Ecuador: la vittoria degli indigeni non convince

Stampa

Foto: Interris.it

Ma a che prezzo? Ci sono voluti 12 lunghi giorni di lotta, proteste, marcie solidali, che sono convogliate in scontri violenti con le forze armate, centinaia di feriti, decine di desaparecidos e arresti, fino a registrare 8 persone decedute tra le fila dei manifestanti (secondo la Defensoria del Pueblo), le cui cause sono tutte da determinare, se mai lo si farà. Alle 10 di sera del 13 di ottobre si è svolto il dialogo di pace che ha visto confrontarsi da una parte il Presidente della Repubblica Lenin Moreno e i membri di governo e istituzioni pubbliche, dall’altra i rappresentanti del settore indigeno, Jaime Vargas (Presidente della Confederazione delle nazionalità indigeneCONAIE), Eustaquio Toala (Presidente del Feine), Leonidas Iza (Dirigente indigeno della Regione del Cotopaxi), Abelardo Granda (Presidente della Fenocin) e Miriam Cisneros (Dirigente dell’Amazzonia), tutti decisi ed unanimi nel chiedere la revoca del decreto 883 - da tutti considerata una stangata troppo dura da digerire - oltre alle dimissioni dei Ministri di Difesa e Interni, la libertà di tutti i detenuti e la libertà di protesta come sancito salla Costituzione. 

Dopo circa un’ora e mezza di trattative a porte chiuse si è proclamato – in diretta tv e alla nazione - quanto segue: revoca del decreto 883 e l’istituzione di una commissione per la stesura di un nuovo decreto che vedrà la partecipazione congiunta del Governo e delle Organizzazioni Indigene per concordare gli obiettivi di politica economica, e la presenza, in qualità di mediatori, di ONU e CEE (Conferenza Episcopale Ecuadoriana). Arnauld Peral, coordinatore rappresentativo dell’ONU in Ecuador ha letto l’accordo, nel quale si sottolinea l’impegno collettivo a ripristinare la pace e la fine delle mobilitazioni in tutto il paese, e ha invitato tutti i rappresentanti in sala ad avviare i lavori per il nuovo decreto, che, su sollecitazione dello stesso Moreno, non dovrebbe impiegare piu di 48 ore a rilasciare una dichiarazione. "Una soluzione per la pace e per il paese” recita il comunicato di Lenin Moreno al concludersi il dialogo, “il Governo sostituirà il decreto 883 con uno nuovo che conterrà meccanismi per concentrare le risorse in coloro che piú ne hanno bisogno. Si ristabilisce la pace e si arresta il golpe correista e l’impunità!”.

Di conseguenza, gli effetti del decreto sono stati sospesi, il prezzo del carburante è tornato alla normalità, le arterie del paese sono state liberate e i trasporti hanno ripreso a funzionare, le scuole hanno potuto riaprire i battenti e la città intera di Quito questo lunedí ha organizzato una minga, cioè un lavoro collettivo solidario per riscattare i quartieri piú interessati dalle manifestazioni dai danni causati, alcuni permanenti, e ripulirli dai rifiuti accumulati. L’Istituto Metropolitano del Patrimonio di Quito ha contabilizzato, solo nella capitale, circa mezzo milione di dollari di danni, che saranno necessari per ristabilire le caratteristiche del centro storico di Quito, cosí come erano conservate prima delle proteste. Nel frattempo è ripartito l’aeroporto di Quito, si sono riattivate le operazioni di industrie, centrali idroelettriche, uffici, e l’attività di estrazione petrolifera, voce principale dell’economia ecuadoriana, è ricominciata a pieno a regime. 

