Il Premio Goldman a un difensore mapuche del territorio

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Belén Curamil - Foto: Bbc.com

"Superando persecuzioni e attacchi violenti, ha unito i cileni per impedire la costruzione di due progetti idroelettrici e proteggere un fiume sacro”. Questi sono i motivi per cui ad Alberto Curamil é andato uno dei premi Goldman 2019. Il premio, ritenuto una sorta di “Nobel ambientale”, il più importante riconoscimento per chi difende i diritti dell’ambiente, viene riconosciuto ogni anno ad ambientalisti di sei regioni, che realizzano azioni straordinarie per proteggere l’ambiente ed il territorio, molte volte mettendo a rischio la loro stessa vita. Lo stesso premio era andato nel 2015a Berta Cáceres, attivista honduregna poi assassinata nel 2016.

Belén Curamil é la figlia del lonko (autorità tradizionale mapuche) Alberto: é stata lei, con i suoi 18 anni, l’abito e i gioielli tradizionali mapuche, ad andare a ricevere il premio a San Francisco, assieme a Miguel Melín, altro rappresentante della comunità. Alberto Curamil si trova infatti rinchiuso nelle carceri cilene da ormai 9 mesi, con l’accusa di aver commesso vari delitti, anche se i suoi avvocati assicurano che ogni accusa a suo carico é falsa e che in realtà il lonko é detenuto per motivi politici.

Curamil, portavoce dell’alleanza territoriale Mapuche (ATM)cominciò la lotta nel 2013, quando venne annunciata la costruzione di due grandi progetti idroelettrici nella comunità di Curacautín, nella regione dell’Araucanía, situata nella parte centromeridionale del Cile. L’instancabile opera di Curamil ha permesso la mobilitazione della sua comunità e di altre popolazioni della regione, assieme a tutta una rete di accademici, avvocati e organizzazioni ambientali che si sono attivati nel tentativo di bloccare la costruzione di due dighe. Queste avrebbero sottratto una quantità enorme di acqua, provocando danni ingenti all’ecosistema e aggravando la siccità nella regione. 

La parola mapuche significa popolo della terra in mapudungún, la lingua di questo popolo originario presente in Cile e Argentina. L’importanza del fiume é cruciale, tanto per l’uso agricolo, come per le pratiche legate alla medicina tradizionale e per la sua valenza spirituale. Il fiume scorre in una zona nella pre-cordillera dove le acque sono molto pulite ed é presente molta vegetazione autoctona, ricca di piante utilizzate nella medicina tradizionale. Se si va verso le zone più interne, la vegetazione autoctona é stata invece eliminata per fare posto a monocolture di pino ed eucalipto. 

É importante ricordare anche che il Cile é l’unico paese del mondo dove l’acqua é privatizzata, risultato delle sfrenate politiche neoliberiste implementate durante il periodo della dittatura (1973-1990) grazie all’appoggio degli Stati Uniti. Lo ha ricordato l’avvocata ambientale Manuela Royo, sottolineando anche come, sebbene l’impresa avesse acquistato legalmente i diritti relativi allo sfruttamento delle risorse idriche della regione, l’alterazione del corso del fiume avrebbe causato un pesante impatto sulle comunità mapuche, non solo per quanto riguarda l’agricoltura, ma anche in termini spirituali. Le comunità interessate non erano inoltre state consultate, secondo quanto prevede la Convenzione 169 dell’ILO che afferma il diritto alla consultazione previa, libera e informata per ogni opera che venga realizzata su territorio indigeno. Con queste motivazioni, oltre che per varie illegalità nella fase di valutazione di impatto ambientale, due tribunali cileni hanno bloccato la realizzazione delle dighe: le sentenze nel 2014 e nel 2018. 

Nel ricevere il premio, Belén Curamil ha ricordato in unemozionante discorso che il Goldman é “un incentivo per continuare a credere che un altro mondo é possibile, ma con unità e impegno collettivo, e non a partire dall’individualismo che oggi governa il mondo”. Ha inoltre aggiunto che “non si deve dimenticare lo sforzo enorme e il sacrificio del mio popolo negli ultimi anni di sottomissione e dominazione da parte dei poteri cileni. Ci é costato misera economica, genocidio, usurpazione del territorio, furto dell’acqua e del bestiame, esecuzioni extragiudiziali, megaprogetti, invasione della monocoltura forestale, ma continuiamo ad essere vivi”.

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

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