Europa e migranti: in gioco il nostro futuro

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Quando si vuole capire qualcosa rispetto a fenomeni drammatici ed epocali e ai comportamenti individuali e collettivi generati da essi, occorre riprendere in mano gli scritti di chi ha vissuto e riflettuto su situazioni estreme. Primo Levi è un testimone ineludibile. Come esercizio di umanità bisognerebbe ogni tanto rileggere “I sommersi e i salvati”, il libro in cui Levi sviscera i risvolti più profondi, terribili e scomodi dell’universo concentrazionario che lo ha visto fortunoso superstite.  Il pensiero di Levi ha sicuramente al centro l’incomprensibile e demoniaco unicum rappresentato dallo sterminio nazista, ma incrocia, con una lucidità a tratti spiazzante, i temi della violenza inutile, del rapporto con il potere, del ruolo della propaganda, dell’ottundimento della coscienza di fronte al male, dell’istinto di sopravvivenza  che fa dimenticare il mondo circostante. Come già esplicitato dall’autore, le sue riflessioni su questi ultimi argomenti vanno oltre la particolare situazione dei Lager nazisti, ma investono altre realtà più vicine a noi fino a bussare alle porte della nostra quotidianità. Le parole di Levi entrano come una lama nell’intimo.

Gli eventi degli ultimi giorni relativi all’ondata migratoria in atto possono essere riletti  alla luce de “I sommersi e i salvati”. Uno dei capitoli del libro parla della violenza inutile, gratuita, solamente fine a se stessa, fatta di piccoli e grandi soprusi. Una volta entrati in questo terrificante corto circuito, la differenza tra le varie forme di violenza è soltanto quantitativa, non qualitativa. Così come ieri Levi descrive il Kapo che picchia un prigioniero, che gli rovescia la scodella con il poco cibo a disposizione, oggi possiamo vedere la giornalista che sgambetta il profugo in fuga con in braccio un bambino. Perché lo ha fatto? Probabilmente è impossibile trovare una spiegazione razionale se non quella, che razionale non è, di un istinto alla prevaricazione insito nel cuore umano che ogni tanto si concretizza in maniera lampante.

La politica e la propaganda vanno a braccetto. L’istigazione all’odio etnico, in particolare se giunge da chi detiene il potere e da chi riesce a influenzare il popolo, genera mostri. Abbiamo visto come la cricca dei nazional-socialisti, una volta al potere, sia stata capace di irretire l’intera (o quasi) Germania, una nazione colta e laboriosa. Abbiamo ravvisato con terrificante evidenza come il potere in mano a criminali possa modificare a piacere le coscienze. Ciò è avvenuto in Cambogia o in Ruanda, avviene in Corea del Nord.

Ci accorgiamo che, incredibilmente, molto spesso il comportamento dei cittadini rispecchia quello dei loro governanti. Oggi sono personaggi come il primo ministro ungherese Orban ha istigare i suoi concittadini alla paura e all’odio. I provvedimenti presi, come quello dell’arresto per chi entra irregolarmente in Ungheria, sfiorano il ridicolo, non risolveranno nulla, cercando la “guerra” contro i migranti soprattutto per  nascondere le difficoltà interne. Tuttavia non vanno presi alla leggera. Intanto quella povera gente che cerca pace e sicurezza viene accolta dalle manette. Le scene di richiedenti asilo che fuggono braccati dalla polizia, che marciano con la forza della disperazione lungo l’autostrada gettano una luce sinistra su quei  figuri a capo di Paesi civili che si illudono di fermare la marea con un muro o con il blocco dei treni.

I Paesi dell’Europa dell’Est si sono dimostrati totalmente impreparati a gestire questa emergenza, gridando ai quattro venti il loro approccio di chiusura fino a sfiorare il razzismo, ma poi trovandosi impotenti e incapaci di concretizzare i loro truculenti proclami. Il loro atteggiamento rischia però di bloccare l’Europa. E di spingere gli altri Paesi a chiudersi su se stessi.

Si è scritto moltissimo sull’incapacità dell’Europa di affrontare il problema. Nei giorni scorsi le dichiarazioni di Angela Merkel avevano cambiato lo scenario. La Cancelliera aveva preso quella decisione che prima sembrava utopica, impossibile, “buonista”: aprire le porte a chi fugge dalla guerra. Adesso però qualcuno dice che il governo tedesco si sia rimangiato tutto. Le decisioni altalenanti di questi ultimi giorni dimostrano la difficoltà della situazione. Tuttavia resta davanti a noi l’orizzonte possibile dell’accoglienza.

Concretamente restiamo all’anno zero. Le immagini parlano da sole. Siamo rimasti scossi dall’atroce immagine del bambino morto, portato a riva dalle onde. Una fotografia terribile, ma quante ne avevamo già viste prima? Bastava scorrere qualche documentario sulla Siria. Come mai ci siamo accorti solo adesso? E quanto ci metteremo ad aprire gli occhi e vedere i fili spinati, gli attacchi xenofobi, i controlli polizieschi alle frontiere?

Non esiste un piano condiviso. Per evitare le “marce dei disperati” per mezza Europa – che ricordano quelle verso il nulla degli armeni oppure quelle dei sopravvissuti dopo il secondo conflitto mondiale – occorrerebbero sicuramente campi di raccolta (non gestiti come i CIE) ma allo stesso tempo canali “umanitari” che consentano a quanti fuggono dalla guerra di arrivare in sicurezza a questi campi. Da cui potrebbero essere “smistati” con ponti aerei (che costerebbero molto di meno di migliaia di poliziotti schierati ovunque) nei Paesi europei aperti all’accoglienza. L’alternativa è il caos.

Il parallelismo tra la condizione odierna e quella dei tempi del Terzo Reich non sta in piedi. Non ci troviamo al cospetto di uno Stato potente e ben organizzato che progetta, gestisce e porta in grande misura a termine una strategia di sterminio decisa al vertice con piena consapevolezza.

Chi vuole difendere i diritti umani, la democrazia e il nostro stesso stile di vita, non può però dormire sonni tranquilli. La miscela tra propaganda  xenofoba e disorganizzazione può far aumentare il consenso ai partiti più retrivi e reazionari. Cosa accadrebbe se in un Paese come la Francia diventasse Presidente Marine Le Pen? E se il punto di riferimento degli europei timorosi dell’ “invasione” islamica, diventasse Vladimir Putin? È dunque il momento di schierarsi apertamente. 

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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