Gran Canaria: oltre il turismo di massa

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Foto: Eldiario.es

Per decenni il turismo di massa è stato considerato una risorsa fondamentale per lo sviluppo economico e sociale. Oggi in molti luoghi è evidente il contrario. Un’esperienza di lavoro in Gran Canaria mostra tuttavia come non bisogna necessariamente gettare via il bambino con l’acqua sporca.

Capita, talvolta, che il giornalismo e la scrittura muovano le persone. A me è capitato nell’estate di quest’anno. Dopo aver letto un articolo sulla promozione del turismo sostenibile nell’isola spagnola di Gran Canaria, ho preso contatti con i responsabili di un’associazione e nel giro di due mesi mi sono trovato a Las Palmas di Gran Canaria. Ho passato qui le ultime tre settimane.

Quest’isola al largo del Marocco è un luogo particolare. Parte di un arcipelago colonizzato dalla corona spagnola nel Quattrocento e mai abbandonato, è uno dei ponti tra Europa e America. È qui, come pure nelle altre sei isole dell’arcipelago, che si fermano la maggior parte dei navigatori alla volta delle Americhe. Nel corso degli anni sono passati dalle canarie coloni, avventurieri, esploratori e corsari. Fu qui che sostò Cristoforo Colombo nel 1492 prima della sua traversata verso l’ignoto; e anche Francis Drake attraccò Las Palmas di Gran Canaria nel 1595 per sottrarla al dominio spagnolo (non ci riuscì). Ancora oggi, l’isola ospita ogni anno a novembre le navi che fanno rotta verso l’America in una regata mondiale; e con le navi arrivano centinaia di ‘boat-hikers‘, cioè persone che offrono manovalanza sulle navi in cambio di un passaggio attraverso l’Oceano. In pochi, tuttavia, sanno di questi avventurieri. L’immagine internazionale delle isole canarie è legata piuttosto al turismo di massa e ai suoi grandi alberghi ammassati sulle coste.

Solo nel 2015, per dire, sono sbarcati nell’arcipelago tredici milioni di turisti, che sarebbero poi l’equivalente di sei volte la popolazione residente. Sono persone che vengono principalmente per il clima, che è mite 365 giorni l’anno; per le spiagge, che sono tantissime e variegate; e per il costo della vita, che è molto basso. Oggi Las Palmas straripa di hotel, ristoranti all’ultima moda, bar con le insegne al neon. Lungo Las Canteras, una delle più grandi spiagge urbane d’Europa, i grandi marchi delle multinazionali hanno rimpiazzato i fruttivendoli, i negozi di barbiere, i mercati, i fornai. Le case che non sono state trasformate in strutture turistiche sono abitate pochi giorni all’anno dai proprietari che arrivano in città per brevi vacanze.

Per decenni il governo locale ha investito convintamente sul turismo, considerato una risorsa eccezionale per lo sviluppo economico delle isole. Solo negli ultimi anni ci si è accorti che le risorse provenienti dai viaggiatori internazionali arricchiscono solo una piccolissima parte degli abitanti; e talvolta neppure loro. E’ stato calcolato, ad esempio, che uno su quattro turisti arriva come parte di un pacchetto pre-pagato, gestito normalmente da compagnie tedesche, inglesi o, sempre più spesso, italiane. Non c’è da sorprendersi, dunque, se le isole canarie sono la regione con il tasso di disoccupazione più alto della Spagna, con quasi una persona su tre senza lavoro: mentre i benefici economici del turismo di massa si concentrano negli enormi resort a Las Palmas e nel sud dell’isola, gli abitanti del resto dell’isola raccolgono le briciole. Oggi le isole canarie sono quindi terreno fertile per il movimento ‘Tourist go home’, che protesta contro l’afflusso incontrollato di viaggiatori internazionali e il loro impatto negativo sulle comunità locali.

