Coronavirus e servizi sociali: dai Sert alle mense, cosa può restare aperto

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I consultori, i Sert e i centri per senza dimora sono aperti; i centri diurni che svolgono attività ludico ricreative o di socializzazione sono invece inesorabilmente chiusi. Sul decreto emanato lo scorso 11 marzo (e che prevede la chiusura, fino al 25 marzo, su tutto il territorio nazionale, di tutte le attività di ristorazione - bar, pub, pizzerie, ristoranti, pasticcerie, gelaterie, ecc.- e di tutti i negozi, ad eccezione di quelli delle categorie espressamente previste in quanto rispondenti ad esigenze di prima necessità) sono arrivati, giorno dopo giorno, i necessari chiarimenti per calare nella complessa realtà di tutti i giorni le disposizioni – inevitabilmente generali – contenute nel testo. Ad oggi, alcuni fra questi chiarimenti riguardano i servizi sociali destinati alla popolazione più fragile: un elenco di attività che “possono” restare aperte, anche se poi nel concreto non sempre e non ovunque l’effettivo mantenimento in essere potrà essere garantito.
In ogni caso, fermo restando il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di un metro, il governo specifica che non è prevista alcuna sospensione per i servizi erogati da consultori, sert, centri diurni e centri per persone senza dimora.  Possono continuare ad operare – sempre con l’obbligo di garantire adeguate condizioni strutturali e organizzative - anche i centri diurni per persone con difficoltà di carattere sociale (compresi i servizi di mensa, igiene personale, ecc.), gli empori sociali per persone in povertà estrema, i centri polivalenti per anziani e persone con disabilità, i centri di ascolto per famiglie che erogano fra l’altro consulenze specialistiche, attività di mediazione familiare e spazi neutri su disposizione dell’autorità giudiziaria. Restano operativi anche i centri antiviolenza. Sono invece certamente sospese le attività dei servizi diurni con finalità meramente ludico ricreative o di socializzazione o animazione, che non costituiscono servizi pubblici essenziali. 
Il governo chiarisce anche che tutte le associazioni di volontariato che somministrano pasti o servizi alle fasce di popolazione debole possono continuare ad erogare i loro servizi: anche se l’attività è erogata a titolo gratuito, infatti, questi servizi vengono ricondotti alla fattispecie delle mense e del catering continuativo su base contrattuale che il decreto dell’11 marzo continua a consentire, purché sia garantita la distanza di sicurezza interpersonale di un metro. L’esecutivo precisa però che “è opportuno che tali attività vengano sottoposte a coordinamento da parte dei servizi sociali pubblici territoriali”.
Fra i servizi che si possono continuare a erogare, mantenendo la distanza interpersonale di un metro dagli altri operatori e dagli utenti, o – dove ciò non sia possibile – utilizzando i presidi sanitari necessari (guanti, mascherine, ecc.), ci sono anche quelli svolti da organizzazioni di volontariato (anche in convenzione con gli enti locali) a favore di persone impossibilitate a muoversi dal proprio domicilio: si tratta di servizi di distribuzione alimentare a domicilio per disabili o anziani senza assistenza oppure di consegna di farmaci o altri generi di prima necessità, o anche del disbrigo di pratiche o del pagamento di bollette. Tali servizi sono spesso svolti in accordo con gli assistenti sociali di riferimento, e sono considerati come inderogabilmente necessari per la salute e la soddisfazione di bisogni primari degli utenti. Questo genere di servizio sociale viene dunque considerato “necessario”, il che implica che quei volontari che – al fine di realizzarli-  si spostano all'interno del proprio Comune o anche in comuni limitrofi, non corrono il rischio di incorrere in sanzioni.

Da Redattoresociale.it

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