Il riscatto di Alessia in lotta contro clan e strozzini

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Foto: Corriere.it

Il coraggio non le manca. È giovane, determinata, cocciuta, ambiziosa e pronta a vendere cara la pelle. Alessia Francesca Sauro, 18 anni, vive a Luino e frequenta il quinto anno del Liceo Artistico di Varese. La sua famiglia, nel 2007, è dovuta fuggire da Lamezia Terme, perché i clan avevano minacciato di morte ogni suo componente. Alessia all’epoca aveva sette anni: appena più che adolescente ha saputo da mamma Caterina le vicissitudini affrontate dalla sua famiglia e da quel momento ha deciso di iniziare la sua battaglia contro i clan. «Non ho mai accettato che la situazione a Lamezia Terme non possa cambiare: come si fa a far “scappare” dei lavoratori volenterosi, una famiglia per bene, a causa - dice Alessia - di un modo di pensare bigotto e mafioso?». Anche vivendo a mille chilometri di distanza, in tutto questo tempo Alessia non è rimasta a guardare. Le vicende della sua famiglia l’hanno rafforzata dentro e così oggi è una delle tante ragazze impegnate nella lotta alla criminalità organizzata. 

Da diversi anni, nel mese di giugno, scende in Calabria per partecipare, da volontaria, a «Trame», festival di libri sulle mafie giunto all’ottava edizione. «Trame» si svolge proprio a Lamezia Terme, città che nei mesi scorsi ha subito il terzo commissariamento per infiltrazioni mafiose. Il tema di quest’anno è stato: «Il coraggio di ogni giorno». Quello che non manca ad Alessia: «Vorrei poter parlare di legalità anche a Luino, ma qui nessuno si interessa di antimafia. E come se la mafia da queste parti non esistesse». La sua partecipazione a «Trame» è più che una rivincita: «È un riscatto personale, sento di poter cambiare le cose, riesco a vedere un futuro - continua Alessia - attraverso gli occhi di tutte quelle persone e quei ragazzi che ho conosciuto e che, come me, non si arrendono e vogliono il cambiamento: è meraviglioso vedere come tanti giovani da tutta Italia, ma soprattutto giovani lametini, vengano per partecipare come volontari al festival. Ho anche portato delle mie amiche e ne sono rimaste più che felici. Vorrei che questa voglia di cambiamento si estendesse a tutti, perché solo se agiamo insieme possiamo migliorare e trasformare la condizione lametina e di ogni altra città». 

La storia della sua famiglia è comune a molte altre in Calabria. Nel 1999 suo nonno Pasquale Miscimarra, titolare di un’azienda di impianti elettrici, si rivolse agli «strozzini» per pagare i fornitori. La ditta per la quale aveva svolto dei lavori non era riuscita a pagare i propri debiti e, per non far fallire la propria azienda e mandare a casa gli operai, Pasquale Miscimarra pensò di poter far fronte a quella necessità chiedendo soldi agli usurai. Non parlò della sua situazione in famiglia. Caterina, sua figlia, quando si accorse di ciò che stava accadendo all’azienda cercò un prestito al fondo per le imprese giovanili. Le cosche lametine lo vennero a sapere e da quel momento anche lei divenne «ostaggio» degli strozzini. L’azienda fallì. Ma Caterina stabilì che quella vicenda avrebbe dovuto avere un altro sbocco. Chiese aiuto alle istituzioni. La risposta fu: «Signora, la situazione è più grande di noi». Caterina Miscimarra si rivolse allora all’associazione antiracket di Lamezia. «Mia madre denunciò i suoi estorsori, ma questo le costò l’isolamento. Anche i parenti più stretti, mi spiegava, ci abbandonarono. Dicevano - conclude Alessia - che la colpa era solo sua. I Miscimarra erano soggiogati da una mentalità criminale». Da qui la scelta di emigrare a Luino, dove a fatica l’azienda di famiglia ha continuato a vivere.

Carlo Macrì da Corriere.it

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