Direzione Caucaso

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Foto: M. Canapini ®

Tre anatre sorvolano le acque del Mar Nero, scomparendo nel muro di nebbia. Due anziani smarriti nei propri pensieri stringono nelle nodose mani i novantanove grani del Tasbeeh.  Campi di girasoli secchi, interminabili colline e rocce prominenti.  Dopo circa ventisei ore viaggio, il pullman giunge sul confine turco-georgiano. Allungo i documenti attraverso il pallido vetro del botteghino. Rapide domande, timbro sul passaporto e via verso Tbilisi. Superata la città portuale di Batumi ampie vallate verdi ti prendono per mano, accompagnandoti fino alle porte della capitale.  

Qualche contadino tenta di vendere pannocchie messe a bagno in larghe pentole di rame o terracotta. Superiamo casette dai tetti spioventi mentre cambia l’architettura, i costumi, il paesaggio.  Qualche passeggero sorride, torna a casa. Nella bolgia intravedo un paio di vecchi pulmini blu di stampo sovietico, arrugginiti e colmi di bambini.  In vendita tra le bancarelle colorate del mercato svettano corna di bue usate come calici, vecchi dipinti a china raffiguranti scene tipiche della tradizione georgiana: antichi guerrieri e signori incappucciati intenti a bere vino dentro osterie lignee.  

 Nei portoni dei palazzi dormono mendicanti e pazzi, avvolti nei loro stracci impolverati che sanno di caffè. Maria, una ragazza dai folti capelli neri compirà domani venti anni. Racconta fotogrammi esistenziali in un ottimo inglese: “Blu, verde, rosso. I mortai russi sembravano tanti fuochi d’artificio. Mi trovavo a Poti e guardavo fuori dalla finestra.  Gori è stata devastata, Poti bombardata! Osservavamo dal balcone di casa le scie dei razzi e ascoltavamo il rumore delle bombe scuotere le case. La città era vuota, chi poteva scappava.  

Dopo la guerra, al governo si domandavano come riallacciare i rapporti economici, se siamo in Asia o quasi in Europa. Io non sono né asiatica né europea, sono solo Maria”. In un bar-mensa per studenti ordiniamo una porzione di Khachapuri. Ci raggiunge Ucha, un giovane studente barbuto originario di Tskhinvali. All’alba di domani partirà per Istanbul alla ricerca di un lavoro. “Nonostante i lunghi periodi occupazioni straniere ed i vari tentativi di assimilazione, il cristianesimo in Georgia non si è mai piegato né influenzato a volontà esterne.  La fede accomuna, unisce e caratterizza l’identità nazionale. I santini, grandi o piccoli, cartacei o di legno, si possono trovare in ogni angolo o anfratto del paese” mi informa Ucha, galvanizzato dalla partenza.

Attraversiamo il parco pubblico bastonato da un temporale estivo. Sotto il portico di un bar dismesso conosco Lasha, amante dell’India e musicista.  Il suo alloggio quattro metri per due si trova nel quartiere vecchio della capitale, all’interno di un palazzo scricchiolante con piante d’uva nei balconi polverosi. “Mia madre vive in Russia e non ho i mezzi per raggiungerla. Tiro avanti come posso mangiando e dormendo in questo buco che vedi. Mi piacerebbe andare via da Tbilisi, è noiosa e non offre molto ai giovani” racconta svogliato mentre voltiamo a destra e superiamo il palazzo del primo ministro crivellato in passato dai colpi dell’artiglieria oggi coperti dalle colate di stucco.  Ci attende una bella taverna tipica ricavata nel sottoscala di un condominio.

Ambiente caldo, ristretto, sporco. Uomini ubriachi e tavolini polverosi.  Ordiniamo una bottiglia di vodka e due piatti di Khinkali. Cuoche paffute si muovano tra il vapore denso della cucina e osservano i bevitori molesti al bancone. Le piastrelle del bagno sono staccate e filtra acqua piovana dagli angoli del muro. I tavolini sono appiccicosi e pieni di chiazze giallognole, forse vomito indurito. Nino, 58 anni, bacia l’amico disgustato al suo fianco, appena prima di cadere dallo sgabello e salvare non si sa come il boccale di terracotta colmo di vino.  Il tempo è fermo.  

Il vino in Georgia freme nell’architettura, nella poesia, nell’arte in generale. Un elemento culturale insormontabile. Le bevute qui stanno in mano al tamada, il capo tavola, colui che decide se e quando alzarsi e che tipologie di brindisi affrontare. Per la famiglia, per la vita, per un figlio o quel che più desideri.  Cosi sarà. Il mattino seguente mi sveglio con una scodella di zuppa sotto il naso ed un bicchiere d’acqua mischiata con latte e miele: unici rimedi locali contro una sbronza colossale. A bordo della marshrutka, i celebri pulmini a dieci posti, sembra già tutto lontano. Il ricordo della guerra, il vino, i fagottini di farina e carne.  Parte del cruscotto è tappezzati da una miriade di cartoncini raffiguranti le facce dei santini più amati. 

E poi ortaggi, frutta, imprecazioni e segni della croce.  Sempre e comunque. Un po' per paura, un po' per superstizione, un po' per reale fede.

Matthias Canapini

Matthias Canapini è nato nel 1992 a Fano. Viaggia a passo lento per raccontare storie con taccuino e macchina fotografica. Dal 2015 ha pubblicato "Verso Est", "Eurasia Express", "Il volto dell'altro", "Terra e dissenso" (Prospero Editore) e "Il passo dell'acero rosso" (Aras Edizioni).

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