In Tunisia il Ramadan si è dipinto di nero

Stampa

Lo scorso 28 maggio, all’incirca a una settimana dalla fine del Ramadan, mese sacro per i musulmani, i media tunisini hanno dato un insolito risalto a una notizia diffusa dalla T.A.P. (l’agenzia di stampa locale), che riportava testualmente: “In collaborazione con l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), il comune di Raoued ha organizzato questo martedì un “iftar” (rottura del digiuno giornaliero) in onore degli espatriati subsahariani e delle loro famiglie. È stata un'opportunità per gli immigrati per parlare delle loro preoccupazioni e delle difficoltà che incontrano, in termini di burocrazia, come per l'accesso all'istruzione e all'assistenza sanitaria.

Lorena Landi, capo missione della IOM Tunisia, presente all’evento, ha elogiato gli sforzi compiuti dal Comune di Raoued per aiutare i migranti a migliorare le loro condizioni di vita”. Raoued è un comune costiero della periferia nord di Tunisi (prevalentemente formata da agglomerati abitativi popolari), poco distante da Gammarth, zona dal forte sviluppo alberghiero. Negli stessi giorni la municipalità di La Marsa, città in prevalenza residenziale e turistica di oltre 100 mila abitanti sulla costa a nord di Tunisi, comunicava che a Bouselsla, uno dei quartieri popolari del comune, era stato aperto un ufficio per il supporto alla comunità nera nello sbrigare le pratiche amministrative di regolarizzazione del loro soggiorno in Tunisia, di assistenza sanitaria e inserimento nel circuito scolastico.

Due notizie positive che sono parse intenzionalemente diffuse, da parte delle istituzioni, per dare un segnale di accoglienza e per fare da contraltare a un malessere di intolleranza nei confronti dei migranti subsahariani che sembra serpeggiare sempre più evidente nella società tunisina. Malessere esploso in vari episodi di cronaca nera. L’ultimo, in ordine di tempo, lunedì 27 maggio, quando “una donna ivoriana che portava il proprio bambino sulla schiena è stata violentemente aggredita da due giovani tunisini a La Marsa”, come riportato all’HuffPost Tunisia dall'Associazione tunisina di sostegno alle minoranze e confermato da una fonte giudiziaria.

Ma quello più grave risale al 24 dicembre dello scorso anno, quando Coulibaly Falikou, giovane Presidente dell'Associazione degli ivoriani in Tunisia (AIT), è stato ucciso nella notte tra domenica e lunedì, vicino al quartiere Najematar nel comune Soukra, a nord di Tunisi. Che la violenza sia indirizzata verso la comunità ivoriana non è un caso, essendo la più numerosa in Tunisia e avendo raggiunto numeri consederevoli negli ultimi anni. Ivoriani e ivoriane, per la maggior parte giovani, arrivano in Tunisia con il volo trisettimanale Abidjan – Tunissenza necessità di visto di ingresso e con possibiltà di un primo soggiorno di tre mesi, aumentabili di altri due o tre pagando penalità risibili. Sono perlopiù studenti/lavoratori che si pagano gli studi esercitando mestieri quali badanti, domestici, camerieri, cuochi, giardinieri, tuttofare nei mercati, e solo poche decine di loro considerano la Tunisia come un punto di partenza per poi cercare l’avventura in Europa.

Una categoria di migranti che fugge la povertà di vita in un Paese, la Costa d’Avorio, che ha una delle economie più floride del continente africano. “Migranti affamati” che il politicamente corretto definisce “migranti economici”, con sottile forma di ipocrisia.

