Il problema dell’Africa è sempre quello: l’acqua

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Foto: Silvio Quast

Dalle regioni della Tanzania Centrale, le splendide località turistiche che rendono questo angolo d’Africa famoso in tutto il mondo sembrano lontanissime. Eppure, le spiagge di Zanzibar e i safari del Parco del Serengeti non sono così distanti.

Qui, però, è tutto diverso.

Le regioni di Dodoma e Iringa sono tra le più povere del paese, con tassi di malnutrizione infantile e di accesso all’acqua che sono più bassi della media nazionale.

In lingua swahili si dice “Maisha ni maji na afya” che significa Acqua e salute sono la vita”. Un’espressione che possiamo considerare quasi scontata ma qui non lo è affatto. In queste regioni, solo tre persone ogni dieci hanno il “privilegio” di poter avere acqua sana, pulita e che non sia troppo distante da casa. Nelle stesse aree il livello di malnutrizione infantile è altissimo e si attesta intorno al 50% dei bambini dai 0 ai 5 anni. Si stima inoltre che circa 4.000 bambini in Tanzania ogni anno muoiano a causa di malattie legate al consumo d’acqua non potabile ed alla mancanza di servizi igienici adeguati.

Tra i progetti di cooperazione internazionale allo sviluppo attivi nell’area per supportare la popolazione e le istituzioni locali, vi è il progetto il progetto “Maishani” che, oltre a costruire delle infrastrutture – come le cisterne nei centri sanitari che permettono la raccolta dell’acqua piovana per l’utilizzo nei periodi di scarsità idrica – ambisce ad innescare una serie di potenzialità per l’effettiva sostenibilità di ciò che viene realizzato.

Il punto è: alla fine del progetto, cosa resta alla comunità locale?

Come essere certi che gli schemi idrici continueranno a funzionare anche dopo la loro costruzione e che l’acqua continuerà ad essere erogata e gestita in maniera adeguata nei villaggi?

Francesco Riedo, responsabile in Tanzania di LVIA, associazione promotrice del progetto insieme a Medici con l’Africa CUAMM e con l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo in qualità di finanziatore, spiega: «Con la nostra esperienza sul campo, abbiamo visto che la comunità locale è molto partecipativa quando si tratta di costruire dei punti acqua, perché l’acqua è un bisogno primario. Quando si costruisce uno schema idrico, si realizzano fontane pubbliche, allacciamenti dell’acqua nelle case, invasi d’acqua per il bestiame. Tuttavia, la mancanza di competenze nei villaggi è un problema da non sottovalutare. Il rischio è che una volta che un pozzo è stato scavato e sono stati effettuati tutti i collegamenti per portare l’acqua nei villaggi, intervenga un guasto o una cattiva gestione che può portare alla chiusura del servizio. E quindi alla mancanza di acqua».

Una recente riforma amministrativa in Tanzania ha rafforzato la responsabilità dei villaggi nella gestione dei servizi idrici, quindi nell’ambito del progetto è stato strutturato con l’agenzia nazionale preposta, un sistema di formazione professionale volto a formare, in collaborazione con i servizi del governo, delle figure professionali, dei “manager” locali che opereranno come consulenti dei comitati di villaggio titolari della gestione dei servizi idrici.

Tra i partecipanti al corso, 60 studenti hanno ricevuto tramite il progetto delle borse di studio, che hanno dato loro un sostegno economico indispensabile per la partecipazione. In molti casi è stato infatti necessario un trasferimento, poiché i tempi di spostamento, anche a causa del cattivo stato delle strade, avrebbero impedito ai partecipanti di rientrare in giornata al villaggio di provenienza.

Terminato il corso, molti di loro sono già impiegati nei villaggi in qualità di consulenti. Uno di loro è Bartholomeo Kisonjela che racconta: «Sono nato nel 1986 nel villaggio di Hogoro, dove ho frequentato la scuola elementare e media. Ho poi continuato gli studi secondari e mi sono sposato. Il mio unico lavoro era nell’agricoltura, coltivavo il mio campo e tutto il mio reddito era dipendente dal raccolto. I miei guadagni non erano affatto buoni e vivevamo in una situazione piuttosto difficile. Quando ho saputo del corso ho pensato fosse un’opportunità per avere più possibilità lavorative. Inoltre, ero già membro del Comitato dell’acqua nel mio villaggio: è un’attività che svolgo a titolo volontario e ho visto le difficoltà che spesso ci sono per la gestione, la manutenzione ecc… Ho pensato che il corso avrebbe aiutato l’intero villaggio ad avere un’acqua sempre buona con un servizio gestito in modo efficiente».

Bartholomeo spiega di aver appreso a fare la manutenzione dei punti acqua e anche a curarne la gestione amministrativa, dalla raccolta della tariffa alla corretta gestione dei fondi. Inoltre, è migliorata la condizione economica della sua famiglia: «Faccio delle consulenze a diversi villaggi e posso fare dei lavori per l’allacciamento dell’acqua nelle case. Questo mi aiuta tanto, ho un’ulteriore fonte di reddito e stiamo molto meglio».

Come fa presente il responsabile LVIA in Tanzania Francesco Riedo, c’è ancora molto lavoro da fare. «Dobbiamo migliorare l’informazione nei villaggi sull’esistenza di questa figura di Manager Idrico e instillare la fiducia di quanto possa essere un utile supporto alle comunità. Ci poniamo l’obiettivo della piena occupazione di questi studenti, le potenzialità sono grandi».

Lia Curcio

Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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