Francia e nuova Commissione Europea: un rapporto difficile

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Thierry Breton - Foto: bcc.com

Emmanuel Macron tira un sospiro di sollievo. Il Commissario europeo designato dalla Francia, Thierry Breton, 64 anni, fino a poco tempo fa direttore generale di Atos, multinazionale specializzata in servizi digitali, ha convinto il Parlamento europeo, che giovedì scorso ha dato il via libera alla sua nomina con il voto delle commissioni Mercato interno e industria. Hanno espresso il loro parere positivo i principali gruppi politici, dai popolari ai liberali, dai socialisti ai conservatori. 

Breton ha sostituito Sylvie Goulard, scelta inizialmente da Macron per il posto di Commissaria, ma bocciata dal Parlamento europeo a causa di varie vicende che mettono in dubbio la sua integrità. Un rischio, quello della bocciatura, che ha accompagnato anche la candidatura di Thierry Breton, considerato da vari deputati a rischio di conflitto di interessi, visto l’importante incarico che ha occupato fino a pochi giorni fa per un’impresa privata – il gruppo Atos – la quale ha ricevuto generosi finanziamenti da parte dell’Ue. 

Breton è destinato ad avere un peso decisivo nella prossima Commissione europea: sulla sua scrivania ci saranno alcuni tra i dossier più caldi, relativi a industria, politica digitale, difesa e spazio.  Il francese è l’uomo giusto al posto giusto? È ancora presto per dirlo, ma di certo il suo curriculum, fatto di molteplici esperienze di altissimo livello, a cavallo tra pubblico e privato, lascia ben sperare. La carriera di Breton è molto interessante: ingegnere di formazione, dirige alcune tra le più importanti imprese francesi, Bull, Thomson, France Télécom e per ultima, Atos, presa in mano nel 2008. 

Due le parentesi politiche: tra il 1986 e il 1992 è membro del consiglio regionale del Poitou-Charentes e, soprattutto, dal 2005 al 2007 è ministro dell’Economia, delle Finanze e dell’Industria, sotto la presidenza di Jacques Chirac.  Ma non è tutto. Breton è un personaggio molto eclettico, divenuto celebre prima dei successi nel settore privato o dell’avventura in politica. Egli è infatti uno scrittore di fama internazionale. Già nel 1984 pubblica un thriller “tecnologico”, che parla di virus informatici, intitolato “Softwar”. Un bestseller che conosce fama mondiale negli anni Ottanta. Seguono due altri bestseller, e poi sei saggi, più informativi, tra cui uno dedicato a un’altra delle sue ossessioni: “Antidette”, traducibile con “anti-debito”, che critica l’indebitamento eccessivo delle Francia, contro il quale si è battuto strenuamente quando era ministro dell’Economia e delle Finanze. 

Manager, politico, scrittore e… professore. L’insegnamento è un’altra delle grandi passioni del Commissario designato francese. Nel 1979 trascorre il suo servizio militare come professore di matematica al liceo francese di New York. Dal 1997 al 2005, mentre è direttore generale di Thomson e poi di France Télecom, è anche preside dell’istituto tecnologico di Troyes. Nel 2007, ancora, dopo l’esperienza da Ministro, insegna per due anni a Boston, alla prestigiosa Università di Harvard

Che Commissario sarà? Un’anticipazione la ha data in occasione delle audizioni in Parlamento di questa settimana. L’ambizione europeista c’è tutta. Parafrasando Jean Monnet, Breton ha ricordato: “Gli stati europei sono diventati troppo piccoli per il mondo odierno, se comparati agli strumenti tecnologici esistenti o se messi in rapporto alle dimensioni di America, Russia, Cina e India”.  Il nuovo Commissario all’industria vuole un’Europa sovrana, soprattutto dal punto di vista tecnologico. “Sovranità tecnologica” ha ripetuto come un mantra, chiarendo che “la competitività dell’industria europea dipende dalla sua capacità di effettuare la transizione verso un’economia digitale e ecologicamente sostenibile. Questo accadrà solo se l’Europa sarà in grado di affermarsi come sovrana dal punto di vista tecnologico”. L’Ue ha il suo anti-Zuckerberg. Facebook, Google, Amazon e Apple, ma anche i giganti cinesi, sono avvertiti.

Da questa prospettiva, la visione di Breton coincide con quella del presidente Macron. L’obbiettivo è duplice: promuovere imprese europee competitive in ambito internazionale nei settori digitali, dall’intelligenza artificiale al 5G, dalla settore della sicurezza a quello dello spazio, e, secondo, controllare maggiormente gli investimenti stranieri nel continente, per assicurarsi che questi non collidano con l’interesse europeo. Breton ha espresso l’ambizione di creare catene di valore nei vari settori strategici dell’economia digitale, favorendo, attraverso un sostegno finanziario europeo, la collaborazione transfrontaliera tra le imprese. C’è chi ha fatto notare che questo potrebbe impattare negativamente sulla concorrenza, favorendo la nascita di campioni europei. Il francese ha rassicurato, dicendo che questo non è il suo scopo ma anche sostenendo che la politica europea in maniera di concorrenza ha bisogno di adattarsi a un contesto mondiale in mutamento, dove le altre grandi potenze economiche sono sempre più restie a giocare secondo le regole del libero scambio. 

Protezionismo in salsa europea? Non proprio. L’obiettivo dichiarato è piuttosto di garantire il rispetto degli standard europei (nel settore digitale, ad esempio per quanto riguarda la tutela dei dati personali, ma anche in materia di sicurezza alimentare o ambiente) per tutti i prodotti nel continente, anche per quelli importati da paesi extra-europei. 

In termini ambientali, ad esempio, Breton ha spiegato che questo si tradurrà in una carbon tax, una tassa sulle emissioni di carbonio, da applicare sui prodotti di quei Paesi meno impegnati dell’Ue nella difesa del clima.  Riuscirà l’uomo di Macron a Bruxelles a influenzare l’agenda europea mettendo in pratica proposte che la Francia sostiene da tempo? Molto dipenderà dalla disponibilità degli altri stati membri ad avvallare e sostenere questo cambio di marcia, necessario ma ancora lontano dall’essere condiviso. Nell’immediato, il problema intanto è un altro: la Commissione di Ursula von der Leyen non si è ancora insediata perché non ha ricevuto l’Ok del Parlamento, a causa dei ritardi seguiti dalle bocciature di Sylvie Goulard e di altri due candidati. Ad oggi, la nomina del commissario ungherese è ancora in bilico, mentre il Regno Unito ha messo in chiaro di non voler nominare un Commissario designato prima del voto nazionale del 12 dicembre. 

Von der Leyen confida ancora di cominciare a lavorare il primo di dicembre. La sua è ormai una corsa contro il tempo, che ha sempre più i tratti di una corsa ad ostacoli.

Matteo Angeli 

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