Se di vittoria indigena su tutti i fronti si parla, molti non si trovano totalmente d’accordo. Per vari motivi. Innanzitutto al tavolo di pace ci si è limitati a discutere del tema riguardante il sussidio ai carburanti, perdendo l’opportunità di parlare di altri temi altrettanto importanti, i quali necessitano di soluzioni concrete. Non si è discusso della precarizzazione del lavoro, che in pochi anni ha provocato licenziamenti di massa (circa 220.000 negli ultimi 2 anni), la riduzione dei salari e i sacrifici richiesti ai dipendenti pubblici, oltre ai processi di esternalizzazione e privatizzazione. Lavoratori che sono pur scesi a protestare al fianco degli indigeni, e che il 15 ottobre dovrebbero potersi riunire con i rappresentanti del Governo. Non sono state trattate le problematiche legate ai tagli applicati a scuola e Università. La figura di Lenin Moreno, deleggitimata dal movimento popolare che ne chiedeva fortemente le dimissioni (“Fuera Lenin fuera!”) sul coro della canzone “El pueblo unido jamàs serà vencido”, rimane salda sulla poltrona di leader di Governo, nonostante l’inettitudine e gli slogan in campo. In piú le sorti del nuovo decreto sono ancora tutte da definire e si prevodono sacrifici da tutte le parti sociali vista la congiuntura economica critica nella quale riversa il paese, da ormai qualche anno, ed i criteri stringenti pretesi dall’FMI. Ricalcando le parole del Presidente, “un accordo significa l’atto di cedere da entrambe le parti all’interno di un confronto”.

Alla luce delle 12 giornate di Quito, e delle tante cicatrici emerse, si fanno strada, prepotentemente, alcune riflessioni. La determinazione nella lotta dei popoli indigeni è certamente unica al mondo: in Ecuador dal 1990, anno della prima sollevazione indigena a livello nazionale, si sono compresi la forza e le dimensioni di questi popoli, disposti a tutto pur di imporre i loro diritti.

D’altronde, le proteste hanno mostrato il lato migliore e il lato peggiore di questo paese. Da un lato i reporter e giornalisti alternativi, che immersi in contesti spesso pericolosi hanno saputo raccontare la verità degli accaduti, le scene di violenza cruda e la solidarietà; i volontari di pace, le brigate mediche di prima assistenza, le persone che hanno collaborato a organizzare pasti, medicine e alloggi per i manifestanti venuti da fuori, ed alle università di Quito che hanno aperto le porte all’occorrenza, soprattutto a donne e bambini. Dall’altro lato, invece, abbiamo assistito a violenze e repressioni feroci e ingiustificate, manifestanti infiltrati e forze dell’ordine che perdono il controllo e causano morte e disperazione in un battito di cigli; atti di violenza inaudita, e certo, tanto vandalismo, che non vedranno mai giustizia. E un Governo fantoccio, intermediario di interessi maggiori, che perde le redini e rimane ad osservare, quasi impotente. Permangono serie preoccupazioni per un’amministrazione che non ha saputo garantire né sicurezza né giustizia per le plurime violazioni dei diritti umani, abusi di potere e di forza che si sono consumate in questi giorni. Come se la politica da sola non funzionasse, non riuscisse ad innescare un meccanismo di rappresentatività efficace; come se solo si accorgesse del popolo a suoni di morti caduti dai ponti e di sangue versato nelle “battaglie” condotte per la pace e la libertà, un inevitabile passo indietro rispetto alle grandi conquiste delle società moderne.

È per questo che l’accordo raggiunto l’altra notte non può essere considerato una vittoria in nessun caso per un paese civile.

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

Ultime notizie

Francia e nuova Commissione Europea: un rapporto difficile

20 Novembre 2019
Chi è Thierry Breton e come la sua nomina non abbia risolto ancora la “questione francese” in seno ai delicati equilibri europei. (Matteo Angeli)

Città città delle mie brame, chi è la più ecologica del reame?

19 Novembre 2019
La ricerca Ecosistema Urbano 2019 ha valutato 18 parametri che determinano la classifica delle performance ambientali delle nostre città. (Alessandro Graziadei)

Disastri ambientali e responsabilità

18 Novembre 2019
Intervista al magistrato Domenico Fiordalisi a partire dal caso del Poligono militare più grande di Europa che si trova in Italia. (Carlo Cefaloni)

Dalla Fiera dell’Est, per due soldi, una cimice asiatica in Italia arrivò…

18 Novembre 2019
Il contrasto alle specie esotiche tra scienza e compromessi. (Anna Molinari)

Corte suprema blocca l’applicazione della pena di morte

17 Novembre 2019
Il presidente Sirisena sperava nella prima impiccagione entro la fine del suo mandato. La pena capitale è sospesa da 43 anni.