Donna e politica: un raro connubio

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Foto: Unimondo.org

Ho una vignetta curiosa in mente raccolta in un breve corso sulle pari opportunità. Una donna è di fronte a un pozzo dei desideri con una moneta in mano, come da tradizione la lancia nel pozzo esprimendo un desiderio: quello di poter fare politica. E “poof”: si trasforma in un uomo!

Fuor di illustrazione satirica, il connubio donna e politica stenta ancora ad affermarsi. Dati alla mano rilevati al primo novembre scorso dall’Unione Interparlamentare, le donne presenti nella Camera (bassa) del Parlamento dei 193 Stati al mondo solo in due casi superano la metà dei rappresentanti dell’assemblea: in Ruanda (63,8%) e in Bolivia (53,1%); nei restanti Paesi, la maggioranza dei parlamentari è costituita da uomini. In questa classifica trimestralmente aggiornata si nota inoltre come sono i cosiddetti Paesi impoveriti dell’Africa e dell’America centrale e latina a offrire uno spaccato di maggiore equilibrio tra uomini e donne nella rappresentanza parlamentare. Cuba, Senegal, Messico, Sudafrica, Ecuador si posizionano rispettivamente al terzo, sesto, settimo, ottavo e nono posto e solo gli Stati scandinavi europei riescono ad affacciarsi nelle prime 10 posizioni con Islanda (4° col 47,6%), Svezia (5°, al 43,6%) e Finlandia (10° col 41,5%). Non stupisce dunque che ancora oggi solo raramente le più alte cariche dello Stato siano ricoperte da una donna: in generale se i cittadini non si sentono rappresentati da donne in Parlamento ben difficilmente verranno espresse candidate alle più alte cariche di Primo ministro o Presidente.

Regola contraddetta da alcune figure femminili che hanno assunto ruoli politici rilevanti in Paesi fra i più potenti al mondo. Il Brasile, al 154° posto su 193 Stati per la presenza di donne in Parlamento pari al 9,9%, dal gennaio 2011 alla primavera 2016 è stato guidato da Dilma Rousseff. Un passato di militanza armata contro la dittatura militare e numerose esperienze di gavetta politica fino alla collaborazione con il presidente Lula che la sostenne nella campagna elettorale: nel corso del suo secondo incarico come presidente, la scorsa estate è stata sospesa dalle funzioni di governo e poi destituita in via definitiva da parte del Senato per impeachment. L’accusa di aver manipolato i bilanci dello Stato del 2014 e del 2015 per garantirsi la rielezione è stata sempre respinta dalla Rousseff, insinuando a sua volta che si tratti di un vero e proprio colpo di Stato ai suoi danni ordito da un gruppo di corrotti.

Anche Park Guen-hye, la presidente della Corea del Sud colpita recentemente da uno scandalo, il più grande nella breve storia democratica del Paese, è stata costretta dalle imponenti manifestazioni di piazza di fine novembre ad annunciare le sue prossime dimissioni prima della scadenza del mandato nel febbraio prossimo. La procura (e i cittadini) la considerano ormai “complice” di Choi Soon-sil, amica di famiglia soprannominata “la sciamana”, che è accusata di essere la vera burattinaia del palazzo e dell’ampio sistema di corruzione messo in piedi che ha travolto anche l’azienda di elettronica Samsung. Lo scandalo di Seoul ha completamente minato la credibilità e popolarità della presidente, figlia di Park Chung-hee, il dittatore che governò per 18 anni trasformando la Corea in una potenza economica; la misura del coinvolgimento di Park Guen-hye va di pari passo con il plagio subito dall’altra donna, sua amica, e non favorisce di certo un prossimo avvicendamento di un’altra figura femminile in una Repubblica che presenta in Parlamento appena il 17% di donne, collocandosi al 111° posto della classifica mondiale.

Hillary Diane Rodham in Clinton non ha bisogno di molte presentazioni: oltre a essere stata First Lady dal 1993 al 2001 durante il doppio mandato presidenziale di Bill Clinton, è un prestigioso avvocato che ha intrapreso la carriera politica assumendo prima la carica di senatrice dello Stato di New York (2001-2009) e poi di Segretario di Stato durante il primo mandato del presidente Barack Obama (2009-2013). Nel mentre giungevano le sconfitte che si sono frapposte alla sua ambizione alla presidenza degli Stati Uniti d’America. In uno Stato nel cui Congresso federale siedono appena il 19,4% di donne (99° posizione classifica mondiale), si capiva che tale aspirazione non avrebbe avuto una calda accoglienza: alla prima bocciatura alla designazione del Partito Democratico nel 2008 (che le preferì Obama) è seguita la cocente e recente sconfitta alle elezioni con Donald Trump. Anche in questo caso la sua posizione è stata probabilmente minata poco prima del voto dal cosiddetto Emailgate, rivelatosi poi privo di consistenza.

Dal 2005 Angela Merkel è la Cancelliera della Germania. Da allora il suo ruolo di leadership (anche nell’Unione Europea) è incontrastato, se non altro per la riconferma da più di 10 anni nella carica a capo del governo e a guida di un Reichstag, dove risulta più equilibrata la presenza delle donne, pari al 36,5% che le conferiscono il 24° posto della classifica mondiale. Tuttavia, in vista delle elezioni del settembre 2017, la ricerca del quarto mandato consecutivo della Merkel appare fortemente a rischio dinanzi alla possibile rottura dell’accordo storico della CDU con i socialdemocratici e alla candidatura dell’attuale presidente del Parlamento Europeo Martin Schultz. Vedremo quale futuro i cittadini tedeschi le riserveranno ma di certo questo avrà poco a che fare con il suo genere, piuttosto con le scelte politiche attuate in questi anni di governo e con le prospettive avanzate per i prossimi.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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