Export di armamenti: tutto quello che il Governo non dice

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Foto: Unsplash.com

Due volumi per un totale di 1.830 pagine. Piene di dati, tabelle, grafici. Ma, su alcune questioni cruciali, nemmeno una parola. E’ la “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”, riferita all’anno 2019. Consegnata alle Camere lo scorso 12 maggio, è stata pubblicata nei giorni scorsi sui siti del Senato e della Camera. Viene predisposta, ai sensi della legge n. 185 del 1990, dalla Presidenza del Consiglio e comprende le relazioni dei Ministeri degli Affari esteri della cooperazione internazionale, degli Interni, della Difesa, dell’Economia e delle finanze e dell’Agenzia delle dogane “per quanto di rispettiva competenza”. Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale è responsabile della definizione degli indirizzi per le politiche degli scambi nel settore della Difesa, delle direttive generali e delle attività di indirizzo, d’intesa con il Ministero della Difesa, con il Ministero dello Sviluppo Economico e con la Presidenza del Consiglio dei Ministri” – si legge nella prima riga della Relazione.

Le omissioni della Relazione

Per comprendere gli indirizzi e le politiche in materia di esportazione di armamenti sono quindi due le relazioni principali: la relazione introduttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Relazione del Ministero degli Affari esteri della cooperazione internazionale (MAECI). Ed è proprio in queste due relazioni che non si trova menzione di alcune informazioni di fondamentale importanza.

Innanzitutto l’elenco dei Paesi sottoposti a misure di embargo di armamenti. La legge n. 185/1990 prescrive, infatti, il divieto di esportare armi e sistemi militari “verso i Paesi nei cui confronti sia stato dichiarato l’embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite o dell’Unione europea (UE) o da parte dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE)”. Questo elenco non c’è nella Relazione e non è reperibile nemmeno sul sito dell’Autorità nazionale UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento), incardinata presso il MAECI, a cui compete il rilascio delle autorizzazioni. Anche i “link utili” riportati a fondo pagina sul sito di UAMA (Sanzioni UE sito SEAE, Sanzioni UE sito MAECI, Sanzioni ONU, Sanzioni OSCE) risultano di pochissima utilità tranne la “Mappa online sanzioni UE-ONU”, che comunque non specifica verso quali Paesi l’Italia stia effettivamente applicando le misure di embargo sugli armamenti.

Gli altri divieti previsti dalla legge

La legge n. 185/1990 prevede inoltre il divieto di esportare armi e sistemi militari “verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa”. Ma anche a questo riguardo manca nella Relazione inviata alle Camere l’elenco di questi Paesi.

Lo stesso dicasi per quanto riguarda la mancanza dell’elenco dei Paesi “in stato di conflitto armato”. La legge n. 185/1990 sancisce infatti il divieto ad esportare armamenti “verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i princìpi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere”. Oltre all’elenco dei Paesi “in stato di conflitto armato” sarebbe inoltre necessario conoscere, se ve ne sono, “le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, adottate previo parere delle Camere” che hanno permesso l’esportazione di armamenti a questi Paesi.

Non è, ovviamente, una questione di lana caprina: avere un elenco preciso e dettagliato permetterebbe di sapere con certezza quali sono i Paesi sottoposti alle varie misure disposte dalla legge e, di conseguenza, permetterebbe di verificare se le autorizzazioni rilasciate da UAMA sono in linea con i divieti stabiliti dalla normativa vigente. Non c’è ragione per non renderli noti, se non quella di non volerli far conoscere al Parlamento e all’opinione pubblica per non permettere un controllo preciso dell’operato del governo, in particolare di UAMA e del MAECI.

Paesi responsabili di violazioni

E’ una questione di fondamentale rilevanza soprattutto in considerazione dei Paesi a cui nel 2019 sono state rilasciate da parte di UAMA autorizzazioni all’esportazione di sistemi militari. Si tratta di un lungo elenco di 84 Paesi tra cui figurano, per citare solo i principali, Egitto, Turkmenistan, Algeria, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Marocco, Israele e Qatar. Paesi i cui governi sono responsabili non solo di gravi violazioni dei diritti umani fondamentali, ma che sono anche in gran parte coinvolti in conflitti armati (Siria, Libia, Yemen, ecc.). A questi Paesi sono state autorizzate ingenti forniture di armamenti tra cui figurano armi automatiche, bombe, siluri, razzi e missili, apparecchi per la direzione del tiro, velivoli, mezzi terresti e navi da guerra e finanche apparecchiature per l’addestramento militare: in una parola, tutto l’arsenale necessario per la repressione interna e per la guerra.

La Relazione, inoltre, non fa menzione di provvedimenti relativi ai dinieghi, sospensioni o revoche per operazioni richieste dalle aziende e non autorizzate (dinieghi), o autorizzazioni rilasciate negli anni scorsi ma sospese o revocate a seguito di decisioni governative o del parlamento. Anche in questo caso non si tratta una questione di poco conto. Mi spiego.

Silenzio sulla sospensione di “bombe e missili” ai Sauditi

Lo scorso 26 giugno è stata approvata (col voto favorevole dei partiti in quel momento al governo e con l’astensione di tutti gli altri e nessun voto contrario) la mozione presentata dai partiti di maggioranza (M5S e Lega) che impegna il governo ad “adottare gli atti necessari a sospendere le esportazioni di bombe d’aereo e missili che possono essere utilizzati per colpire la popolazione civile (dello Yemen – ndr) e loro componentistica verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sino a quando non vi saranno sviluppi concreti nel processo di pace con lo Yemen”.

