Così mia madre ha incontrato il Centrafrica

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Foto:  Nigrizia.it

Dieci giorni per far conoscere ai miei genitori il meglio della Repubblica Centrafricana. Dieci giorni perché mamma potesse, nel suo primo contatto con questo continente, innamorarsi e cogliere il bene e il bello racchiusi nel cuore di questo popolo. Una grande sfida in un paese dimenticato o conosciuto solo per i massacri e gli scandali.

L’impatto all’uscita dall’aeroporto di Bangui è duro per chi per la prima volta si trova catapultato dall’ordine frenetico del nordest d’Italia al brulicare di persone e mezzi di qualsiasi tipo che percorrono le strade, creandosi un proprio tragitto tra buche, canali e ostacoli. Tutto all’inizio costa fatica e fa paura. Lo stato vetusto e decadente di alcune strutture che abbiamo visitato, mette tristezza e l’impatto con la povertà non è facile.

Un po’ alla volta, come la goccia che scava la pietra, gli incontri cominciano a scaldare il cuore, a sorprendere, a mettere a proprio agio, a lasciare senza parole davanti a regali inaspettati fatti da gente semplice. Ed ecco l’accoglienza premurosa delle sorelle di Bangui; la serata alla nunziatura apostolica con una panoramica sul “paesaggio ecclesiale” e la conoscenza di cari amici; l’invito della grande famiglia di Samson; la fraternità di Dieubeni e dei preti coreani nella bellezza di Boyali e Boali con la laguna formata dalla diga e le cascate impetuose che alimentano le due centrali idroelettriche; il caffè offerto dal catechista tra capanne di terra.

E ancora la testimonianza gioiosa della comunità cristiana e comboniana di Fatima che, con fede, continua a sognare e resistere; la mattinata a chiacchierare e preparare marmellata di pompelmi; l’immersione nella pace della foresta e la scoperta del magnifico lavoro dei laici comboniani a fianco dei pigmei e della gente di Mongoumba; il momento intenso e ricco di condivisione con i giovani della parrocchia di Fatima, che sono sbarcati a casa nostra con regali e pentole di cibo succulento; la visita alla famiglia di un amico in difficoltà economiche, che ha testimoniato della caparbietà della vita; la domenica da una coppia che ci ha insegnato il tipico gioco del kissoro, offerto il pranzo e condiviso la loro storia; le visite di amici e vicini che, fino al tramonto, sono arrivati per salutare o portare piccoli e grandi regali.

Questi i tasselli che hanno portato mamma da una stretta di mano preoccupata e silenziosa per la mancanza di una lingua comune a grandi e teneri abbracci accompagnati da auguri in italiano. Sicura ormai che, al di là della mia traduzione, una comprensione più profonda e non verbale è possibile.

Non sono riuscita a far conoscere tutte le persone che amo e stimo, non ho mostrato nulla di quello che ho fatto o faccio, ma gli occhi e il cuore di mamma dicevano che aveva superato il fastidio della confusione o del caldo afoso. Esprimevano invece la tenerezza e la gratitudine «per le tante persone buone e generose incontrate e che, nonostante le difficoltà della vita, sanno accogliere e donare a piene mani».

Il più grande regalo di questa terra e di questa missione. E con questo regalo Tatalita si congeda, nella speranza di aver contribuito a far comprendere che cosa significa essere missionari oggi.

Elianna Baldi da Nigrizia.it

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