Un’immagine significativa che colsi in uno dei miei viaggi ad Abidjan fu quella di un laghetto artificiale, posto fra i quartieri di Attacoubé e Adjamé, vicino alle colline: vere e proprie bidonvilles purtroppo tipiche in molte città africane. Dentro questa grande pozza di acqua piovana decine di donne residenti nelle vicine baracche, vocianti e abbigliate con costumi dai colori vivaci ma consunti dal tempo e da una vita greve, stavano lavando indumenti vari, che poi venivano raccolti da uomini, strizzati con forza e lasciati asciugare stesi al suolo, fra nugoli di mosche. Vestiario che altri uomini, non ivoriani, provenienti dalla confinante Burkina Faso e residenti in altre baraccopoli di Abidjan dove svolgevano i lavori più umili, consegnavano pagando pochi centesimi per l’operazione di lavaggio.

Una lavanderia a cielo aperto di poveri per poveri. Questa divagazione geografica con risalto alle differenze sociali riporta alla Tunisia, Paese che ha sempre evidenziato con malcelato orgoglio di essere terra di tolleranza e di accoglienza e di aver ospitato per oltre tre secoli una forte comunità dell’Africa subsahariana, che poi nel sorso degli anni è diventata autoctona e che oggi rappresenta circa l’8% della popolazione tunisina, avendone gli stessi diritti sanciti dalla Costituzione.

Ciò è indubbio sul piano legale, ma le anomalie sorgono se ben si osserva la società tunisina, dove l’apparente integrazione della componente nera indigena risente in modo evidente di scarsa presenza e visibilità in molte professioni (medicina, avvocatura, magistratura, diplomazia e politica, per citarne alcune). Un’ascesa sociale ancora da conquistare pienamente per la componente nera tunisina che, in qualche regione del sud del Paese, deve anteporre al proprio cognome il termine “atig” (affrancato), nonostante la Tunisia abbia abolito la schiavitù nel 1846: due anni prima della Francia e 19 anni prima degli Stati Uniti.

Ruderi di un lontano passato di commercio degli schiavi si possono ancora visitare a Tozeur, ed entrandovi si viene avvolti dalle stesse sensazioni di disagio che provai visitando l’isola di Gorée in Senegal, che, con Saint-Louis, Rufisque, Saly-Portudal, Ziguinchor e Karabane  fu uno dei teatri della tragedia della tratta degli schiavi in partenza verso il Nuovo Mondo. 

Tornando ai nostri giorni, la migrazione ivoriana verso la Tunisia non ha certo i contorni di un esodo biblico con attraversamento del deserto, come purtroppo avviene verso altre regioni, ma cela pur sempre il desiderio di chi si fa viandante, della ricerca di una manna che abbia il gusto dell’accoglienza e della solidarietà e non, come spesso avviene, con un sapore più amaro di forme moderne di servitù, altrettanto inaccettabili. Come nel caso della Tunisia, spesso figlie di retaggi ancestrali difficili da sradicare, più che di scelte politiche.

Ferruccio Bellicini

Ultime notizie

“40 anni fa qui c’era un fiume. Ora è rimasta solo questa pozza”

20 Giugno 2019
Il cambiamento climatico ci tocca tutti, è vero. Ma non in ugual modo. (Lia Curcio)

Pyongyang senza cibo e Seul senza lavoro...

19 Giugno 2019
Mentre la Corea del Nord è in piena crisi alimentare i giovani sudcoreani affrontano una disoccupazione senza precedenti. Eppure... (Alessandro Graziadei)

Lavoro: il tessile malato

18 Giugno 2019
Il lavoro, le disuguaglianze, i conflitti e i diritti umani viaggiano spesso sulla stessa lunghezza d’onda. E’ per questo che l’Atlante delle guerre si è occupato a più riprese della questione del...

Dalla community alla comunità #2

18 Giugno 2019
[Qui la prima parte] Nuove tecnologie, nuove parole, nuove prospettive. (Anna Molinari)...

Nonviolenza e violenza di stato

17 Giugno 2019
Ripubblichiamo di Rodrigo Rivas,  l’introduzione al dibattito che si tenne in occasione della marcia della pace del 2011, sul tema  “Nonviolenza e protesta in atto in Europa contro ciò ch...