Il disgelo artico

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Anche se oggi il mondo intero smettesse di bruciare combustibili fossili, la calotta glaciale della Groenlandia perderebbe comunque circa 110 trilioni di tonnellate di ghiaccio, portando a un aumento medio del livello del mare globale di almeno 27 centimetri”. È questa la conclusione raggiunta da un team di glaciologhi guidato da Jason Box del Nationale Geologiske Undersøgelser for Danmark og Grønland (GEUS) dopo 20 anni di misurazioni raccolte nello studio  “Greenland ice sheet climate disequilibrium and committed sea-level rise”, pubblicato lo scorso 29 agosto su Nature Climate Change. Con questo studio il team di Box, osservando il clima nell’Artico dal 2000 al 2019 e lo squilibrio che ha creato nella calotta glaciale della Groenlandia, ha determinato per la prima volta la perdita minima di ghiaccio dalla calotta glaciale della Groenlandia causata finora dal riscaldamento climatico.  Per i ricercatori è stata una novità assoluta riuscire a dare una dimensione precisa allo scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia, una cifra che non dipende da modelli computerizzati altamente incerti del flusso di ghiaccio e dell’interazione climatica, ma dalle misurazioni effettive del ghiaccio ottenute con i satelliti e dalle osservazioni dei ricercatori negli ultimi due decenni. Per il team di ricerca “Ora ci sono abbastanza dati per vedere che il bilancio degli ultimi due decenni di aggiunta e perdita di massa annuale dalla calotta glaciale semplicemente “richiede” che il ghiaccio perda almeno il 3% della sua massa nell’oceano”. Ma in quanto tempo? “Abbiamo utilizzato un modo completamente nuovo per calcolare la perdita di massa glaciale - ha spiegato Box -, ma lo svantaggio di questo metodo è che non fornisce un periodo di tempo. Per ottenere questa proporzione, abbiamo dovuto lasciar perdere il fattore tempo nel calcolo. Ma le nostre osservazioni suggeriscono che la maggior parte dell’innalzamento del livello del mare si verificherà in questo secolo”.

I ricercatori del GEUS hanno esaminato i cambiamenti nella cosiddetta linea della neve della calotta glaciale, cioè il confine tra le aree della calotta glaciale che sono esposte allo scioglimento netto durante l’estate e le aree che non lo sono.  Il limite delle nevicate varia da un anno all’altro, a seconda delle condizioni meteorologiche, ma affinché la calotta glaciale sia in equilibrio, la massa aggiunta deve essere uguale alla massa persa. Se un’estate calda provoca la perdita degli strati di neve per scioglimento, quella neve mancherà nel bilancio di massa per gli anni a venire, creando un deficit o uno squilibrio del bilancio di massa. Sono state le conseguenze di questo squilibrio che Box e i suoi colleghi hanno calcolato concludendo che “Questo limite di neve medio aumenta l’area di scioglimento con conseguente aumento dello squilibrio e, in definitiva, un’alterazione della forma della calotta glaciale”.  Ma dove finisce tutta quest’acqua? In mare, alzandone sensibilmente il livello, ma non nei laghi artici, che secondo lo studio “Permafrost thaw drives surface water decline across lake-rich regions of the Arctic”, pubblicato lo scorso mese sempre su Nature Climate Change si stanno prosciugando.  Il team internazionale di ricercatori guidato dalla biologa Elizabeth Webb dell’Università della Florioda ha rivelato che “Negli ultimi 20 anni i laghi artici si sono ridotti o prosciugati completamente in tutto il pan-artico, una regione che copre le parti settentrionali del Canada, Russia, Groenlandia, Scandinavia e Alaska”.

Il declino dei laghi artici è, di fatto, una sorpresa. Gli scienziati avevano previsto che, a causa dei cambiamenti della superficie terrestre derivanti dallo scioglimento del ghiaccio, il cambiamento climatico avrebbe inizialmente fatto aumentare la superficie dei laghi in tutta la tundra e che una loro eventuale essiccazione sarebbe iniziata a metà del XXI secolo o addirittura nel XXII secolo. “Invece - ha spiegato la Webb - sembra che lo scongelamento del permafrost, il terreno ghiacciato che ricopre l’Artico, possa drenare i laghi e superare questo effetto di espansione aumentando l’erosione del suolo nei laghi”. Il disgelo del permafrost si sta verificando più velocemente di quanto la comunità scientifica avesse previsto per via non solo dell’aumento delle temperature, ma anche delle precipitazioni autunnali. Il biologo Jeremy Lichstein, uno degli autori dello studio, ha spiegato come “Potrebbe sembrare controintuitivo che l’aumento delle precipitazioni riduca le acque superficiali. Ma si scopre che la spiegazione fisica era già nella letteratura scientifica: l’acqua piovana trasporta calore nel terreno e accelera il disgelo del permafrost, il che può aprire canali sotterranei che drenano la superficie”. Una pessima notizia. Il permafrost artico è un enorme sistema di stoccaggio naturale di materia organica e gas climalteranti e quando il permafrost si scioglie, questo carbonio è vulnerabile al rilascio nell’atmosfera sotto forma di metano e anidride carbonica. Non solo. I laghi artici sono fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema artico. Forniscono una fonte fondamentale di acqua dolce per le specie minacciate e in via di estinzione, compresi gli uccelli migratori e tutte le creature acquatiche, oltre ad essere fondamentali per le comunità e le attività indigene.

Per esaminare i meccanismi del cambiamento climatico responsabili della rapida essiccazione dell’area lacustre artica, il team di ricerca ha utilizzato un approccio di machine-learning che ha permesso agli scienziati di sfruttare grandi insiemi di dati e immagini satellitari per valutare i modelli di perdita di acqua superficiale, identificando così in modo chiaro i trend generali nel cambiamento dei laghi artici. Per la Webb  “Le immagini satellitari aiutano a rispondere a domande su larga scala”. Le risposte? Il modo migliore per salvare il permafrost e i laghi è ridurre le emissioni di combustibili fossili. La riduzione delle emissioni di carbonio potrebbe riportare il pianeta sulla strada del riequilibrio, limitando l’aumento della temperatura globale. Secondo la Webb però “La palla di neve sta già rotolando. Dobbiamo agire ora per rallentare questi cambiamenti. Continuare a fare quello che stiamo facendo non funzionerà”.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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