Una mozione per sospendere tutte le forniture militari a tutti i Paesi facenti parte della coalizione a guida saudita coinvolti nei bombardamenti in Yemen era stata fortemente richiesta, da almeno tre anni, da un ampio gruppo di associazioni tra cui Rete italiana per il disarmo, Amnesty International, Oxfam e Save the Children.

La Relazione inviata alle Camere non solo non fa menzione della suddetta mozione, ma – di conseguenza – nemmeno riporta quali siano stati gli atti adottati dal Governo e dalla amministrazioni competenti per sospendere tali esportazioni e per non rilasciarne di nuove. Un’informazione di chiara rilevanza sia per il parlamento che per le associazioni della società civile, per poter valutare l’effettiva applicazione della mozione.

Non solo. La Relazione governativa riporta che lo scorso anno sono state rilasciate da UAMA ben 57 nuove autorizzazioni per forniture di sistemi militari per l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti del valore complessivo di oltre 196 milioni di euro tra cui figurano “bombe, siluri, razzi e missili”, cioè proprio i sistemi militari che avrebbero dovuto essere sospesi.

Di più. Alle due monarchie assolute sono stati consegnati armamenti per quasi 190 milioni di euro ed altri 95 milioni di euro di sistemi militari sono consegnati agli altri membri della coalizione a guida saudita attiva nel conflitto in Yemen. La Relazione dovrebbe specificare non solo la tipologia degli armamenti inviati a questi paesi, ma soprattutto se le forniture sono state effettivamente sospese a seguito dell’approvazione della mozione. Perché mancano queste informazioni fondamentali?

Silenzio sulla revisione delle licenze alla Turchia

A seguito dell’offensiva militare turca nei territori curdi, il Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, lo scorso ottobre ha annunciato di aver bloccato le “vendite future di armi” e di “avviare un’istruttoria sui contratti in essere” con la Turchia. Nonostante ciò, non solo la Relazione non fa menzione della decisione dei Ministro degli Esteri, ma riporta che sono state rilasciate nuove autorizzazioni per oltre 63 milioni di euro e soprattutto sono state effettuate consegne per oltre 338 milioni che fanno della Turchia il primo destinatario delle forniture di armamenti italiani. Le 59 nuove autorizzazioni rilasciate nel 2019 – e mai ufficialmente sospese – riguardano anche armi automatiche, munizioni, bombe, siluri, razzi e missili, apparecchiature per la direzione del tiro e aeromobili: tutto ciò che serve alle forze armate turche per proseguire l’avanzata militare nei territori curdi.

Perché queste omissioni e silenzi?

Tutti questi silenzi non possono essere attribuibili a sviste o mere dimenticanze. Se così fosse, sarebbe grave, ma facilmente riparabile. Temo si tratti, invece di una decisione politica. Lo dimostra, innanzitutto, il fatto che alcuni anni fa, l’elenco dei Paesi sottoposti a misure di embargo o i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, erano riportati nel rapporto predisposto dalla Presidenza del Consiglio che era parte della Relazione governativa (si veda, ad esempio la Relazione inviata alle Camere nel 2007).

Il motivo di queste omissioni e silenzi è un altro. Non si vuole riportare queste informazioni per non compromettere le vendite di armamenti ed i rapporti con i Paesi che acquistano armi e sistemi militari dall’Italia. Certificare e rendere noti nella Relazione ufficiale governativa i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani o anche solo verso cui sono in atto sospensioni temporanee, è considerato un modo per alienarsi gli acquirenti. Meglio tacere e, soprattutto, se non è proprio necessario, non ufficializzare.

E’ una logica meschina che si è fatta strada negli anni recenti a seguito, soprattutto, della focalizzazione della principale azienda a controllo statale, Leonardo (ex Finmeccanica), nei settori militari dell’aerospazio e della difesa. E’ una logica che – come detto – mira a farsi considerare partner affidabili da parte degli acquirenti. Ma che compromette gravemente la reputazione del nostro Paese: continuare a fornire sistemi militari ai Paesi sottoposti alle misure di divieto previste dalla legge vigente e dalle norme internazionali sancite dal “Trattato sul commercio di armi” (ATT) ratificato dall’Italia, permette certo alle aziende di continuare a fare affari. Ma non è un buon biglietto da visita nel consesso internazionale soprattutto per un Paese, come l’Italia, noto per essere refrattario alle regole e per produrne di rigorosissime per poi tranquillamente aggirarle.

Serve discontinuità

Se l’attuale governo vuole davvero segnare una discontinuità rispetto al precedente (che è responsabile di gran parte delle autorizzazioni rilasciate l’anno scorso) una possibilità ce l’ha: presentare una Relazione aggiuntiva con tutti le informazioni mancanti. Alcune le ho elencate, altre siamo pronti a segnalarle. Sarebbe un buon modo per onorare il trentennale della legge n. 185/1990 che, dopo gli scandali degli anni ottanta, ha introdotto nel nostro Paese “nuove norme sul controllo” dell’esportazione di materiali d’armamento. O vogliamo onorarla continuando a fornire armi e munizioni a regimi repressivi e bombe e cannoni a Paesi in guerra?

Giorgio Beretta  
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