Fairbourne, il villaggio che rischia di essere inghiottito dal mare

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Foto: Cdn.cnn.com

Da anni mi occupo di relocation: accompagno cioè persone straniere nel loro processo di insediamento sul territorio, supportandole nell’ottenimento dei documenti necessari, nella ricerca della casa, nell’attivazione di tutti quei servizi che, da residente, dai troppo spesso per scontato. Non sono i migranti di cui siamo abituati a sentir parlare: sono lavoratori altamente specializzati, generalmente accompagnati dalle famiglie, da un’azienda alle spalle che ne stima e valorizza il lavoro e da un regolare visto d’ingresso. Niente a che vedere quindi con quella relocation che riguarda i richiedenti protezione internazionale e che, pure se su altri fronti, doveva rappresentare “un fermo impegno per la solidarietà tra gli Stati membri”, salvo poi fallire miseramente nei numeri e nei fatti. E niente a che vedere neanche con un’altra relocation, se vogliamo ancor meno nota, ma sicuramente più tragica delle precedenti.

Siamo in Galles, nel villaggio di Fairbourne, poche case costruite a scopo turistico su un pianoro alluvionale, un centinaio di anni fa: una scelta che in questi anni ha reso questo posto mèta apprezzata da vacanzieri in cerca di natura poco antropizzata. Un luogo che però rischia di scomparire per sempre, non per scelta dei suoi abitanti ma per cause legate all’innalzamento del livello del mare, conseguente ai cambiamenti climatici che sempre più spesso, e geograficamente senza distinzioni, fanno sentire i loro effetti.

Una minaccia che il governo del Galles ha definito “insormontabile”, intimando una “disattivazione” (a volte c’è da chiedersi se siamo davvero consapevoli delle parole asettiche e crudeli che usiamo…) del villaggio entro il 2045 e un definitivo abbandono entro il 2055, anno in cui le difese costiere, erette a protezione del villaggio dalle mareggiate, diventeranno economicamente non redditizie e il rischio per la vita nel paese aumenterà.

Natural Resources Wales, principale ente di riferimento per il Governo del Galles sui temi dell’ambiente e delle risorse naturali, inquadra uno scenario inquietante: un necessario, lento ma costante ritiro delle persone dalla costa verso l’interno, rimuovendo gradualmente tutto il villaggio e le sue infrastrutture – quelle strade e quei servizi che contribuiscono a fare di un luogo una comunità. Tradotto: la resa delle proprie vite al mare, il sacrificio di un borgo al cambiamento climatico.

Come è facile immaginare, sono affermazioni che hanno provocato un inasprimento delle relazioni tra il migliaio di abitanti di Fairbourne e il consiglio della contea di Gwynedd, generando a cascata una serie di reazioni allarmate e di comprensibili preoccupazioni per l’economia della zona. Uno scetticismo istintivo dilaga: chi vorrebbe mai credere che la propria casa, la propria attività, i ricordi e gli investimenti pensati al futuro siano in pericolo di essere entro pochi anni inghiottiti dal mare? Negare è la difesa più naturale, logica, quella che non vuole guardare in faccia la realtà e che non si capacita che stia succedendo proprio lì, proprio a noi. È impossibile. I cicli delle maree e gli eventi atmosferici che si stanno sviluppando negli ultimi anni hanno un grado di imprevedibilità maggiore rispetto a un tempo, perché purtroppo vengono ancora interpretati da modelli di previsione meteorologica costruiti in decenni di studi e osservazioni che ora non sembrano più riuscire ad anticipare le informazioni con la stessa certezza di un tempo.

Eppure il rischio di evacuazione è concreto e ha compromesso, oltre alla fiducia delle persone, anche il mercato immobiliare della zona: si tratta comunque di un’area con alte probabilità di inondazione e le recenti considerazioni non hanno certo rassicurato gli animi. Fairbourne potrebbe essere il primo villaggio di rifugiati climatici in Europa, ma i suoi abitanti non riescono a immaginarlo, si sentono ingiustamente penalizzati, senza colpe. Da tempo ormai si organizzano riunioni cittadine, incontri di consulenza e supporto anche emotivo, ma la questione epocale che il caso di questo villaggio apre è ben più ampia: come ci si comporta con le vittime dell’innalzamento del livello del mare? Come si procede in termini di ricollocazione dei residenti, di assicurazioni, indennizzi se previsti, reinsediamenti in altre zone? Non esiste al momento una legislazione a riguardo e sono problemi evidentemente aperti e di grande peso se pensiamo che, in prospettiva, questo potrebbe essere solo un caso di molti altri simili (e come d’altronde già successo oltreoceano, per esempio in Alaska, a Kivalina e Shishmaref, o in Mississippi a Jean Charles), non più così lontani dal nostro orizzonte di egoismi e indifferenze rispetto a una tragedia che non sarà magari improvvisa e violenta, ma che con le premesse che stiamo avvalorando ci trascinerà tutti a piccoli e insignificanti passi verso l’estinzione.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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