Etiopia-Eritrea: arriva il dialogo. Ma a singhiozzo

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Abiy Ahmed e Isaias Afeworki - Foto: Nigrizia.it

Domenica 8 luglio, è stata una giornata storica per Asmara. Per la prima volta dopo lo scoppio della guerra di confine con Addis Abeba, nel maggio del 1998, la città ha ricevuto la visita di un primo ministro etiopico.

Abiy Ahmed, che ricopre la più alta carica di governo dalla fine del marzo scorso, è stato ricevuto all’aeroporto dal presidente eritreo, Isaias Afeworki, apparso rilassato, sorridente e cordiale come di rado è capitato negli ultimi anni. Una folla festante ha accompagnato i due capi di stato fino al centro della città, dove hanno tenuto il loro summit nel palazzo presidenziale. Il ministro dell’informazione eritreo, Yemane Ghebremeskel, ha twittato che l’incontro «ha posto le basi per cambiamenti rapidi e positivi sulla base del rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale, dell’uguaglianza e dell’interesse reciproco dei due paesi». I risultati finora resi noti sono decisamente incoraggianti. Secondo le dichiarazioni di Fitsum Arega, capo di gabinetto del primo ministro etiopico, da ieri sera è stata ripristinata la connessione telefonica tra i due paesi, interrotta vent’anni fa, all’indomani dello scoppio del conflitto. Parlando durante un ricevimento ufficiale, Abiy Ahmed stesso ha annunciato l'imminente ripresa  dei voli diretti tra le due capitali oltre che delle relazioni diplomatiche tra i due paesi con la conseguente riapertura delle ambasciate.

Nodi irrisolti

Ma lo storico incontro tra i due leader e il veloce percorso verso la pace non può far passare sotto silenzio problemi gravi e dolorosi ancora aperti. Ad esempio, le questioni territoriali, che avrebbero potuto essere risolte molto facilmente nel 2002 al momento delle decisioni della commissione dell’Aia, e si sono ora assai complicate. Da Badme, la località simbolo della guerra di confine, assegnata all’Eritrea ma amministrata negli ultimi vent’anni dall’Etiopia, sono già arrivati segnali preoccupanti di opposizione alle misure necessarie perchè la pace torni realmente. La popolazione non vuole essere consegnata armi e bagagli ad Asmara. In questo momento avrebbe troppo da perdere, sia per quanto riguarda un inizio di sviluppo sia per quanto riguarda i diritti civili. Lo squilibrio tra i due paesi è ormai troppo grande.

E i problemi non riguardano solo Badme. All’inizio di luglio si è svolto in Svezia un simposio del movimento di liberazione degli afar eritei, i quali hanno dichiarato che si opporranno a qualsiasi misura che non li vedrà protagonisti nelle decisioni riguardanti il loro territorio, cioè la Dancalia, di cui fa parte il porto di Assab, ormai trasformato in una base militare per la coalizione araba guidata dai sauditi di cui l’Eritrea fa parte. Gli afar sono dislocati tra Etiopia, Eritrea e Gibuti e godono della protezione dei governi di Addis Abeba e di Gibuti. Della delegazione che ha accompagnato il primo ministro etiopico ad Asmara faceva parte anche il presidente dello stato regionale degli afar, e dunque il problema è stato sicuramente trattato durante l’incontro con il presidente eritreo. Gli afar potrebbero facilmente diventare una pedina da giocare sul terreno delle alleanze regionali, decisamente complicate in questo periodo in tutta l’area.

Segnali attesi da Asmara

Certo, ci sarebbe un modo per dialogare con la popolazione e con l’opposizione. Il governo di Asmara dovrebbe fare come quello di Addis Abeba dopo l’insediamento di Abiy Ahmed: aprire il dialogo e avviare quel processo di democratizzazione, che, secondo la leadership eritrea, è stato bloccato dalla situazione di guerra fredda al confine. Ma per ora non ci sono segnali che questa sia l’intenzione. Ci sono, però, indicatori da monitorare attentamente nel prossimo futuro. Uno è sicuramente il destino dei molti prigionieri politici e di coscienza, almeno di quelli sopravvissuti al regime carcerario di isolamento assoluto loro imposto. Segnale di un cambiamento di direzione sarebbe il loro rilascio, o almeno la formalizzazione delle accuse nei loro confronti e l’organizzazione del processo per accertare le loro responsabilità, un diritto umano di base loro negato da troppi anni.

Un altro indicatore è il servizio militare e poi nazionale obbligatorio e senza una fine certa, definito come regime di semischiavitù dei giovani da diversi osservatori; quello che ha determinato la fuga di centinaia di migliaia di persone verso il Mediterraneo e le nostre coste. Era stato giustificato come misura necessaria per contrastare il nemico oltre confine. Ora questa giustificazione cade. Vedremo cosa succederà. E poi ci sarebbe la Costituzione, già pronta ma mai entrata in vigore a causa, ancora una volta, della guerra di confine, secondo le dichiarazioni dell’attuale leadership. Nei giorni scorsi ad Asmara e nelle comunità della diaspora oltre all’entusiasmo per la pace che sembra finalmente a portata di mano, si respirava anche qualche preoccupazione. Una pace senza democratizzazione potrebbe cristallizzare l’attuale situazione, rafforzando il regime autoritario al potere, fornendogli anche il supporto dell’uscita dall’isolamento e il rientro trionfale nel consesso internazionale.

Bruna Sironi da Nigrizia.it

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