Le isole canarie sono spesso canzonate, perché qui tutto arriva in ritardo rispetto al resto della Spagna: non solo i prodotti commerciali, ma anche le innovazioni culturali e politiche. In effetti, ci si sta accorgendo solo ora che il turismo, se non gestito, ha conseguenze sociali devastanti, mentre a Barcellona i residenti protestano ormai da anni contro la rapida diffusione degli appartamenti turistici che ha fatto esplodere il costo degli affitti, rendendo impossibile continuare a vivere nel centro della città, tanto che il sindaco Ada Colau, vittoriosa alle elezioni del maggio 2015 con la piattaforma Barcelona en Comú, ha fatto del contrasto al turismo indiscriminato il primo punto del suo programma politico. Intanto però, negli ultimi dieci anni il centro storico si è svuotato del 30% della popolazione locale, mentre sempre più case sono locate a esclusivo uso turistico. Quello di Barcellona è un esempio di gentrificazione, un termine inventato nel 1964 dalla sociologa Ruth Glass per descrivere quello che stava succedendo a Londra in quartieri operai come Islington, dove a partire dagli anni Sessanta si trasferirono molte persone delle classi più agiate, costringendo i precedenti residenti ad andarsene per via della crescita del costo dell’affitto. Più recentemente, un famoso giornalista colombiano ha raccontato questo processo spiegando che ‘la globalizzazione, l’uniformazione del mondo, ha creato questi luoghi dove alcune persone passano alcuni giorni per sentirsi in un altro mondo: è una nuova funzione della città (gentrificata). Anche a Firenze, la città che mi ha adottato da qualche anno, lo spostamento in periferia di varie facoltà e centri culturali ha ridotto gli affitti regolari nel centro storico in favore delle rendite rese possibili da Airbnb, aprendo così le porte all’idea di ‘città vetrina’. E’ quello che sta succedendo anche in Gran Canaria, dove sempre più persone sono costrette a lasciare le loro case, ormai troppo costose per via dell’arrivo di turisti benestanti.

Eppure, complice la situazione di stallo politico con la Spagna alle prese con una mancanza di esecutivo eletto da oltre un anno, le istituzioni politiche non sono ancora riuscite a cambiare queste tendenze. A provarci sono invece alcune organizzazioni no-profit: l’associazione dove ho lavorato, per esempio, si chiama Atlas e ha come scopo la promozione di un turismo alternativo che promuova la convivenza e l’incontro tra residenti locali e viaggiatori, senza criminalizzare questi ultimi: dopotutto, la possibilità di viaggiare e riposarsi per una o due settimane all’anno è una delle più grandi conquiste democratiche dell’ultimo secolo. Per ripensare l’esperienza del viaggio, si promuovono appuntamenti culturali, come l’annuale festival che celebra i boat-hikers novembrini, in modo che i turisti siano incentivati a partecipare a laboratori piccoli e informali, conoscere meglio la realtà sociale dove si trovano, anche se solo di passaggio, e magari possano un torno ritornavi. Questo programma è contrapposto all’idea del turismo usa-e-getta, vetrina e consumo per passanti distratti. La posta in gioco, a Gran Canaria come altrove, non è più la quantità degli arrivi, ma la loro qualità.

Lorenzo Piccoli

Sono Lorenzo e scrivo per il portale Unimondo.org dal 2012, più o meno da quando mi sono trasferito a Firenze per iniziare un dottorato di ricerca pagato dal Ministero degli Esteri Italiano presso l'Istituto Universitario Europeo. Sono approdato in Toscana dopo esser cresciuto tra Trento e altre città molto pittoresche: studiando ho trascorso un semestre al Trinity College di Dublino in Irlanda, un altro semestre alla University di Victoria in Canada, e poi lavorando ho vissuto per un anno a Bruxelles in Belgio e per qualche mese a Edimburgo in Scozia. Per il mio dottorato mi occupo di cittadinanza e nazionalismo. Provo a trattare gli stessi temi quando scrivo per Unimondo.  

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