro pilastro è l’industria dell’alluminio, «che ha arricchito la nazione a danno dell’ambiente, sfruttando al limite il potenziale energetico». Pare però che l’apice dell’economia della terra del ghiaccio sia stato raggiunto grazie alle speculazioni finanziarie, basate su investimenti ad alto rischio. La nuova premier viene messa al timone di un Paese dove le banche hanno condotto investimenti aggressivi «risultati poi avventati». «Con la svalutazione della corona islandese – spiega Marina Pomante – si è inevitabilmente compromessa la fragile economia dell’Isola che, si “reggeva” più su investimenti finanziari che su una reale ricchezza».

Andrea Tomasi da Atlanteguerre.it

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