I nomadi digitali: iper-connessi eppure isolati?

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Internet ha avuto un impatto enorme sulla vita professionale di coloro che un tempo venivano chiamati ‘colletti bianchi’ o lavoratori da scrivania: ormai la maggior parte delle comunicazioni avvengono via mail, le riunioni si svolgono su skype e i documenti si condividono su dropbox. La diffusione di questi strumenti ha facilitato il lavoro di molti; e in alcune situazioni lo ha completamente stravolto. E’ il caso dei tanti miei coetanei che ho conosciuto l’ultimo mese, vivendo a Las Palmas di Gran Canaria: sono giovani che hanno deciso di sfruttare appieno le nuove tecnologie digitali e la diffusione dei voli a basso costo per svolgere il loro lavoro da bar, caffetterie e biblioteche pubbliche di paesi esotici. Conducono il loro stile di vita in modo nomade e per questo sono chiamati ‘digital nomads’, nomadi digitali.

Le persone che abbracciano questa filosofia rinunciano ai privilegi di un mondo sedentario: la proprietà di una casa, un posto fisso di lavoro, un salario regolare, una rete di amicizie stabile. A questi obiettivi, propri della generazione dei miei genitori, i nomadi digitali ne antepongono altri: la scoperta del viaggio, l’avventura e una frenesia di rapporti continuamente in movimento. Messa in questi termini sembra una scelta di vita romantica. E in effetti i nomadi digitali ricordano in una certa misure le comunità di artisti e scrittori espatriati negli anni Venti del secolo scorso. A differenza di allora, però, i nomadi di oggi sono una comunità eclettica di ‘ricchi techies dalla Silicon Valley, hippy spiantati che cercano di lanciare nuove imprese sociali, yogis, persone che lavorano con Bitcoin, trader finanziari’. Forse più che i bohémienne dell’ultimo secolo, allora, queste tribù di nomadi digitali ricordano le popolazioni primitive di cacciatori, anche quelle caratterizzate da un continuo spostamento. Come loro, costretti a spostarsi alla ricerca di luoghi dove trovare le risorse necessarie per sopravvivere, anche i nomadi digitali si spostano in base alle loro esigenze predatorie: la scelta dei posti dove vivere è determinata da un basso costo della vita, cibo di qualità, clima caldo, senso di ospitalità dei locali e la possibilità di rimanere in salute praticando yoga e altre attività fisiche alla moda. C’è perfino un sito web che serve a scegliere la città giusta dove trasferirsi per lavorare a distanza in base a una serie di elementi utili a chi è freelance: costo della vita, sicurezza, velocità media di connessione alla rete. 

Uno dei luoghi più ambiti dai nomadi digitali, oltre a Las Palmas dove mi trovavo io, è Bali. E’ qui che qualche anno fa fu avviato Hubud, uno spazio di co-working che è stato creato nel 2012 per ospitare le decine di nomadi dell’isola. Inizialmente questa casa di bambù in un campo di riso offriva solo questo: uno spazio di lavoro, una scrivania e una connessione a internet veloce. Oggi Hubud si è trasformato e offre sessioni di formazione, incontri di networking, condivisione delle conoscenze, programmi di sviluppo congiunto e altre opportunità di lavoro. I nomadi digitali, in questo senso, sono alla frontiera di tanti cambiamenti che viviamo in tutto il mondo. Il loro modo di lavorare, ad esempio, valorizza soprattutto la rete di connessioni: avere conoscenze eclettiche, sparse in vari paesi del mondo, è una risorsa preziosa per avviare progetti, risolvere nuovi problemi e trovare clienti per espandere la propria impresa. Molte delle persone che passano da Hubud, ad esempio, vi trovano i contatti per far crescere la propria impresa o esportare i propri prodotti in altre parti del mondo. E’ una trasformazione profonda nel modo di lavorare: mutevole, meno specializzata e basata soprattutto sulla rete di conoscenze personali.

I nomadi digitali stanno cambiando anche il modo di viaggiare, mettendo in crisi i tradizionali modelli d’immigrazione. Il fiorire di start-up che facilitano gli spostamenti di breve periodo talvolta può avere un impatto terribile sull’economia locale. Le conseguenze della rapidissima diffusione a San Francisco di airbnb, una delle piattaforme più utilizzate dai nomadi digitali, è un esempio: qui molti degli abitanti hanno convertito i loro appartamenti all’uso dei viaggiatori, disposti a pagare di più dei locali. Il risultato è una crescita generalizzata del costo degli affitti e un aumento dei luoghi sfitti, tenuti sgombri dai locali in attesa che qualche viaggiatore faccia un’offerta economicamente attraente. 

Molti nomadi digitali si definiscono ‘cittadini globali’. Ma il concetto di cittadinanza implica un legame forte con la società, sia economico, che umano. I nomadi digitali, invece, conducono esistenze che li portano inevitabilmente a vivere in scarsa sintonia con la comunità territoriale dove si trovano a vivere. Molti di loro, ad esempio, non pagano le tasse, o le pagano al Paese nel quale è registrata la rispettiva azienda o start-up, non in quello dove di fatto risiedono. Inoltre, essendo solo di passaggio, i nomadi si trovano lontani dalle decisioni politiche e dai processi sociali del luogo. Iper-connessi eppure isolati in una sorta di bolla digitale: la frenesia dei nomadi digitali rispecchia un mondo di relazioni sociali che sta lentamente distruggendo la vita e il senso di comunità territoriali. Paradossalmente, sono loro stessi che potrebbero trasformare queste dinamiche e recuperare nuove forme di vita di comunità: la diffusione degli spazi di co-working e i nuovi strumenti per integrarsi maggiormente nelle società dove vivono sono esempi di come è possibile ripensare l’idea del viaggio in maniera compatibile con lo sviluppo delle comunità territoriali.

Lorenzo Piccoli

Sono Lorenzo e scrivo per il portale Unimondo.org dal 2012, più o meno da quando mi sono trasferito a Firenze per iniziare un dottorato di ricerca pagato dal Ministero degli Esteri Italiano presso l'Istituto Universitario Europeo. Sono approdato in Toscana dopo esser cresciuto tra Trento e altre città molto pittoresche: studiando ho trascorso un semestre al Trinity College di Dublino in Irlanda, un altro semestre alla University di Victoria in Canada, e poi lavorando ho vissuto per un anno a Bruxelles in Belgio e per qualche mese a Edimburgo in Scozia. Per il mio dottorato mi occupo di cittadinanza e nazionalismo. Provo a trattare gli stessi temi quando scrivo per Unimondo.  

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